martedì 12 marzo 2013

Come si sente l’uomo chiamato?

UNA TESTIMONIANZA DI PAPA WOJTYLA 

 Come si sente un uomo sotto la volta della Cappella Sistina, quando le schede dell’urna dicono il suo nome, e ancora, e di nuovo quel nome è inesorabilmente ripetuto? Sotto al gran cielo del Giudizio, come si sente un uomo, quando d’improvviso tutta la sua vita gli si svela come da sempre orientata a quell’ora, a quell’istante?
  Giovanni Paolo II alla Sistina ha dedicato il suo
 
 Trittico romano ,

  e più volte ha ricordato quel giorno, in quell’aula – quando l’antico rettore del suo Seminario Maximilien de Furstenberg gli annunciò, in latino: «
 Magister adest, et vocat te ».
  Ma c’è un passo di un discorso del dicembre 1999 in cui il Pontefice polacco descrive il San Pietro del Perugino, nel ciclo parietale della Sistina, e pare quasi un parlare autobiografico. L’apostolo riceve la grande chiave da Cristo, ma, disse Papa Wojtyla, «è delineata sul volto di Pietro la toccante espressione di umiltà con cui egli riceve l’insegna del suo ministero, stando in ginocchio e quasi indietreggiando davanti al Maestro. Si direbbe un Pietro rannicchiato nella sua pochezza, trepidante, sorpreso da così immensa fiducia e desideroso, per così dire, di scomparire, perché solo il Maestro resti visibile nella sua persona».
  Stando in ginocchio e quasi indietreggiando, «rannicchiato nella sua pochezza». Così si sente un uomo ancora oggi, nella magnificenza della Sistina, quando è il suo nome che viene pronunciato? L’immagine di Wojtyla fa pensare che, in quell’attimo, per prima si affacci la coscienza di ciò che si è, del proprio esser poco, e la memoria delle volte che questo 'poco' si è fatto dolorosamente evidente (Pietro si rannicchia, quasi, sgomento, sembra volersi fare più piccolo).
  Ma subito dopo c’è lo sbalordimento della straordinaria fiducia accordatagli, fiducia che come un torrente gonfio travolge e vince tutti i 'ma', tutte le riserve: volendo l’eletto a quel punto scomparire, e che solo Cristo traspaia, attraverso il suo povero volto di uomo. «Lo sguardo rapito – continuano le parole di Giovanni Paolo II – fa indovinare sulle sue labbra non solo la confessione di Cesarea di Filippo – 'Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente' – ma anche la dichiarazione di amore fatta al Risorto dopo l’esperienza amara del rinnegamento: 'Tu lo sai che ti amo'». All’eletto dunque torna in mente in quel momento l’istante, magari adolescente, magari addirittura infantile, del suo innamoramento per Cristo, bruciante, senza possibilità di compromesso – ciò che ha deciso di tutta la sua vita. Ma, anche, si ripresenta il ricordo più maturo e dolente che segue il tradimento; quando, tornando indietro a capo chino da una strada smarrita, un cristiano non può che dire, sommessamente: me ne ero andato, ma tu lo sai in realtà, che ti amo. «È il volto di chi è ben consapevole di essere peccatore, e di aver bisogno di continuo ravvedimento per poter confermare i suoi fratelli», continua Giovanni Paolo II. La prima coscienza del nuovo erede di Pietro, testimonia uno di loro, è quella di essere un peccatore; quella santa umile certezza di non essere il migliore, il più saggio, il più valoroso, ma il sapersi invece un niente, mendicante di Cristo.
  «È un volto – aggiungeva ancora Giovanni Paolo II – che dice assoluta dipendenza dagli occhi e dalle labbra del Salvatore, esprimendo così mirabilmente il senso del servizio universale di Pietro, posto nella Chiesa, con gli apostoli di cui è capo, a rappresentare visibilmente il Cristo, il 'Pastore grande delle pecore', sempre presente in mezzo al suo popolo». «Assoluta dipendenza»: come un bambino molto piccolo che fissi la madre. Gli occhi su quel volto da sempre cercato, che ora si palesa, e imperiosamente chiama.
  Come si sente un uomo, in quel momento, sotto la volta della Sistina? Parola di un Papa e di un beato: Karol Wojtyla così ce lo ha raccontato.
 

MARINA CORRADI

lunedì 11 marzo 2013

JULIÁN CARRÓN «Una vita che sgorga dalla presenza di Cristo»

11/03/2013 - Dal gesto di Benedetto XVI all'attesa per il nuovo Pontefice. La guida di CL, in un'intervista di Alessandro Banfi, ai microfoni di Tgcom24, spiega che cosa i cristiani possono ancora scoprire in quello che sta accadendo
Buongiorno a don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Grazie di essere con noi.
Grazie. È un piacere.

Lei in un articolo su la Repubblica ha dato un po’ il senso del gesto [di Benedetto XVI] parlando di un gesto di libertà, questa è stata la parola chiave del suo commento. Ce la può spiegare?
Il senso mi sembra molto semplice: una cosa così, un gesto di questo calibro, non si può spiegare soltanto per certi fattori che sembrano all’origine di un gesto così: il coraggio, le difficoltà, la situazione della Chiesa, perché non spiegano una cosa: la letizia del volto del Papa. Mi veniva questa idea quando ho visto per l’ultima volta il Papa con il suo volto risplendente prima del chiudersi della porta a Castelgandolfo; possiamo dare tutte le interpretazioni che vogliamo, ma quella faccia lieta resta, e ciascuno deve misurarsi con questo: se qualsiasi interpretazione è in grado di dare ragione adeguata di questa letizia.

E allora qual è il vero senso di questo gesto?
Secondo me soltanto che c’è Qualcuno che riempie il cuore del Papa, che lo fa traboccare di quella gioia che si vede nella faccia. Tutti noi abbiamo esperienza di questo. Non è una strategia, non è qualcosa che possiamo darci noi, non è qualcosa che possiamo raggiungere con qualche percorso molto ben pensato; è qualcosa che ci troviamo addosso quando succede qualcosa di così grande, di così bello che ci riempie, tanto che ci fa risplendere la faccia. È una pienezza all’origine della libertà.

Ratzinger però non ha una personalità particolarmente emotiva, lui stesso dice di sé: «Non sono un mistico». Il suo è stato un percorso molto razionale, molto intellettuale anche.
È per questo che ancora occorre dare una spiegazione adeguata per questo, perché non è una persona in grado di prendere una decisione di questo calibro senza capirne la portata e le conseguenze, non è una persona che fa un gesto non pienamente consapevole. Per questo non si può ridurre a un problema sentimentale questa letizia di cui parlo; è una letizia che ha un’origine talmente profonda, talmente radicata nel profondo dell’essere. Per questo dicevo… mi domandavo: ma qualcuno si domanda che cosa vuol dire Cristo per Joseph Ratzinger, per la sua persona? Perché chiunque lo può vedere, quando ha un’esperienza vera di amore, che quello che riempie la vita non è nessuna strategia, è trovarsi davanti a una presenza che sorprendentemente lo fa risplendere. È soltanto se noi partiamo dall’esperienza elementare del vivere che possiamo capire l’esperienza elementare di un altro. Senza questo rimaniamo nella nostra interpretazione, senza guardare quello che abbiamo davanti; perché se qualcuno ci dice - quando ci vede così contenti fino al punto che si domanda -: «Ma cosa ti è successo?», non è che basti a spiegare [questo] una strategia o un coraggio. «Perché sei venuta contenta a lavorare oggi?», diciamo, «che cosa ti è successo?» È un’altra cosa, è un Altro che è all’origine di quella faccia che uno trova nel collega o nell’amico.

Insomma lei dice: [il Papa] ha riportato la Chiesa a riflettere sulla sua natura, alla fine sul fondo della questione, cioè su Gesù Cristo.
Esatto. Questo è quello che lui ha detto. La questione è che per poter capire questo occorre che le persone che guardano questo gesto senza ridurlo possano aver avuto qualche tipo di esperienza. Perché noi possiamo capire l’esperienza di un altro se in qualche modo noi abbiamo fatto esperienza di quello, altrimenti noi pensiamo di capirlo, ma lo riduciamo, e per questo dobbiamo dare altre interpretazioni. È soltanto una persona per cui Cristo è reale, non soltanto una creazione dell’immaginazione, una autoconvinzione, non soltanto il cristianesimo come un’etica, non soltanto ridotto tutto a organizzazione, ma una vita - come ha detto l’ultima volta parlando ai cardinali: la Chiesa è una vita che sgorga costantemente dalla presenza di Cristo -, che può spiegare una cosa del genere. Capisco che questo per tante persone non è una spiegazione perché, non avendo esperienza di Cristo come qualcosa di reale, pensano che non può essere questa la spiegazione. Io lo capisco, è perfettamente comprensibile, ma è soltanto quando uno fa questa esperienza - come facevano quelli che l’o hanno incontrato [Cristo]: «Mai abbiamo visto una cosa così» - che può capire un’esperienza del genere.

E tuttavia questo gesto comunica anche un’ansia di rinnovamento, di cambiamento, di autoriforma della Chiesa.
Ma questo mi sembra che in tutto quello che lui ha detto dopo è presente, perché è come se nel gesto ci fosse non soltanto il richiamo al rinnovamento, dicendo che cosa è la Chiesa e che cosa è Cristo, ma c’è anche il metodo: guardate che se Cristo non diventa questo per noi, non si può rinnovare la Chiesa con delle strategie, e se non ci convertiamo a Lui, non nel senso tante volte in cui intendiamo questa parola “conversione”, come se fosse di nuovo qualcosa di moralistico; no, se Cristo non diventa per noi la cosa più cara, sarà impossibile il rinnovamento, perché l’uomo ha un desiderio di pienezza: se non la trova in una presenza come Cristo, la cerca altrove, tutti la cerchiamo altrove se non è questo. Per questo non soltanto il gesto di per sé è già un richiamo, ma ci offre anche il metodo e la strada per rispondere a questo richiamo; non è soltanto un richiamo moralista, ci testimonia la strada. Come nel primo incontro che racconta il Vangelo, nel primo incontro c’è la risposta e la strada, quando i due primi, Giovanni e Andrea, hanno incontrato Gesù, hanno incontrato una persona, una presenza così eccezionale che lì c’era la strada, tanto è vero che sono tornati il giorno dopo a cercarLo e sono diventati Suoi per il resto della vita. La questione è se la Chiesa capisce che questo è il metodo; soltanto se la Chiesa diventa una presenza, se ogni cristiano diventa questo tipo di presenza così che, guardandolo, uno vuole tornare a vederlo il giorno dopo perché è decisivo per il vivere.

Ecco, secondo lei quali sono le necessità della Chiesa in questo momento?
La Chiesa necessita di quello che lui ci ha detto con l’indire l’Anno della Fede, cioè la Chiesa ha bisogno, come tutti abbiamo bisogno in ogni momento della nostra vita, di riscoprire che cosa ci è accaduto quando siamo diventati cristiani, riscoprirlo di nuovo come qualcosa di affascinante, di nuovo, di veramente attraente per la vita. Se si riduce questo a una qualsiasi delle riduzioni odierne del cristianesimo: organizzazione, etica, spiritualismo, tutto questo non è in grado di prendere la totalità dell’io, e se non prende la totalità dell’io cerchiamo la soddisfazione altrove. A me piace tantissimo una frase di san Tommaso che riassume bene questo: «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente la sostiene, dove trova la più grande soddisfazione». Il problema della vita per ciascuno di noi, credenti o non credenti, è dove trova uno la più grande soddisfazione. La questione è che in tutte le presenze che incontriamo, tutte le persone che incontriamo in un certo momento ci soddisfano e poi tante volte decade. Qui l’unica questione è se c’è una presenza in cui la soddisfazione non solo non decade, ma cresce nel tempo, perché altrimenti la vita perde di significato. Ci troviamo in quella famosa frase di Eliot: «Perdiamo la vita vivendo». Purtroppo questa è l’esperienza di tanti. Invece l’esperienza cristiana ci offre un’altra possibilità: guadagnare la vita vivendo. E tu vedi che questo è vero perché in una persona all’età del Papa tu non vedi che è perdente; vedi che nel massimo della sua maturità, nella faccia tu vedi che questo uomo guadagna la vita vivendo.

Don Julián, le faccio anche una domanda, se vuole, banale, ma realistica. Che identikit può avere il nuovo Papa?
Mi sembra che quello che stiamo dicendo è questo - non è che occorra un identikit particolare -: occorre un cristiano, un credente, una persona che possa testimoniare, come ha fatto Benedetto XVI e prima Giovanni Paolo II – per citare gli ultimi due – la bellezza di Cristo; perché il problema oggi è questo: in un mondo smarrito - abbiamo ben presente la situazione, dove ci troviamo come mine vaganti -, che le persone possano trovare qualcosa a cui ancorarsi, che possa veramente rispondere. E questo non è prima di tutto un’organizzazione, prima di tutto un comitato, è un cristiano – diciamo –, una creatura nuova. Mi sembra che è la scoperta dell’acqua calda dire queste cose, ma è semplicemente quello che tutti desidereremmo trovare accanto, trovare davanti: una persona che, guardandola, ci faccia compagnia nelle cose fondamentali del vivere.

Lei citava prima il poeta inglese Eliot. Ecco, il suo amatissimo predecessore, don Giussani, rispondendo a una domanda, in una delle sue ultime interviste televisive diceva proprio a proposito della famosa frase di Eliot: «È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?», lui rispondeva: «Tutte e due» e diceva: «La Chiesa si vergogna di Cristo».
Sì, in un certo modo sì. La questione è: perché ci vergogniamo di Cristo? Perché, non avendoLo scoperto con tutta la nostra umanità, pensiamo che non offriamo a noi stessi e agli altri la cosa più grande che possiamo offrire. Se uno dà un regalo a un altro, lo dà contento, perché considera che gli fa un piacere, che gli dà il meglio che ha, ma per poterlo offrire così, con questa libertà, con questa gioia, con questa letizia, occorre che sia convinto che questo è un bene per l’altro, e fa questo soltanto se ha la convinzione che è un bene per sé. E la questione, allora, diventa sempre la stessa: che cosa abbiamo noi di più caro? Perché se noi non abbiamo di più caro - come diceva il famoso Solov’ev - Cristo, allora è difficile che noi non abbiamo vergogna di proporlo. E quando uno ha questa letizia, questo si vede soprattutto nelle persone che lo incontrano di nuovo, quegli ultimi appena arrivati che sono così traboccanti della letizia di quello che hanno incontrato che non hanno nessuna vergogna di dirlo, tanto sono convinti di offrire agli altri quello che per loro è stata la scoperta della vita, come succedeva all’inizio e come succede adesso nelle persone che lo riscoprono. Il problema è questo: che la Chiesa, che ciascuno di noi come cristiani possiamo riscoprire questo.

Nell’ultimo discorso, ricevendo i preti della diocesi di Roma, Ratzinger ha concluso dicendo: «Cristo vince». In che senso è vera questa affermazione?
È una certezza metafisica e esistenziale. La questione è che, secondo un disegno che non è il nostro, vince in coloro che Lo accettano; a coloro che Lo accettano dà la potestà, il potere, la possibilità di sperimentare che sono figli di Dio, cioè che sono così in grado di poter vivere quella pienezza che Lui dà che allora vince. Perché… perché, cosa è la vittoria? La vittoria è non un potere, non un’egemonia, non una capacità di controllo, di dominio o di possesso dell’altro, è la capacità di conquistare il nostro io fino alla radice, di attirarci così tanto che possa veramente conquistarci. Questa è la vittoria di Cristo. Senza questo il cristianesimo non ha interesse, né per noi né per gli altri.
di Alessandro Banfi

Quella “Giornata Aperta” a un prof fuori dagli schemi


Alessandro D’Avenia non firma autografi. Sorride all’oceano in tempesta dei suoi fan riunitosi al liceo Carducci di Milano in occasione dell’incontro con l’autore, in programma nella “Giornata Aperta” organizzata da studenti e professori dell’Istituto: «Non faccio autografi, solo dediche. Dimmi, dove studi? Cosa farai l’anno prossimo?».

A ognuno chiede come stia, s’interessa dei sogni di tutti. Perché Alessandro D’Avenia è fatto così: ai sorrisi finti e alle prediche preferisce opporre la vita vera, quella fatta di luci e ombre, che prima o poi, nel silenzio della nostra intimità, ci coglie tutti alla sprovvista. Ha capito il vero segreto, D’Avenia: non sono in primo luogo i grandi ideali che conquistano il cuore di un uomo, ma l’incontro con una persona felice, la felicità della quale vuoi imparare a condividere. Poi ci sarà spazio per i grandi discorsi. Ma s’incomincia sempre dal rapporto con la gioia. Ed è questo il motivo per cui sabato 9 marzo, per un’ora e mezza, nell’Aula Magna del mio liceo è calato un silenzio come non ne avevo mai sentiti in cinque anni passati là: ecco sul palco un innamorato che parla. È la semplicità la grandezza dell’amore. E, infatti, D’Avenia non ha fatto altro che raccontare storie semplicissime: a partire da quando ha fatto il grande passo dall’asilo alle elementari («per i Romani scuola si diceva ludus, gioco; per i Greci scholè, tempo libero… Per noi, dell’obbligo»). Fino al martirio di quel don Pino Puglisi, suo professore di religione a Palermo, che un giorno non venne più a scuola perché era stato ammazzato dalla mafia. Il talento di questo giovane professore e scrittore è quello di saper toccare con delicatezza invincibile tutti i temi fondamentali dell’esistenza, e soprattutto di farlo con decisione e coraggio. E così, se il tema della “Giornata Aperta” era la crisi, lui di crisi ha voluto parlare. Ma non prettamente di quella economica, sarebbe troppo poco: ha scelto di parlare di che cos’è la crisi nel senso dei momenti dolorosi della vita di ognuno di noi. Come ha detto, ogni cosa grande comincia da una crisi: «Pensate che Iliade e Signore degli Anelli partono da quello».

E non è un male che ci siano le crisi, è semplicemente il naturale svolgersi del dolore presente nella nostra vita: non è altro che il momento, sempre più fondamentale mano a mano che uno cresce, in cui occorre fare delle scelte. E così ci ha raccontato di Oreste, che si domanda: «Tì dràso?», che significa: «Cosa farò rispetto al mio destino?», nel momento in cui è costretto dalla sorte se uccidere sua madre o disubbidire agli dèi. E poi di quel giovane ricco del Vangelo secondo Luca («gli evangelisti sono gli scrittori più importanti, perché non abbiamo avuto neanche bisogno di ricordarci il loro cognome»), che chiede a Cristo: «Tì poièo?», ovvero: «Cosa farò poeticamente della mia vita?», dal momento che nel Vangelo non c’è più l’ansia dello scontro col destino tanto discusso dai greci, perché nella Sacra Scrittura il destino s’è fatto incontro all’uomo. Anche se l’uomo, come nel caso del giovane ricco, può voltargli le spalle per tornare all’insoddisfacente vita di prima.

Questa è l’abilità di D’Avenia: riesce a parlarti per due ore di Dio e della preghiera senza mai pronunciarli, per non far storcere nessun naso. Scommetto che tutti e duecento i presenti se ne saranno andati col desiderio di coltivare quella “vita interiore” di cui lui ha parlato tutto il tempo: chissà se invece avesse proferito la parola “orazione”, cos’avrebbe pensato la gente. Ma il buon professore è maestro di delicatezza: lascia che il lavoro di maturità avvenga nell’intimo dello studente. Lui ha solo il compito di «fare innamorare, non di impartire nozioni».
E dalla crisi, come si esce? «Smettendo di lamentarsi e costruendo qualcosa di bello: il resto verrà di conseguenza». Appunto, perché è attorno alla felicità che le persone si ritrovano tutte d’accordo. Come quei duecento ammutoliti e commossi in aula magna.

«Costruendo qualcosa di bello», proprio quello che una parte del Carducci ha cercato di fare dando vita alla “Giornata Aperta”, della quale può dare testimonianza la gratitudine che mi riempie ancora il cuore. Ascoltare D’Avenia è stato incredibile, ma ogni momento di quella giornata lo è stato: perché dai relatori venuti gratuitamente ai primini affaccendati, alle band che la sera hanno suonato per beneficenza ogni atto ed ogni gesto sono stati il contributo amorevole di persone volenterose ad un’opera di bene
. 
di Carlo Simone -  http://www.tracce.it

domenica 10 marzo 2013

La domanda sulla Chiesa che scava nel nostro profondo

Lei in metropoli­tana scendendo dalla 86ma verso  Downtown mi dice: «Ho visto un cardinale in tv, non ricordo come si chiama. Gli chiedevano se ora la Chiesa sarà più progressista o qualcosa del genere. E lui diceva che il compito della Chiesa è custodire l’annuncio del Vangelo». Poi la mia amica fa una pausa. «Non ho capito cosa volesse dire… Me lo spieghi?». Come la viaggiatrice, che sulla linea rossa attraversa i sotterranei della Grande Mela, ho sentito tanti in questi giorni passati tra università, letture di poesia, ritrovi con amici e nuovi incontri. In ogni dove e anche qui a New York, si fanno domande attorno alla Chiesa. A proposito di questa 'cosa' che è salita alla ribalta per il gesto 'strano' del suo capo. In quel vuoto lasciato da Benedetto si sono infilate un sacco di domande, di questioni. A tavola, in viaggio, nelle pause del lavoro, nelle aule, su Facebook, su Twitter, ovunque si conversi dal vivo o in virtuale. A volte solo poche battute superficiali, spesso la ripetizione di vecchi schemi ritriti, come quello del giornalista visto dalla mia amica. Ma altre volte, non poche, una sincera curiosità. È stato sempre così. Il cristianesimo fa sempre discutere.
  Anche quando si pensa di sapere già di che cosa si tratta, capita qualcosa che te lo fa 'scoprire' di nuovo. Immagino che nelle bettole, nelle aule, nei mercati di duemilatredici anni fa a Betania, a Gerusalemme, a Cafarnao doveva accadere qualcosa del genere. «Che cosa sta succedendo?» «Chi è che deve venire?». E allora come ora non manca chi cerca in modo farisaico di tenere occulto il nocciolo della questione. Gesù accusava i Farisei di nascondere Dio al popolo dietro i fumi dei loro discorsi, dei loro sofismi, delle loro leggi pesanti e astruse. Anche oggi si vede un formicolare di chiacchiericcio farisaico.
 
 Gente che non intende il nocciolo della questione, ovvero il significato della presenza della Chiesa nella storia umana, e cerca di confondere le persone con piccoli giochi di fumo. Ma l’esperienza del 'colpo' e della curiosità successive sono più forti di ogni trucco.
  E oggi come allora la domanda su questa strana presenza si insegue e si dirama. Per nuove bettole e città, per nuovi mercati e nuove aule, tra templi e grattacieli. In un mondo pagano e religiosissimo come duemila anni fa, irrompe una cosa strana. È soprattutto una grande chance per i cristiani di testimoniare l’essenziale. Il motivo per cui la Chiesa fa parlare di sé è sempre e comunque, nel bene e nel male, legata alla sua natura di 'sposa'. Di una insomma che è legata a un Altro. E che esiste solo per un motivo: annunciare che Cristo è vivo. La si ama e la si odia per questo. Perché i nostri limiti e orrori nascondono la sua luce, o perché si preferiscono luci di idoli artificiali e non si sopporta la sua stessa esistenza, come si vede in molti casi crescenti di persecuzione e di insofferenza. Ci sono poi quelli che a volte in modo buffo si impancano a esperti e spiegano a uditori improvvisati i misteri di una storia millenaria, le 'regole', i retroscena. Fanno quasi tenerezza.
  Magari fino a qualche tempo fa se ne fregavano altamente di qualsiasi cosa accadesse o dicesse il Papa (o altre voci della Chiesa, consacrate o laiche) e ora fanno quelli che la sanno lunga... Ma resta il fatto di una strana inquietudine, di una domanda, che s’è aperta, vasta, diffusa, imprevista. Anche quando è confusa porta attaccate – come le radici nascoste di un bulbo quando lo si estrae – le domande più profonde di ogni persona viva. Quelle sul proprio destino, su cosa è stare qui, soffrire, amare, morire, stare soli o insieme, orfani o figli, creature o pezzi di nulla. E cosa c’entra con tutto questo lo strano Nazareno. 
 DAVIDE RONDONI 

Alessandro Banfi intervista Julián Carrón (TGCOM24)



giovedì 7 marzo 2013

Educare alla verità sfida per la scuola

«La passione per il bene dei ragazzi e l’a­more per la propria disciplina». Sono queste le qualità principali di un buon insegnante secondo Marco Bersanelli. Ordina­rio di astronomia e astrofisica e direttore della Scuola di dottorato in fisica, astrofisica e fisica applicata all’Università degli Studi di Milano, Bersanelli ha partecipato a due spedizioni scien­tifiche al Polo Sud ed è fra i responsabili scien­tifici della missione spaziale Planck dell’Agen­zia Spaziale Europea, dedicata allo studio del­l’universo primordiale. Bersanelli sarà uno dei relatori nel Convegno nazionale della CdO O­pere Educative dal titolo «Scopo della scuola è l’educazione della persona» che si terrà da do­mani a domenica a Pacengo Di Lazise, in pro­vincia di Verona.
 
 Professore, che cosa significa amare la pro­pria disciplina?
 
 Di recente, incontrando i nuovi studenti di fi­sica alla prima lezione del corso di meccanica, mi è venuto da dire così: «Stiamo iniziando un corso di quaranta ore, distribuite in un seme­stre, e potremo ripercorrere un cammino di quattro secoli, diciamo semplificando da Ga­lileo a oggi, quattro secoli di intuizioni, di sco­perte di alcuni dei più grandi geni dell’umanità. In quaranta ore potremo capire, non generica­mente ma in profondità, le leggi fondamenta­li della meccanica, la gravitazione universale di Newton. Pensate che cosa avrebbero dato un Aristotele o un Archimede per poter essere qui con noi». Ecco, credo che la prima necessaria qualità di un insegnante sia quella di sentire la portata di ciò che sta per succedere a quei ra­gazzi attraverso il contenuto e la storia di cui egli stesso è il testimone. Una maestra di pri­ma elementare dovrebbe moltiplicare questa coscienza per mille, perché insegnare a legge­re e a scrivere implica una storia che arriva fi­no agli albori della civiltà. Amare la propria di­sciplina significa sentire la portata dell’avven­tura in cui siamo e in cui invitiamo i nostri ra­gazzi a entrare. 
 E che cosa vuol dire passione per il bene dei ragazzi? Non è un concetto un po’ vago?

 Al contrario, è la cosa più concreta, perché è quella che maggiormente incide sul nostro modo di insegnare. Lo scopo dell’insegna­mento non può limitarsi a far sì che il ragaz­zo esca dalla scuola «sapendo tante cose», ma deve tendere all’educazione, alla formazione della personalità del ragazzo, a far emergere la sua ragione e la sua libertà. Ma ciò non av-
 viene se non attraverso una immedesimazio­ne con l’umanità di quel ragazzo che hai da­vanti, attraverso un’affezione al suo bene in­tero. Questo struggimento per il bene dell’al­tro viene prima di qualunque tecnica messa in campo, e senza questo rimaniamo deboli come forza educativa.
 
 Quali sono oggi le difficoltà principali nei ra­gazzi nei confronti dello studio e della ri­cerca?
 
 Direi che si è indebolita l’idea di futuro. 
 Si riferisce alla crisi economica, l’incertezza del lavoro per il domani?

 Certo, ma forse non è solo questo. Il futuro sembra aver perso un po’ della sua dimensio­ne di possibilità, di imprevedibilità. Ad esem­pio, oggi non esiste più un angolo della terra che sia ignoto. Su Google Earth ogni metro quadrato del pianeta è mappato, e fra pochi an­ni avremo risoluzioni ben maggiori. Questo ha un impatto nell’immaginazione dei giova­ni, e anche di noi meno giovani. Secondo fat­tore: è scomparsa l’esperienza del cielo. La vi­sione della notte stellata, con il suo carico di i­gnoto e di immenso, è estranea all’esperienza dei ragazzi. Quando tengo qualche lezione nel­le scuole, faccio alzare la mano: «Chi ha mai visto la Via Lattea, almeno una volta?». Di an­no in anno il numero di mani che si alzano ten­de a zero. Il senso dell’immensità è quasi as­sente. La terra non ha più segreti, il cielo non si vede. E poi c’è una sfumatura sempre più te­nue tra ciò che è reale e ciò che è virtuale. Tut­to questo conduce a una nuova sfida: o l’im­maginazione è sostenuta da un senso pieno della realtà, della vita, da un gusto dell’impre­visto, oppure rischia di perdersi. «Un imprevi­sto
 è la sola speranza, ma mi dicono che è u­na stoltezza dirselo», scriveva Montale. Ecco, credo che come educatori dobbiamo percepi­re anzitutto per noi la categoria del possibile, dell’imprevedibile, perché c’è un mistero che grida nella realtà che nessun tipo di conoscen­za già acquisita può esaurire.
 
 Quale dovrebbe essere lo scopo della scuola?
 La scuola è efficace, è sé stessa se suscita nei giovani una simpatia profonda per il reale, se facilita lo sviluppo di un uso pieno della ragione e della libertà, del gusto per la verità e la bel­lezza delle cose, fino al loro significato ultimo. E questo non facendo discorsi aggiuntivi, ma attraverso le discipline: infatti insegnando qua­lunque materia particolare, indichiamo impli­citamente un punto di vista su tutta la realtà. Diceva don Julian Carron: «Educare alla ragio­ne vuol dire educare a un rapporto così vero con la realtà che mi impedisca di bloccare la dinamica verso la totalità». La ragione è esi­gente: non si accontenta di risposte parziali, re­clama una risposta esauriente. La domanda particolare, la curiosità particolare non nasce in modo chiaro e proporzionato se non c’è questo allenamento all’uso della propria u­manità
 intera.
 
 Qual è la differenza tra lo scopo di una scuo­la statale e di una paritaria, ad esempio di u­nascuola cattolica?
 Che una scuola sia statale o paritaria lo scopo dovrebbe essere lo stesso: educare la ragione e la libertà dei giovani. Una scuola cattolica, in particolare, non ha il compito introdurre surrettiziamente una certa ideologia cristiana, ma di offrire la propria ipotesi educativa alla libertà dei giovani. Casomai la sfida sarà quel­la di domandarsi: ma un’esperienza cristiana vissuta autenticamente e criticamente è in gra­do, oppure no, di facilitare l’educazione del soggetto, della persona? E su questo dobbia­mo sottoporci a verifica, non è scontato. Da fisico sperimentale sono abituato a parago­narmi con l’evidenza, con i dati che la realtà pone. Occorre essere umili di fronte al dato, essere disposti a correggersi, a trovare il modo di essere più adeguati, o meno inadeguati, al compito che abbiamo. È vero o non è vero che una certa scuola è in grado di generare un soggetto libero e consapevole, all’altezza del­le sfide a cui è chiamato? Allo stesso modo, chi ci governa dovrebbe porsi seriamente la do­manda: queste esperienze educative sono, op­pure no, un valore aggiunto per la società? E se lo sono, vogliamo soffocarle o permettere loro di esistere?.
DI MARCO LEPORE
 

Oltre la cortina dei veleni la certezza di una Presenza​


 In attesa che il sistema massmediatico stabilisca (bontà sua) chi ha le caratteristiche adatte per succedere a Benedetto XVI al soglio pontificio, noi miseri fedeli che apparteniamo al popolo di Dio siamo un po’ smarriti ma insieme certi.
  Siamo smarriti perché assistiamo a un bombardamento fatto di parole, indiscrezioni, sospetti, documenti più o meno autentici e/o attendibili, retroscena e veleni quale mai si era visto finora. Azioni di guerra tese soprattutto a screditare questo o quel papabile. Sarà vero quel che si dice di Caio? Chi ha interesse a mettere Tizio in cattiva luce? E come mai 'lì' si tace di ciò che pare abbia commesso Sempronio che 'là' viene rivelato? Fioccano le accuse di pedofilia, con leggerezza sommaria e feroce, poco importa se si tratta di casi veri, di casi presunti o di casi già affrontati secondo la linea della 'tolleranza zero' di Benedetto XVI.
  Tolleranza zero che, a causa dell’indifferenza di Stati e mass media verso le reali proporzioni e responsabilità di un gigantesco fenomeno di violenza e affari, la Chiesa è oggi desolatamente la sola al mondo ad attuare. L’importante è che quel mefitico termine possa essere sbandierato sui giornali o sui teleschermi.
  Calunniate, calunniate, qualcosa resterà.
  Si rispolverano dossier e inchieste su scandali finanziari veri o presunti, si estraggono con disinvoltura scheletri tenuti negli armadi. Tutte armi improprie che 'tornano comode' per incrinare o demolire questa o quella candidatura. E così la scena su cui si sviluppa il conto alla rovescia verso il conclave sembra uscire dalle pagine più tetre di un romanzo di Dan Brown.
  Il popolo di Dio, la gente semplice, assiste a questo spettacolo mediatico con un misto di dolore e sconcerto, ma insieme vive la certezza che le forze del male non riusciranno a distruggere la Sposa di Cristo.
 Non praevalebunt , sta scritto. Gli errori umani possono diventare motivo di scandalo. Ma se ognuno di noi si guarda allo specchio con verità, se davvero è onesto con se stesso, può scoprire abissi di male che certificano la debolezza umana, documentano mille incoerenze, testimoniano il limite con cui ci dobbiamo misurare. E insieme può conoscere la tenerezza di Dio, che non fa del limite un’obiezione ma l’occasione per mostrare la sua misericordia. Nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, il 16 aprile 2012, Benedetto XVI disse: «So che Egli è risorto, che la sua luce è più forte di ogni oscurità; che la bontà di Dio è più forte di ogni male di questo mondo. Questo mi aiuta a procedere con sicurezza».
  Mi vengono in mente alcune suggestioni. San Paolo, persecutore incallito della nascente Chiesa di Cristo, della quale poi si innamora diventandone testimone intrepido
 usque ad mortem . San Carlo, vescovo di Milano da tutti ammirato per la sua vita specchiata e che però sentiva il bisogno di confessare ogni giorno i suoi peccati. E infine il mio vecchio padre, semplice uomo del popolo, che ama ripetere un detto imparato da piccolo che ha accompagnato i suoi novant’anni: «Quando un peccatore si converte, l’aspetta sempre Dio a braccia aperte».
  Quanti assassini, quanti ladri, quanti uomini malvissuti sono stati raggiunti dall’abbraccio misericordioso di Dio che li ha indotti a cambiare vita? La storia del cristianesimo è piena di peccatori e prostitute che «vi precederanno nel Regno di Dio». La Chiesa è esigente, ma esige la conversione prima che la coerenza. Tutti desiderano un Papa santo, dalla vita specchiata. Ma se qualcuno immagina un Papa indenne dal peccato, sta sognando. E, in fondo, sta negando alla radice la rivoluzione del cristianesimo: per redimere l’uomo dall’errore è stato necessario che Dio si facesse uomo e c’è voluto Cristo che morisse in croce. Chi è consapevole che soltanto l’abbraccio della misericordia di Dio e il sacrificio di suo Figlio sulla croce tengono in piedi l’esistenza, può guardare al clamore mediatico che accompagna questi giorni senza che lo smarrimento prenda il sopravvento sulla certezza. E fare la cosa più umana che si possa fare per il successore di Benedetto XVI: pregare, come sta facendo in queste ore il Papa emerito.
 
GIORGIO PAOLUCCI