mercoledì 13 marzo 2013

Jorge Mario Bergoglio è Papa Francesco I

http://www.youtube.com/watch?v=mXotvK9i2Wg

« Nuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam!



« Nuntio vobis gaudium magnum:
habemus Papam!
Eminentissimum ac reverendissimum dominum,
dominum 
Georgium Marium,
Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Cardinalem Bergoglio ,
qui sibi nomen imposuit Francescum »

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio è dunque il nuovo Pontefice con il nome di Francesco: 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires, è il primo Papa gesuita e il primo Papa proveniente dall’America Latina. Per un breve profilo del 265.mo Successore di Pietro.

Umile al fianco degli umili. Sempre. Ieri come sacerdote e vescovo. Oggi come Successore di Pietro. Il primo Pontefice gesuita, il primo con il nome di Francesco è nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936 da una famiglia di origine piemontese. Il padre Mario é ferroviere, la madre Regina, casalinga. Fin da giovane il futuro Papa si distingue per la sua semplicità evangelica. Papa Francesco studia e si diploma come tecnico chimico, ma poi sceglie il sacerdozio ed entra nel seminario di Villa Devoto. Quindi, passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Compie studi umanistici in Cile e nel 1963, di ritorno a Buenos Aires, consegue la laurea in filosofia al collegio massimo “San José” di San Miguel. A metà anni ’60, il nuovo Papa è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell'Immacolata di Santa Fe. Poi insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore di Buenos Aires. 

Nel dicembre 1969 è, quindi, ordinato sacerdote e nel 1973 fa la sua professione perpetua. A luglio dello stesso anno, Papa Francesco viene eletto Provinciale dell'Argentina, incarico che esercita per sei anni. Impegnato nel dialogo ecumenico, amante della cultura e in particolare della letteratura classica, Papa Francesco dedicherà sempre grande attenzione dei giovani, specie se bisognosi. Nel 1992 un momento fondamentale nella sua vita: Giovanni Paolo II lo nomina, infatti, vescovo ausiliare di Buenos Aires. Il presule viene subito ammirato ed amato dai suoi fedeli per la sobrietà della sua condotta di vita e la giovialità dei suoi modi. Il 28 febbraio 1998, il futuro Papa diviene arcivescovo della capitale argentina e sarà, poi, per alcuni anni anche presidente dell’episcopato argentino. Il Beato Wojtyla lo crea quindi cardinale nel 2001 con il Titolo di San Roberto Bellarmino. Cambiano le sue vesti, cambia il colore dello zucchetto, ma lui non cambia. Non cambia il suo stile pastorale. E’ sempre il pastore della povera gente, voce di chi non ha voce, volto di chi non ha volto. Si reca al lavoro con i mezzi pubblici, mette sempre i poveri al primo posto e confessa nella Cattedrale come un normale sacerdote. Da vescovo e cardinale non ha paura di confrontarsi con le istituzioni quando deve difendere la dignità umana. Ma, al tempo stesso, sottolinea che la Chiesa non deve mai farsi illusioni di grandezza. 

Papa Francesco testimonia la sua semplicità evangelica in ogni occasione e in ogni luogo. Porta infatti la sua umiltà anche in Vaticano come quando è relatore generale aggiunto al Sinodo dei vescovi del 2001 o quando, 8 anni fa, partecipa al Conclave che elegge Benedetto XVI. Alla base della sua vita, della sua azione di Pastore, confiderà in un’intervista di qualche anno fa – come del resto alla base dell’esperienza cristiana - non c’è un’ideologia: “C’è lo stupore dell’incontro con Gesù, la meraviglia della sua persona”. Uomo di profonda spiritualità, parlando a un giornalista a proposito dei miracoli, ebbe ad affermare: “Sono d’accordo col Manzoni, che dice: ‘non ho mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza finirlo bene’. Una frase che, adesso, sembra quasi un auspicio per il suo Pontificato appena iniziato.

   

ASPETTANDO LA FUMATA Qualcosa che accade ora


Questione di ore, al massimo giorni. Poi la fumata, le campane. La storia che accelera di colpo. E il nuovo Papa si affaccerà dalla Loggia, a salutare il suo popolo che inizierà a conoscerlo. Inizierà, perché chiunque sia - il cardinale famoso o l’outsider - quello che accade in quel momento è un nuovo inizio. Un incontro, e un inizio. Il cristianesimo è così. Sempre. Non è mai un futuro. È un ora.

Ma è proprio per questo che è decisivo non perdere di vista ciò che sta accadendo ora, in quella piazza nel cuore del mondo che attira gli occhi di tutto il mondo. Era colma, già ieri sera. Sotto la pioggia e in attesa di una fumata che si sapeva sarebbe stata con ogni probabilità, nera. Eppure, era piena. Di sguardi puntati su quel comignolo. Di facce che attendono. Di cuori che attendono. Ma attendono cosa? Chi?

Ecco, basterebbe fissare quei volti - quella attesa - e non smarrirla. Guardarla bene, fino in fondo. In tutta la portata che ha. Che è profonda, acuta. Perché a prima vista non ha nulla a che fare con le attese e le preoccupazioni di ogni giorno piccole e grandi - il lavoro, i figli, la politica -, eppure le attraversa tutte e le trascina tutte. Al punto da spostare lo sguardo lì. Ha una forza tale, questa attesa, da lasciare tutto come sospeso, dipendente da lì.

La verità è che in quella piazza - come nelle case e negli uffici, davanti alle tv e agli streaming dei pc - c’è l’immagine di quello che siamo. Del bisogno totale che siamo. Di felicità e pienezza. Di qualcuno che «ci aiuti a vivere», come diceva una signora di mezza età - il volto aperto e bellissimo: sofferente di mille inquietudini che puoi solo immaginare, ma aperto e bellissimo! - intervistata al volo da uno dei tanti tg di ieri sera.

Non è un’idea, questa attesa. Un progetto. Un programma di quello che serve alla Chiesa per affrontare le sfide del futuro, come si legge in tante analisi di questi giorni. È un’istantanea del bisogno che siamo. Totale. E contemporaneo, presente. Perché ho bisogno ora. Per questo può rispondermi solo Qualcosa che accade ora.
Chiunque si affacci da quella Loggia, sarà segno visibile di questa Presenza. Vicario di Cristo. Contemporaneo a me. E in grado di raccogliere e rilanciare la sfida dell’attesa che abbiamo, che siamo, fino in fondo.
Per questo attendiamo le campane a festa. Per il nuovo Papa. E perché Cristo c’è, ora.
http://www.tracce.it

«Un momento di vita, non di assenza»



Madre Geltrude Arioli, priora di un monastero benedettino a Milano, racconta dalla clausura l'attesa per il nuovo Papa. «Per noi che abbiamo come carisma l'adorazione eucaristica, è un tempo intensissimo di preghiera continua»
«È per me?» aveva chiesto Benedetto XVI alle monache che da dietro le transenne allungavano l’icona con l’immagine dell’Anastais: Gesù che prende per mano Adamo ed Eva. Era il 2 giugno 2012, il Papa aveva recitato l’Ora media con i religiosi nel Duomo a Milano. Madre Geltrude Arioli, priora delle monache benedettine di clausura dell’Adorazione Perpetua, ha ancora negli occhi e nel cuore quell’incontro durato pochi minuti, quando il Papa, percorrendo la navata, si era fermato. Nel monastero di via Bellotti ricorda: «Aveva gli occhi di un bambino stupefatto. Ma lo sguardo era quello di un padre».

L’11 febbraio la decisione di Benedetto XVI di ritirarsi, il 28 l’ultimo saluto. In questo tempo di attesa anche un po’ di trepidazione, Madre Geltrude quale è stato il suo pensiero? 
Innanzitutto che il gesto del Papa è stato un atto di grande fede. Benedetto XVI è certo che la Chiesa non è in mano al Papa. La Chiesa è in mano a Cristo, a Dio e allo Spirito Santo. In secondo luogo, sa di non essere indispensabile. Un atto di fede, che ha aperto uno spazio nel suo cuore e in quello della Chiesa per accogliere la Grazia dello Spirito Santo, che agisce in modo misterioso, e volte anche rivoluzionario. Pensiamo all’elezione di Giovanni XXIII. Dicevano: un Papa anziano, quindi di transizione; e invece, superando i calcoli umani, ha indetto il Concilio Vaticano II, aprendo una stagione nuova per la Chiesa. Bisogna essere umili per seguire Cristo. E Benedetto XVI lo è.

Ma allora che significato hanno questi giorni di sede vacante? 
È un tempo straordinario. È un momento di grande vita, non di assenza. I tempi “vuoti” quando sono creati da gesti di umiltà sono lo spazio per l’incarnazione di Dio. Un vuoto pieno. Dio per incarnarsi nella storia ha bisogno che gli si faccia spazio nella povertà del cuore, nell’umiltà. Per noi suore di clausura questo è un momento di speranza forte.

In che senso? 
Non come la si intende normalmente, come un generico augurio, bensì speranza teologale, cioè la certezza assoluta che lo Spirito guida la Chiesa e sta preparando un futuro di salvezza. Il tempo è di Dio. Noi viviamo una dimensione del tempo speciale attraverso la liturgia, che ridà significato alle ore, ai giorni, inserendole nel mistero di Cristo. Per noi vivere questo tempo significa recuperare tutto il passato con una memoria piena di gratitudine, come ha detto Benedetto XVI nell’ultima udienza. Vuol dire vivere il presente di Dio sotto il cui sguardo la nostra vita si svolge e vivere il futuro con la coscienza che Dio non abbandona mai la sua Chiesa. Nonostante le mancanze, i peccati, le nefandezze. Pensi, Cristo ha scelto Pietro, che per ben tre volte lo aveva rinnegato, come pietra su cui costruire la sua Chiesa.

È quindi un tempo di preghiera? 
Certo. Per noi che abbiamo come carisma, insieme alla liturgia benedettina, l’adorazione eucaristica, è un tempo intensissimo di preghiera continua. Anche durante il lavoro o la vita comunitaria, il nostro pensiero è costantemente rivolto alla situazione della Chiesa. Inoltre, sono convinta che lo smarrimento culturale, etico in cui viviamo - pensiamo alla situazione italiana - possa ricevere indirettamente una luce di speranza dalla fede della Chiesa.

Ma ai fedeli cosa è chiesto in questo tempo di vuoto pieno, come lei lo ha definito? 
Il fedele deve entrare in questa prospettiva di speranza dell’azione dello Spirito Santo, ma anche di conoscenza della paternità di Dio che si esprime attraverso la Chiesa e il Papa. Forse è la prima volta che i fedeli scoprono che il Papa è papà, scoprono questa paternità così intensa, così umile e così vicina. Benedetto XVI ha ripetuto che uno trova la vita nel momento in cui la dona, la sacrifica. Il suo gesto è stato questo. Inoltre, penso che varrebbe la pena in questi giorni rileggere i capitoli 13 e 17 di san Giovanni. Sarebbe di grande aiuto.

Perché? 
Gesù dice: «Ora me ne vado, ma ritornerò». È il tempo dell’attesa. È giusto che Gesù se ne vada perché venga il Paraclito. È un momento in cui il nostro sguardo si sottrae a una paternità visibile per preparare il nostro cuore a ricevere in modo più pieno lo Spirito Santo. È un’occasione preziosa per educare i fedeli alla preghiera. La mentalità comune vede nella Chiesa un’organizzazione, nel migliore dei casi una realtà che deve dare, un po’ come accade per la famiglia; invece dobbiamo ricordarci che amare non significa solo ricevere, ma anche dare. La grazia del Signore educa ogni fedele a pregare per la Chiesa perché lui, come il Papa, i vescovi, i sacerdoti è parte di questo «corpo vivente».
Paola Bergamini

martedì 12 marzo 2013

Chiamati a servire l’unità




La messa «pro eligendo Pontifice» presieduta dal cardinale decano nella basilica di San Pietro
"È bello riflettere oggi, in questa basilica, su quest'invito all'unità". Si è riferito al "forte appello all'unità ecclesiale", contenuto nella lettera di Paolo agli Efesini, il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano nell'omelia pronunciata durante la messa pro eligendo Romano Pontifice presieduta martedì mattina, 12 marzo, nella basilica di san Pietro. Questo il testo dell'omelia.
Cari cardinali concelebranti, distinte autorità, fratelli e sorelle nel Signore!

"Canterò in eterno le misericordie del Signore" è il canto che ancora una volta è risuonato presso la tomba dell'apostolo Pietro in quest'ora importante della storia della Chiesa. Sono le parole del Salmo 88 che sono fiorite sulle nostre labbra per adorare, ringraziare, supplicare il Padre che sta nei cieli. Misericordias Domini in aeternum cantabo: è il bel testo latino, che ci ha introdotto nella contemplazione di Colui che sempre veglia con amore, con misericordia verso la sua santa Chiesa, sostenendola nel suo cammino attraverso i secoli e vivificandola con il suo Santo Spirito.
Anche noi oggi con tale atteggiamento interiore vogliamo offrirci con Cristo al Padre che sta nei cieli per ringraziarlo per l'amorosa assistenza che sempre riserva alla sua santa Chiesa ed in particolare vogliamo ringraziarlo per il luminoso Pontificato che ci ha concesso con la vita e le opere del venerato Pontefice Benedetto XVI, al quale in questo momento rinnoviamo tutta la nostra gratitudine.
Allo stesso tempo noi vogliamo implorare dal Signore che attraverso la sollecitudine pastorale dei padri cardinali voglia presto concedere un altro buon Pastore alla sua santa Chiesa. Certo, ci sostiene in quest'ora la fede nella promessa di Cristo sul carattere indefettibile della sua Chiesa. Gesù, infatti, disse a Pietro: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" (cfr. Mt 16, 18).
Miei fratelli, passiamo ora alle letture della Parola di Dio che or ora abbiamo ascoltato. Sono letture che ci aiuteranno a comprendere meglio la missione che Cristo ha affidato a Pietro ed ai suoi Successori.
La prima lettura ci ha riproposto un celebre oracolo della seconda parte del libro di Isaia, quella parte che è chiamata "il Libro della consolazione" (Is 40-66). È una profezia rivolta al popolo d'Israele destinato all'esilio in Babilonia. E a quel popolo sofferente che cosa annunzia Dio? Dio annunzia l'invio di un Messia pieno di misericordia, un Messia che potrà dire: "Lo spirito del Signore Dio è su di me... mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore" (Is 61, 1-3).
Il compimento di tale profezia si è poi realizzato appieno in Gesù, venuto al mondo per rendere presente l'amore del Padre verso gli uomini. È un amore che si fa particolarmente notare nel contatto con la sofferenza, con l'ingiustizia, con la povertà e con tutte le fragilità dell'uomo, fisiche e morali. È nota al riguardo la celebre enciclica del Papa Giovanni Paolo II Dives in misericordia, Dio ricco in misericordia. E il Papa al riguardo annotava: "Il modo in cui si manifesta l'amore viene appunto denominato nel linguaggio biblico "misericordia"" (ibidem, n. 3).
Questa missione di misericordia è stata affidata da Cristo in modo particolare ai Pastori della Chiesa. È una missione che impegna ogni sacerdote e vescovo, ma è una missione che impegna ancor più il vescovo di Roma, il pastore della Chiesa universale. A Pietro, infatti, Gesù disse: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?... Pasci i miei agnelli" (Gv 21, 15). È noto il commento di sant'Agostino a queste celebri parole di Gesù: "Sia pertanto compito dell'amore pascere il gregge del Signore"; sit amoris officium pascere dominicum gregem (In Iohannis Evangelium, 123, 5; PL 35, 1967).
Ed in realtà, fratelli e sorelle nel Signore, è proprio quest'amore che spinge i pastori della Chiesa a svolgere la loro missione di servizio agli uomini di ogni tempo, dal servizio caritativo più immediato fino al servizio più alto, quello di offrire agli uomini la luce della fede, la forza della grazia di Cristo.
Così lo ha indicato Benedetto XVI nel messaggio per la Quaresima di questo anno (cfr. n. 3). Leggiamo, infatti, in tale messaggio queste profonde parole: "Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine "carità" alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. È importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l'evangelizzazione, ossia il "servizio della Parola". Non v'è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l'evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell'Enciclica Populorum progressio: è l'annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo" (cfr. n. 16).
La seconda lettura, poi, è tratta dalla Lettera agli Efesini, scritta dall'apostolo Paolo proprio in questa città di Roma durante la sua prima prigionia, negli anni 62-63 secondo gli storici.
È una lettera sublime nella quale Paolo presenta il mistero di Cristo e della Chiesa. Mentre la prima parte è piuttosto dottrinale (cap. 1-3), la seconda, dove si inserisce il testo che abbiamo ascoltato, è di tono più pastorale (cap. 4-6). Ed in questa parte Paolo Insegna le conseguenze pratiche della dottrina presentata prima e comincia con un forte appello all'unità ecclesiale: "Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace" (Ef 4, 1-3).
Ed è bello riflettere oggi, in questa basilica, su questo invito all'unità dei cristiani. E san Paolo spiega poi che nell'unità della Chiesa esiste certo una diversità di doni, secondo la multiforme grazia di Cristo, ma questa diversità è in funzione dell'edificazione dell'unico corpo mistico di Cristo: "È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo" (cfr. 4, 11-12). È proprio per l'unità di questo suo Corpo mistico che Cristo ha inviato il suo Santo Spirito e poi ha stabilito i suoi apostoli, fra cui primeggia Pietro come fondamento visibile di questa unità della santa Chiesa.
Nel nostro testo, poi, san Paolo ci insegna che anche ognuno di noi deve collaborare ad edificare questa unità della Chiesa, dicendo che per realizzarla è necessaria "la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro" (Ef 4, 16). Tutti noi, quindi, siamo chiamati a cooperare coi pastori, questi in particolare con il successore di Pietro, per ottenere questa unità nella santa Chiesa.
Ed infine, miei fratelli, il Vangelo ci riporta all'ultima cena, quando il Signore disse ai suoi Apostoli: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati" (Gv 15, 12). Il testo si ricollega così anche alla prima lettura del profeta Isaia sull'agire del Messia, per ricordarci che l'atteggiamento fondamentale dei pastori della Chiesa è l'amore. È quell'amore che ci spinge ad offrire la propria vita per i fratelli. Ci dice, infatti, Gesù: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 12).
L'atteggiamento fondamentale di ogni buon Pastore è quindi offrire la propria vita per gli altri (cfr. Gv 10, 15). Questo vale soprattutto per il successore di Pietro, perché quanto più alto e più universale è l'ufficio pastorale, tanto più grande deve essere l'amore del pastore. Per questo nel cuore di ogni successore di Pietro sono sempre risuonate le parole che il divino Maestro rivolse un giorno all'umile pescatore di Galilea: Diligis me plus his? Pasce agnos meos... pasce oves meas; "Mi ami più di costoro? Pasci i miei agnelli… pasci le mie pecorelle!" (cfr. Gv 21, 15-17).
Ed è nel solco di questo servizio d'amore verso la Chiesa, e poi verso l'umanità intera, che gli ultimi Pontefici sono stati artefici di tante iniziative benefiche verso i singoli, verso i popoli e verso la comunità internazionale, promuovendo la pace, la giustizia e l'ordine mondiale. Preghiamo perché il futuro Papa possa continuare quest'incessante opera a livello mondiale.
Del resto, questo servizio di carità fa parte proprio della natura intima della Chiesa. L'ha ricordato il Papa Benedetto XVI dicendoci: "Anche il servizio della carità è una dimensione costitutiva della missione della Chiesa ed è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza" (Lettera apostolica in forma di motuproprio Intima Ecclesiae natura, 11 novembre 2012, proemio; cfr. Lettera enciclica Deus caritas est, n. 25)
Ed è questa missione di carità che è propria di tutta Chiesa, ma come già detto è in modo particolare propria del pastore della Chiesa di Roma, propria di tutta questa Chiesa di Roma che, secondo la bella espressione di sant'Ignazio d'Antiochia, è la Chiesa che "presiede alla carità", praesidet caritati, proprio in una lettera che Ignazio, nel primo secolo, martire per Cristo dirigeva ai romani (cfr. Ad Romanos, praef.; Lumen gentium, n. 13).
Miei fratelli, preghiamo quindi perché il Signore ci conceda un Pontefice che svolga con cuore generoso tale nobile missione. Glielo chiediamo per intercessione di Maria santissima, Regina degli apostoli. Glielo chiediamo per l'intercessione di tutti i martiri e di tutti i santi che nel corso dei secoli hanno reso gloriosa questa storica Chiesa di Roma. E così sia!


(©L'Osservatore Romano 13 marzo 2013) 


Cardinali in Conclave, pronunciato l'Extra omnes



E' cominciata con le litanie dei Santi la processione dei cardinali dalla Cappella Paolina: i porporati, attraversata la Sala Regia, sono giunti nella Cappella Sistina per l'inizio del Conclave, disponendosi secondo l'ordine prestabilito. I Cardinali di rito latino indossano la veste e la mozzetta di colore rosso con relativa fascia, rocchetto e berretta; i Cardinali delle Chiese Orientali indossano l'abito corale. Terminato il canto delle Litanie, i porporati intonano l'inno «Veni, creátor Spíritus», invocazione solenne dello Spirito Santo. Dopo il canto del Veni Creator, il cardinale decano Giambattista Re che presiede la celebrazione eleva questa preghiera a Dio:

O Padre, che guidi e custodisci la tua Chiesa,
dona ai tuoi servi
lo Spirito di intelligenza, di verità, di pace,
perché si sforzino di conoscere la tua volontà,
e ti servano con totale dedizione.
Per Cristo nostro Signore.
R. Amen.
Quindi il cardinale decano ha pronunciato a voce alta insieme agli altri porporati la seguente formula di giuramento:

“Noi tutti e singoli Cardinali elettori presenti in questa elezione del Sommo Pontefice promettiamo, ci obblighiamo e giuriamo di osservare fedelmente e scrupolosamente tutte le prescrizioni contenute nella Costituzione apostolica del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, Universi Dominici Gregis, emanata il 22 febbraio 1996, osservate anche le variazioni in essa apportate con la Lettera Apostolica, in forma di Motu Proprio, Normas Nonnullas del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 22 febbraio 2013.

Parimenti, promettiamo, ci obblighiamo e giuriamo che chiunque di noi, per divina disposizione, sia eletto Romano Pontefice, si impegnerà a svolgere fedelmente il munus Petrinum di Pastore della Chiesa universale e non mancherà di affermare e difendere strenuamente i diritti spirituali e temporali, nonché la libertà della Santa Sede.

Soprattutto, promettiamo e giuriamo di osservare con la massima fedeltà e con tutti, sia chierici che laici, il segreto su tutto ciò che in qualsiasi modo riguarda l'elezione del Romano Pontefice e su ciò che avviene nel luogo dell'elezione, concernente direttamente o indirettamente lo scrutinio; di non violare in alcun modo questo segreto sia durante sia dopo l'elezione del nuovo Pontefice, a meno che non ne sia stata concessa esplicita autorizzazione dallo stesso Pontefice; di non prestare mai appoggio o favore a qualsiasi interferenza, opposizione o altra qualsiasi forma di intervento con cui autorità secolari di qualunque ordine e grado, o qualunque gruppo di persone o singoli volessero ingerirsi nell'elezione del Romano Pontefice”.

I singoli Cardinali elettori, secondo l'ordine di precedenza, hanno poi prestato il giuramento con la seguente formula:

Ed io (N.), Cardinale N.,
prometto, mi obbligo e giuro.

E ponendo la mano sul Vangelo presentato a ciascuno di essi dai Cerimonieri, hanno aggiunto:

Così Dio mi aiuti
e questi Santi Evangeli
che tocco con la mia mano.

Terminato il giuramento, il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, mons. Guido Marini, intima l’«Extra omnes», e coloro che non partecipano al Conclave lasciano la Cappella Sistina.

Poi, presente ancora il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, il cardinale non elettore Prospero Grech tiene ai Cardinali elettori la meditazione sul gravissimo compito che li attende e sulla necessità che nell'elezione del Romano Pontefice agiscano in tutto con retta intenzione, cercando di compiere solo la volontà di Dio e mirando unicamente al bene di tutta la Chiesa. 

Radio Vaticana 

La nostra misura è il Figlio di Dio



Oggi, la celebrazione della Missa Pro Eligendo Romano Pontifice fa da preludio all'inizio del Conclave che dovrà scegliere il successore di Benedetto XVI. Per l'occasione - e per la sua attualità - riprendiamo il passaggio centrale dell'omelia pronunciata in analoga circostanza dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, subito prima del Conclave che lo elesse Papa, otto anni fa.

(...) Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.
Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1).
http://www.vatican.va/gpII/documents/homily-pro-eligendo-pontifice_20050418_it.html