domenica 3 novembre 2013

Aforisma della Domenica:"La fede non è una bandiera da portarsi in gloria. E', invece, una candela accesa, che si porta in mano, tra pioggia e vento, in una notte d'inverno".


(Natalia Ginzburg)

"La fede non è una bandiera da portarsi in gloria. E', invece, una candela accesa, che si porta in mano, tra pioggia e vento, in una notte d'inverno".
 Valete!
                                                                                                   Don Carlo

UNA CANDELA TRA PIOGGIA E VENTO
La fede non è una bandiera da portarsi in gloria" ma una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d'inverno" I credenti non devono sentirsi come un esercito di soldati che cammina in trionfo e trae orgoglio e forza dal fatto di formare una schiera numerosa e unita" A Dio non piace di essere amato come gli eserciti amano la vittoria. Sono parole forti, queste, annotate da una scrittrice "laica" come Natalia Ginzburg nel volume Mai devi domandarmi (1970). Certo, importante è la testimonianza ferma davanti «a governatori e re, tribunali e assemblee», come annunciava Gesù, ma con la consapevolezza di essere «pecore in mezzo a lupi» (Matteo 10, 16-18), di costituire non una legione trionfale in marcia («Legione», anzi, è un nome demoniaco secondo Marco 5, 9), bensì «un piccolo gregge», un pugno di sale, un pizzico di lievito, un granello di senape. L'idea del pride, dell'«orgoglio» da ostentare come se si fosse una potenza con cui fare i conti è lontana dalla testimonianza cristiana che non per nulla coincide col «martirio». La croce di Cristo è, certo, un vessillo ma è ben diversa da un labaro imperiale, anche se talora è stata innestata in modo blasfemo sui pennoni degli stendardi da battaglia. La fede è una luce di candela da reggere in mezzo alla pioggia e al buio; è preziosa per non piombare nella tenebra, ma non è uno strumento di assalto per incendiare e incenerire la città. È una voce che chiama a una libera conversione, non è un diktat gelido pronunziato da un generale o da un potente. Come diceva san Pietro, dobbiamo sempre rendere ragione della speranza che è in noi, ma «questo sia fatto con rispetto e dolcezza» (I, 3, 15).

sabato 2 novembre 2013

Il “miracolo” di Francesca, una morte che genera vita Così la fede ha trasfigurato la malattia. «Io non ho paura

 I n una società in cui la mor­te è argomento tabù perché non si riconosce più il signi­ficato della vita, accadono fatti che si portano dentro un carico di umanità così forte che è suf­ficiente guardarli per “capire”. Bisogna solo lasciarsi colpire dalla testimonianza che ne sgor­ga. Basta guardare, basta ascol­tare. È tutta da guardare, è tutta da ascoltare la storia di Francesca Pedrazzini, che ha attraversato il mare di una malattia senza scam­po con la certezza che Dio conti­nuava a starle accanto. E viven­do così fino all’ultimo respiro, ha lasciato un segno incancellabile nel cuore di tante persone che l’hanno accompagnata nel suo calvario.
  Una bella famiglia, la sua. Inse­gnante di diritto in una scuola superiore di Milano, sposata con Vincenzo, avvocato, tre figli, grintosa e appassionata sul la­voro e con gli amici, un amore speciale per il mare della Grecia. Una vita costellata di superlati­vi assoluti. Tutto “issimo”: la piz­za buonissima, la persona in­contrata simpaticissima, e che spesso diventava amicissima. Cercava la felicità ovunque, e se in una cosa ne percepiva an­che solo un barlume, quella co­sa diventata “issima”.
  Un giorno di febbraio del 2011, mentre si toglie il maglione, av­verte un fastidio al seno. Un so­spetto, poi la visita ginecologica, gli esami, la scoperta di un pic­colo tumore, l’intervento chi­rurgico, i medici che rassicura­no - «complimenti, è guarita, tutto a posto». E invece dopo qualche mese il male rispunta, i marker tumorali sono alti, «è ar­rivato dappertutto, ossa e fega­to », si sfoga con un’amica. Fran­cesca va col marito a confidarsi con l’amico Claudio al mona­stero benedettino della Casci­nazza, alle porte di Milano. Un dialogo essenziale. «Noi pre­ghiamo per la tua guarigione – le
 dice il monaco – ma sappi che se non ci sarà questo miracolo, ce ne sarà uno ancora più grande». Comincia un calvario fatto di ra­dio e chemioterapia, ricoveri e periodi trascorsi a casa tra letto e divano, cortisone, gonfiori, complicazioni, le ossa che si fan­no cristallo. Gli amici, tantissi­mi, si stringono a lei e alla famiglia. In una mail scrive a Clara: «Sono so­praffatta dalla ca­rità di tutti verso di me e quindi dall’abbraccio di Gesù. Lo sai che si girano un file-ex­cel con i turni mattino-pranzo­pomeriggio- sera? È incredibile, continua a chia­marmi gente che vuole venire a trovarmi». «Sopraffatta». Lo dice anche quando viene a sapere che il giro degli amici si è allar­gato al punto che c’è gente che prega e chiede la grazia della guarigione in America, Russia, Libano, Taiwan. Ad Anna, un’al­tra amica, confida che «la mise­ricordia di Dio è grande, perché non passa giorno in cui non mi tiri fuori dalla disperazione. C’è sempre una persona, una te­lefonata, qualcosa che leggo che non permette alla tristezza di avere il sopravvento».
  Si fa più intenso, più vero, il suo cammino nel movimento di Co­munione e liberazione che ave­va incontrato da ragazza e le a­veva letteralmente riempito l’e­sistenza, aiutandola a ricono­scere la presenza del Mistero in ogni circostanza. Una frase di Julián Carrón, il sacerdote spa­gnolo che guida Cl e al quale racconta della malattia, le resta nel cuore: «Vedi Francesca, tut­ti noi siamo malati cronici. Ma tu hai un’occasione in più per la tua maturazione, che non
 puoi perdere».
  Anche quando il male si fa più aggressivo, Francesca vuole gu­stare la vita fino in fondo. A fine luglio 2012 l’ultima vacanza a Cefalonia, in Grecia: «Voleva guardare il mare, avere davanti una bellezza – ricorda il marito –. La notte prima di partire l’ha passata sveglia, sul terrazzo. C’e­ra quella vista pazzesca, con la luna riflessa nell’acqua».
  Pochi giorni dopo è di nuovo in ospedale, a Milano, dove ri­marrà fino alla morte. Il 22 ago­sto niente visite, vuole dedicare tutto il giorno ai suoi bambini: Cecilia, 9 anni, Carlo 6, Sofia 3. Chiacchiere, scherzi, indovinel­li, qualche lacrima. A Cecilia, che si infila nel suo letto, dice: «Vado in un posto bellissimo, so­no contenta e curiosa. Mi rac­comando, quando vado in Para­diso dovete fare una bella festa». Vincenzo, guardando oggi i suoi bambini, commenta: «Sono se­reni, pieni di vita. La nostalgia c’è, ma non è un ostacolo. Mia moglie quel giorno ha fatto per loro più di quello che una madre può fare in cinquant’anni di a­more
 e educazione». In ospeda­le sono stupiti dallo spettacolo di tanti amici attorno a quel let­to, a parlare, ridere, piangere, pregare. Un medico dice alla madre di Francesca: «Una fede come quella di sua figlia non l’ho mai vista. Mi sarebbe pia­ciuto conoscerla un po’ di più. Le dica che quando sarà in Pa­radiso si ricordi dell’ultimo me­dico che l’ha curata». Il 23 ago­sto entra in coma, il tempo si fa breve. Vincenzo le dà un bacio e sussurra all’orecchio: «Non ave­re paura». Lei si riprende, apre gli occhi e dice a voce alta: «Io non ho paura».
  Sono le sue ultime parole. E so­no diventate il titolo di un libro scritto da Davide Perillo (edi­zioni San Paolo), che raccoglie decine di commoventi testimo­nianze e sta vendendo migliaia di copie. La vicenda di France­sca ha segnato il cuore di molti, ha favorito il riavvicinamento al­la fede di qualcuno, ha lasciato a bocca aperta il taxista che ac­compagnava una delle sue ami­che al funerale: «Che aria di fe­sta, credevo fosse un matrimo­nio ». Piccoli e grandi miracoli quotidiani che continuano ad accadere. Il monaco benedetti­no che Francesca aveva incon­trato dopo avere saputo del tu­more, le aveva detto: «Preghia­mo per la tua guarigione, ma sappi che se non ci sarà questo miracolo, ce ne sarà uno anco­ra più grande». È andata proprio 
così.  GIORGIO PAOLUCCI

Il lievito di speranza che fa allargare l’anima

 
Come ogni anno, in questo decli­nare dell’autunno torniamo nei cimiteri.
  E, essendo la morte fuori da quelle mura una questione censurata, una parola che non si vuol pronunciare o semplicemente un evento intollerabile e funesto, ci guardiamo fra noi, nei viali, mentre andiamo con i nostri fasci di crisantemi. Quasi cercando di rintracciare nella faccia di un altro quella speranza di vita eterna che la Chiesa insegna, ma in cui in tanti fatichiamo a credere davvero: immersi come siamo in un mondo che declina tutt’altre verità. Agli albori del cristianesimo, Paolo esortava i tessalonicesi a «non essere tristi come gli altri che non hanno speranza». Già nel momento del cristianesimo sorgivo gli uomini stentavano, di fronte alla asprezza della morte, ad affermare come vera la vita eterna promessa da Cristo. Così come molti di noi, e forse i più giovani, e quelli che non hanno respirato la fede in casa da bambini, entrando nel più fiorito dei cimiteri avvertono la durezza delle apparenze della morte: lapidi fredde, e nomi incisi che vanno con gli anni sbiadendo, là dove giace ciò che resta di chi abbiamo molto amato. Una prova che potrebbe interrogarci, nel senso della domanda che Benedetto XVI poneva nella enciclica
 Spe salvi: quando si chiedeva se la fede cristiana è ancora per gli uomini di oggi una speranza che davvero trasforma e sorregge la vita. È questa la sfida, camminando fra le tombe di chi ci ha preceduto. Occorre una certezza radicata, per contrastare le apparenze della morte. E occorre che ogni anno, a ogni generazione la Chiesa proclami la sua pretesa audace.
  Anche se perfino circa questa antica espressione Benedetto XVI si era sentito in dovere di spiegare che la vita eterna è «l’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo non esistono più», e non un susseguirsi senza fine di giorni dei nostri: prospettiva, questa, che a qualcuno potrebbe anche fare paura.
 
 Un tempo del tutto altro ci è annunciato, in cui il prima e il dopo non esistono più. Mentre nei viali dei cimiteri il tempo può gravare come una mole opprimente. Ciò che è stato e non è più può pesare drammaticamente – come se fossero, quegli occhi, quelle facce care, perdute per sempre. E torna alla memoria ancora un’espressione di Benedetto XVI, quando disse che nella fede risuona «l’eterno presente di Dio».
  Un tempo salvato, in cui non esiste più la caducità e la morte. Un tempo per noi inimmaginabile. Ma tanto siamo chiamati a credere nella fede: a osare un salto in Dio, ammettendo che egli possa trascendere ogni legge da noi conosciuta – ognuna di quelle leggi su cui il mondo fonda la verità degli uomini, in quanto empiricamente dimostrabile. E mentre i passi fanno scricchiolare la ghiaia dei viali, ti accorgi come questo giorno che torna ogni anno, nel mese in cui la natura volge al declino, sia un giorno di conversione: tempo per guardare di nuovo a Cristo, liberi per un momento dalla contingenza degli eventi. Un giorno di speranza, come ha detto papa Francesco ieri nel cimitero del Verano gremito. Speranza?, avrebbe potuto domandare uno che fosse passato di lì per caso. Speranza, di fronte a questo esercito di morti, di sommersi dagli anni, di polvere annichilita? Ma tutto sta nella risposta che possiamo dare alla domanda fatta ieri alla folla del Verano da Francesco, mentre il sole calava: «Dove è ancorato il nostro cuore?» E ha ricordato come per i primi cristiani l’ancora fosse il simbolo della speranza; giacché l’ancora si avvinghia alla roccia, e la fune consente a chi vi si aggrappi di sottrarre la propria barca all’ondeggiare tumultuoso del mare.
  Se il cuore è ancorato in Dio, si può sempre tornare. Così che al Verano, città dei morti, mentre il buio scendeva, la Chiesa ancora una volta ha ricordato ai lontani, ai distratti, ai dimentichi la sua speranza immensa.
  «Lievito», l’ha definita il Papa, «che fa allargare l’anima». Respiro diverso, che già colma e scandisce di un altro ritmo i nostri giorni di uomini.
  MARINA CORRADI 

venerdì 1 novembre 2013

Papa francesco Omelia e preghiera per i defunti al Verano:«Dio ci porta per mano in cielo, come un papà»

Papa Bergoglio
Dopo vent'anni dall'ultima visita di un Papa al  cimitero del Verano a Roma, Papa Francesco ha celebrato questo pomeriggio una messa nella solennità di Ognissanti, e ha pregato per i defunti benedicendo  le tombe del cimitero monumentale della capitale.
Francesco ha abbandonato il testo preparato per l'omelia e ha parlato a braccio, commentando il brano dell'Apocalisse della prima Lettura. 
Index
 



SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Cimitero del Verano
Venerdì, 1° novembre 2013

A quest’ora, prima del tramonto, in questo cimitero ci raccogliamo e pensiamo al nostro futuro, pensiamo a tutti quelli che se ne sono andati, che ci hanno preceduto nella vita e sono nel Signore.
E’ tanto bella quella visione del Cielo che abbiamo sentito nella prima Lettura: il Signore Dio, la bellezza, la bontà, la verità, la tenerezza, l’amore pieno. Ci aspetta tutto questo. Quelli che ci hanno preceduto e sono morti nel Signore sono là. Essi proclamano che sono stati salvati non per le loro opere – hanno fatto anche opere buone – ma sono stati salvati dal Signore: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello» (Ap 7, 10). È Lui che ci salva, è Lui che alla fine della nostra vita ci porta per mano come un papà, proprio in quel Cielo dove sono i nostri antenati. Uno degli anziani fa una domanda: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?» (v.13). Chi sono questi giusti, questi santi che sono in Cielo? La risposta: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (v.14).
Possiamo entrare nel Cielo soltanto grazie al sangue dell’Agnello, grazie al sangue di Cristo. È proprio il sangue di Cristo che ci ha giustificati, che ci ha aperto le porte del Cielo. E se oggi ricordiamo questi nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto nella vita e sono in Cielo, è perché essi sono stati lavati dal sangue di Cristo. Questa è la nostra speranza: la speranza del sangue di Cristo! Una speranza che non delude. Se camminiamo nella vita con il Signore, Lui non delude mai!
Abbiamo sentito nella seconda Lettura quello che l’Apostolo Giovanni diceva ai suoi discepoli: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce. … Siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è» (1 Gv 3,1-2). Vedere Dio, essere simili a Dio: questa è la nostra speranza. E oggi, proprio nel giorno dei Santi e prima del giorno dei Morti, è necessario pensare un po’ alla speranza: questa speranza che ci accompagna nella vita. I primi cristiani dipingevano la speranza con un’ancora, come se la vita fosse l’ancora gettata nella riva del Cielo e tutti noi incamminati verso quella riva, aggrappati alla corda dell’ancora. Questa è  una bella immagine della speranza: avere il cuore ancorato là dove sono i nostri antenati, dove sono i Santi, dove è Gesù, dove è Dio. Questa è la speranza che non delude; oggi e domani sono giorni di speranza.
La speranza è un po’ come il lievito, che ti fa allargare l’anima; ci sono momenti difficili nella vita, ma con la speranza l’anima va avanti e guarda a ciò che ci aspetta. Oggi è un giorno di speranza. I nostri fratelli e sorelle sono alla presenza di Dio e anche noi saremo lì, per pura grazia del Signore, se cammineremo sulla strada di Gesù. Conclude l’Apostolo Giovanni: «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso» (v.3). Anche la speranza ci purifica, ci alleggerisce; questa purificazione nella speranza in Gesù Cristo ci fa andare in fretta, prontamente. In questo pre-tramonto d’oggi, ognuno di noi può pensare al tramonto della sua vita: “Come sarà il mio tramonto?”. Tutti noi avremo un tramonto, tutti! Lo guardo con speranza? Lo guardo con quella gioia di essere accolto dal Signore? Questo è un pensiero cristiano, che ci da pace. Oggi è un giorno di gioia, ma di una gioia serena, tranquilla, della gioia della pace. Pensiamo al tramonto di tanti fratelli e sorelle che ci hanno preceduto, pensiamo al nostro tramonto, quando verrà. E pensiamo al nostro cuore e domandiamoci: “Dove è ancorato il mio cuore?”. Se non fosse ancorato bene, ancoriamolo là, in quella riva, sapendo che la speranza non delude perché il Signore Gesù non delude.


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«Saper riconoscere i segni del bene nella nostra vita e nelle nostre città»


 Scola_Monumentale
Scola_Monumentale Scola_Monumentale

«Che il nostro cuore si apra a una grande speranza, perché la vita eterna non è un’illusione, è già qui, è già cominciata» con i segni di bene che esistono tra noi.
Lo dice, sotto un cielo grigio, tipicamente autunnale, il Cardinale che presiede la celebrazione eucaristica per i Defunti, come tradizione all’aperto, nel piazzale all’ingresso del cimitero Monumentale.
E sono i segni “buoni”, anche in momenti difficili per Milano come dopo gli omicidi di questi giorni, che l'Arcivescovo sottolinea, invitando a guardare «alle persone che si impegnano a tutti i livelli in ambito sociopolitico con nel cuore un ideale forte, che condividono il bisogno degli ultimi – pensiamo ai dati del rapporto Caritas di questi giorni sulle povertà – alle donne e agli uomini che continuano ad animare di segni positivi tutti i nostri grandi quartieri e i luoghi della vitalità periferica».
Il riferimento è al triplice omicidio a Quarto Oggiaro. «Il modo migliore per deplorare queste infamie è quello di costruire un tessuto sociale rinnovato. Quindi bisogna che Milano rafforzi la sua solidarietà, il suo senso civico, che si guardi gli uni agli altri a partire dal positivo, dal bene che c'è. Certo questi fatti provocano interrogativi, angoscia e paura, ma con cuore commosso abbiamo potuto leggere del bene che, comunque, percorre le strade di Quarto Oggiaro. Per compiere il bene dobbiamo essere una fiammella che accende un’altra fiammella, che accende rapporti davvero umani nella compagnia cristiana e nella società civile. Ogni uomo che compie il bene anticipa il destino di vita buona e di beatitudine definitiva per cui siamo qui oggi a pregare per i nostri cari che non sono scomparsi, ma sono solo in una diversa condizione di vita».
Tanti i fedeli che l’Arcivescovo ha di fronte, padre Francesco Bravi, Provinciale dei Frati minori di Lombardia, cui è affidata la Cappellania del cimitero, nel suo indirizzo di saluto iniziale, ricorda la coralità di una testimonianza di fede convinta “cui stiamo assistendo”.
E del Monumentale come di un «prezioso luogo che ci dice che la morte non è riuscita a distruggere i legami potenti di familiarità che costituiscono la nostra persona», parla anche il Cardinale. «Siamo qui non soltanto per il ricordo, ma perché la fede ci insegna che i morti non stanno alle nostre spalle ma ci precedono».
Aspetto, questo, particolarmente importante che ci permette di cogliere che essi ci hanno solo anticipato in quello stato finale di vita dove toccheremo con mano che l’amore ha vinto la morte, nota l'Arcivescovo.
«È Il Signore stesso che ci documenta, nella sua persona, il primato dell’amore sulla morte, annunciando il volto misericordioso del Padre e la potenza dello Spirito, offrendo la sua vita di innocente sul palo della croce, liberandoci dalla morte e da quella che l’Apocalisse descrive come la “seconda morte”, conseguenza del peccato non disposto a chiedere perdono».
E se la definitività è il luogo della felicità, della riuscita piena, fondamentale è cogliere, allora, che fin dalla vita terrena possiamo intravedere le beatitudini.
«Anzitutto in tanti semi buoni, come l'amore tra gli sposi, negli ideali autentici nella partecipazione alla vita civile e sociale, nel martirio dei fratelli cristiani che vanno incontro con la morte all’Agnello». Frutti buoni che anche se non si possono separare dalla zizzania, sono segno della presenza dell'amore di Dio che tutto vince.
«Dobbiamo lasciare questo luogo della pietà profonda consapevoli che l’amore di Dio è più forte di ogni prova e che niente e nessuna creatura potrà mai separarci dal suo amore».
Da qui la responsabilità: essere capaci di rispondere all’amore di Cristo offerto a tutti. Il pensiero è, appunto, per i “semi buoni”, per chi si impegna nella generosità, perché solo il bene può contenere il male, come il Cardinale stesso aveva detto poco prima, a margine della Celebrazione
«Certamente sono necessarie le virtù civiche perché siamo nel contempo cristiani e cittadini e, più che mai in una società plurale, vi deve essere uno stile di convivenza che non può prescindere da atteggiamenti come la tensione a mettere in comune la propria esperienza, a rispettare fino in fondo grandi valori quali l'ambrosianità che ha saputo sempre coniugare, nella distinzione, la dimensione religiosa e quella civile».
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Dopo la benedizione finale, il saluto dei moltissimi fedeli che stringono le mani del Cardinale, per una parola, un saluto personale, una carezza magari a un bimbo tenuto in braccio: Tanta gente di tutte le età che lo segue fino al Famedio dove l'Arcivescovo rende omaggio a Manzoni e ai milanesi che hanno fatto grande la metropoli. Infine, la preghiera davanti alla sepoltura di don Luigi Giussani, breve e intensissima.  

Camminiamo sulla via della santità, questa via ha un nome, un volto: Gesù Cristo

Essere santi non è un privilegio di pochi, ma è una vocazione per tutti. Lo ha ricordato Papa Francesco, oggi all’Angelus in Piazza San Pietro, nell’odierna festa di Tutti i Santi. “Il traguardo della nostra esistenza  “non è la morte”, bensì il Paradiso. 


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SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
Venerdì, 1° novembre 2013
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
la festa di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci ricorda che il traguardo della nostra esistenza non è la morte, è il Paradiso! Lo scrive l’apostolo Giovanni: «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). I Santi, gli amici di Dio, ci assicurano che questa promessa non delude. Nella loro esistenza terrena, infatti, hanno vissuto in comunione profonda con Dio. Nel volto dei fratelli più piccoli e disprezzati hanno veduto il volto di Dio, e ora lo contemplano faccia a faccia nella sua bellezza gloriosa.
I Santi non sono superuomini, né sono nati perfetti. Sono come noi, come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze. Ma cosa ha cambiato la loro vita? Quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace. Questa è la vita dei Santi: persone che per amore di Dio nella loro vita non hanno posto condizioni a Lui; non sono stati ipocriti; hanno speso la loro vita al servizio degli altri per servire il prossimo; hanno sofferto tante avversità, ma senza odiare. I Santi non hanno mai odiato. Capite bene questo: l’amore è di Dio, ma l’odio da chi viene? L’odio non viene da Dio, ma dal diavolo! E i Santi si sono allontanati dal diavolo; i Santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri. Mai odiare, ma servire gli altri, i più bisognosi; pregare e vivere nella gioia; questa è la strada della santità!
Essere santi non è un privilegio di pochi, come se qualcuno avesse avuto una grossa eredità; tutti noi nel Battesimo abbiamo l’eredità di poter diventare santi. La santità è una vocazione per tutti. Tutti perciò siamo chiamati a camminare sulla via della santità, e questa via ha un nome, un volto: il volto di Gesù Cristo. Lui ci insegna a diventare santi. Lui nel Vangelo ci mostra la strada: quella delle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12). Il Regno dei cieli, infatti, è per quanti non pongono la loro sicurezza nelle cose, ma nell’amore di Dio; per quanti hanno un cuore semplice, umile, non presumono di essere giusti e non giudicano gli altri, quanti sanno soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce, non sono violenti ma misericordiosi e cercano di essere artefici di riconciliazione e di pace. Il Santo, la Santa è artefice di riconciliazione e di pace; aiuta sempre la gente a riconciliarsi e aiuta sempre affinché ci sia la pace. E così è bella la santità; è una bella strada!
Oggi, in questa festa, i Santi ci danno un messaggio. Ci dicono: fidatevi del Signore, perché il Signore non delude! Non delude mai, è un buon amico sempre al nostro fianco. Con la loro testimonianza i Santi ci incoraggiano a non avere paura di andare controcorrente o di essere incompresi e derisi quando parliamo di Lui e del Vangelo; ci dimostrano con la loro vita che chi rimane fedele a Dio e alla sua Parola sperimenta già su questa terra il conforto del suo amore e poi il “centuplo” nell’eternità. Questo è ciò che speriamo e domandiamo al Signore per i nostri fratelli e sorelle defunti. Con sapienza la Chiesa ha posto in stretta sequenza la festa di Tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Alla nostra preghiera di lode a Dio e di venerazione degli spiriti beati si unisce l’orazione di suffragio per quanti ci hanno preceduto nel passaggio da questo mondo alla vita eterna.
Affidiamo la nostra preghiera all’intercessione di Maria, Regina di Tutti i Santi.


Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
vi saluto tutti con affetto, specialmente le famiglie, i gruppi parrocchiali e le associazioni.
Un caloroso saluto rivolgo a quanti hanno partecipato questa mattina alla Corsa dei Santi, organizzata dalla Fondazione “Don Bosco nel mondo”. San Paolo direbbe che tutta la vita del cristiano è una “corsa” per conquistare il premio della santità: voi ci date un buon esempio! Grazie per questa corsa!
Questo pomeriggio, mi recherò al cimitero del Verano e celebrerò là la Santa Messa. Sarò unito spiritualmente a quanti in questi giorni visitano i cimiteri, dove dormono coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e attendono il giorno della risurrezione. In particolare, pregherò per le vittime della violenza, specialmente per i cristiani che hanno perso la vita a causa delle persecuzioni. Pregherò anche in modo speciale per quanti, fratelli e sorelle nostri, uomini, donne e bambini sono morti assaliti dalla sete, dalla fame e dalla fatica nel tragitto per raggiungere una condizione di vita migliore. In questi giorni abbiamo visto nei giornali quell’immagine crudele del deserto: facciamo tutti, in silenzio, una preghiera per questi fratelli e sorelle nostre.
A tutti auguro una buona festa di Tutti i Santi. Arrivederci e Buon pranzo!



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I Santi sono germi di risurrezione nella cieca passione della storia. Omelia di Don Carlo Venturin

 

Tutti i Santi – 1/11/2013

Ap, 7, 2-4. 9-14                 Lavare le vesti nel sangue dell’Agnello
Salmo 89                             “Benedetto il Signore in eterno”
Rom 8, 28-39                     predestinati come il Figlio, concittadini dei Santi
Mt 5, 1-12                           Santità diffusa, ordinaria, lievito nascosto che trasforma l’ordinario



❶ “Gesù è morto, anzi è risorto… intercede per noi… saremo compartecipi di Lui”. E’ la definizione di Santi per San Paolo.

La Parola ci chiede di vedere i santi di casa nostra, quei volti innumerevoli (“Una moltitudine immensa”), che sono per noi modello di fede, segno di speranza, dono di amore; ci chiede di riconoscere una storia “ALTRA”, costruita da poveri, afflitti, miti, operatori di pace, assetati di giustizia e perseguitati, una moltitudine innumerabile, che, da ogni angolo della terra, si sta silenziosamente radunando per ricomporre l’umanità, Sposa dell’Agnello.
La Parola dà contenuto alla festa, ne spiega il significato, indica come si realizza in pienezza nella storia.
L’Apocalisse nella prima parte rappresenta il mondo, nell’imminenza di una grande devastazione da parte di Angeli; non è la descrizione di tutto il creato: vi sono quelli segnati con il sigillo in fronte, che appartengono a Dio “nostro e vivente”, il Presente, sorgente di vita, in relazione con i “marchiati”. Nella seconda parte lo scenario è il Trono di Dio accanto all’Agnello. Non si parla più di segnati, ma di una moltitudine, che nessuno può contare. Questa folla sterminata appartiene ormai al mondo di Dio: in piedi, la veste bianca (eppure è intinta nel sangue dell’Agnello), le palme di vittoria; è una folla “pasquale”, che ha preso parte alla “grande tribolazione”, ospite di Dio per sempre: “Non avranno più fame, né avranno più sete, non li colpirà il sole, né arsura alcuna”, donne e uomini di ogni razza, lingua e nazione. Adoreranno l’Agnello, il Benedetto in eterno, a cui appartengono i cieli e la terra   (Salmo). Tutti costoro ora sono “più che vincitori”, ormai nessuna condanna, angoscia per l’avvenire, la fame, la nudità, non più come pecore da macello (Paolo).
Le prime due letture sono come una grande vetrata, multicolore, che filtra uno squarcio di cielo.

Per entrare nella realtà divina, filtrata ora da diaframmi quasi opachi, occorre la carta di identità, che permette il lasciapassare nella storia ALTRA. Il testo delle Beatitudini ha come sfondo la GIUSTIZIA, cioè la piena conformazione alla volontà di Dio: “Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia”. Gesù indica, si pone come Maestro (si siede come i rabbini) per un insegnamento importante, pubblico, come Mosè sul Monte, parla alle folle e ai discepoli, tutti senza esclusione alcuna (Messaggio universale per tutti i tempi ). Incomincia con un augurio: essere felici, nella prosperità. Tra la prima e l’ultima beatitudine vi è un legame strettissimo:
·      Beati i poveri in spirito                         perché di essi è il Regno dei cieli
·      Beati i perseguitati per la giustizia       perché di essi è il Regno dei cieli
Anche tra la prima e le rimanenti tutte vi è uno stretto legame: “I puri di cuore”, coloro che non hanno idoli, essi vedranno Dio, come affermano Paolo e l’Apocalisse, avranno uno sguardo contemplativo. Mitezza… Misericordia… Pace… Giustizia sono manifestazioni di un cuore depurato; testimoniano gli atteggiamenti di Gesù, descrivono il Figlio di Dio, sono la sua autopresentazione: è mite, umile, povero, assetato di giustizia, puro di cuore, costruttore di pace, perseguitato, insultato, ricompensato con la Risurrezione, per sempre con il Padre.

Questa Parola è giunta a noi attraverso una folla di generazioni, le sorelle e i fratelli defunti, i Santi, i martiri, gli umili, i silenziosi, i discreti, gli schivi, mamme e papà, i lavoratori dei campi e in altri settori, le molte vite giovani spentesi anzitempo, i perdonanti senza precondizioni, i felici per aver compiuto gesti di bontà, le tante professioni caritative e non. Una folla senza numero, che contrasta con i “quattro” che credono di essere padroni del mondo in eterno. La nostra fede ha questa origine, a noi il compito di trasmettere a nostra volta alle generazioni presenti e future. A noi spetta non disperdere la loro eredità morale, ma impreziosire la nostra vita con la nobiltà delle loro scelte, con la linearità della loro condotta, con la preziosità della loro testimonianza, con la ricchezza della loro fede.

A fronte delle notizie drammatiche, che ogni giorno vengono rovesciate su di noi, fatti di sangue e sistemi collaudati di oppressione e sfruttamento, gesti di violenza inaudita, inganni e ruberie, una vera e propria valanga di fango che deturpa e devasta ogni cosa, la santità esiste ancora, la bontà di Dio trova risposta, da tanti, pronti a dare alla loro vita il sapore del Vangelo. La festa dei SANTI apre ai nostri occhi il tesoro prezioso, ridesta la speranza, sprona a percorrere la strada che essi hanno sperimentato come appagante e gratificante.

Don Carlo

 Aforisma di Ognissanti
"Santi felici che avete cenato con la morte, eletta amante di calme, beate alcove".
                                     Valete!
                                      Don Carlo