venerdì 9 settembre 2011

«Ho ancora il cuore commosso»


In vista del suo arrivo alla Diocesi di Milano, il cardinale Angelo Scola è stato ricevuto dal Papa. E in un’intervista a Radio Vaticana, passando per le urgenze del Paese e la situazione dei giovani, racconta cosa sta scoprendo in questi giorni

Il cardinale Angelo Scola.
Di cosa ha bisogno oggi l’Italia per superare la crisi?
L’Italia ha bisogno di ciò che già grandi pensatori, come Platone, dicevano: «Uomini che come dei bravi tessitori usino un ordito solido e una trama morbida per fare rete». In questo Paese bisogna ritornare all’uomo e alle relazioni originarie e costitutive che ogni uomo vive, a partire da quelle fondamentali legate alla famiglia. Bisogna ritornare con energia a credere che l’altro, accolto fino in fondo e partendo da un senso adeguato della vita, può dare sempre ricchezza. Bisogna far riferimento a una società civile, come la nostra - anche se molti criticano questa idea - che è la più ricca d’Europa, piena di risorse, piena di gente che si mette in gioco tutti i giorni col lavoro, con la famiglia, e far leva sui fermenti associativi che vivono in questa società per ridare un volto al Paese. E la politica e le istituzioni debbono servire a governare questa ricchezza senza pretendere di gestirla direttamente: tutta la politica deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e, soprattutto in questo momento di grave crisi, deve dare l’indirizzo circa i rapporti economici e finanziari all’interno del Paese, circa la modalità dello scambio, circa la pratica di una giustizia sociale adeguata; ma poi deve favorire la vita di queste realtà che sono alla base e che in Italia sono ancora solide. Io sono convinto che se si sceglierà questa strada - la strada di relazioni buone e di pratiche virtuose - l’Italia, insieme a tutti gli altri Paesi europei del mondo, uscirà dal male oscuro di questa crisi. Milano sicuramente - è sotto gli occhi di tutti - per quanto riguarda il nostro Paese, ha un compito capitale insostituibile in questa direzione.

Un suo pensiero per i giovani che stanno subendo le conseguenze maggiori di questa crisi…
Io sono rimasto colpito a Madrid da una cosa: la maggioranza dei ragazzi di Madrid era giovanissima, dai 15 ai 18 anni, e ha cambiato il volto della Gmg. Io ho visto lì l’apertura fresca e semplice di questi ragazzi a Gesù e la loro domanda di senso della vita: poi magari saranno fragili, ma tutte le generazioni a loro modo sono state fragili… Io credo che tutti questi ragazzi abbiano già in sé la risorsa per affrontare questo periodo che per loro è delicatissimo. Ho scritto mesi fa che oggi «la questione giovanile è la vera questione sociale». Io credo, però, che se gli adulti sapranno rinunciare a qualcosa e fare un passo indietro, questi giovani sono già protagonisti del futuro. Come dico sempre loro: «Non lasciatevi ingannare quando vi dicono che voi siete il futuro, perché se non siete già il presente, non sarete neanche il futuro».

Ieri il suo congedo da Venezia …
Sono stato realmente sorpreso dall’intensità e dall’affetto che ho toccato con mano, dopo il primo momento di smarrimento un po’ da parte di tutti per questa mia nomina, anche perché era stata preceduta dalla nomina dell’ausiliare vicario generale a Vicenza. Un affetto oggettivo, legato al cammino di comunione che - con tutti i nostri difetti - abbiamo fatto: l’ho visto anzitutto nel gesto del Pontificale, ieri sera, in San Marco con una presenza foltissima di sacerdoti, religiosi, religiose e laici; l’ho visto nella modalità con cui è stata accolta la mia proposta di segnare la visita del Papa, al termine della visita pastorale, lasciando un’opera di carità al posto di regali; l’ho visto nel desiderio con cui stanno già pregando intensamente per il nuovo Patriarca, così come nella voglia di continuare l’esperienza di ogni autentica Chiesa, della sequela di Cristo, dentro le comunità; e l’ho visto - già da mesi - da come nelle parrocchie, nelle aggregazioni tutti i discorsi del Santo Padre nel Triveneto e a Venezia siano oggetto di lavoro e di meditazione soprattutto in vista dell’incontro di “Aquileia 2”, che vedrà riunite anzitutto le Chiese del Triveneto, ma anche le altre Chiese nate dall’antica Aquileia, per affrontare la nuova evangelizzazione in questa delicata fase storica. Poi c’è stato un altro segno, per me una sorpresa: le autorità civili, il presidente della Regione, il presidente della Provincia e il sindaco hanno voluto offrirmi un concerto – lunedì scorso – alla Fenice, come segno di addio. Cosa che io non mi aspettavo proprio e cosa ancor più bella che tutti - il direttore d’orchestra, gli orchestrali e tutte le maestranze - hanno fatto questo gratuitamente e senza nulla a pretendere. Ieri, poi, i gondolieri mi hanno fatto fare un giro bellissimo su una gondola a 18 remi: le remiere e i gondolieri mi hanno voluto vicino… Ci sono stati tanti segni di gratitudine che non so se io meritassi… Sono molto, molto commosso e porto Venezia nel cuore. Sono convinto che Venezia giocherà un ruolo decisivo per il futuro della Chiesa e per il futuro non solo del nostro Paese, perché è veramente una città dell’umanità. Forse ho detto le cose un po’ alla rinfusa, ma ho ancora il cuore un po’ troppo commosso… Questo è ciò che mi resta dentro!
di Sergio Centofanti (da Radio Vaticana, 8 settembre 2011)

L'addio del patriarca Scola a Venezia


«Questo distacco ci rende più uniti»
Prima il saluto ai sacerdoti e ai vescovi del Nordest nella Basilica della Salute, poi l’ultimo giro nella gondola con 18 rematori lungo il Canal Grande per raccogliere tutto l’affetto dei veneziani, infine la commossa concelebrazione nella Basilica di San Marco. E qui la rassicurazione del cardinale Angelo Scola, arcivescovo eletto di Milano, per 10 anni patriarca della città della laguna. «L’esperienza del distacco, già orientato a un presente di risurrezione, rende ogni partenza provvidenziale – ha detto il porporato –. E la prospettiva della risurrezione ci fa capire che ogni prova è per il nostro bene e ciò che il nostro cuore trattiene ancora di terreno lo si deve orientare verso il cielo». Ieri sera il congedo da Venezia, dalla sua Chiesa; l’altra sera, alla Fenice, quello dalle istituzioni (presenti, fra gli altri, gli operai della Vinyls che l’hanno ringraziato).

Sobria e al tempo stesso solenne, la celebrazione di ieri sera, a cui non ha voluto mancare il patriarca emerito, Marco Cé. Scola guarda in volto la sua gente e insiste con le rassicurazioni: «Questa non è una partenza – rincuora – questo non è propriamente un distacco, non solo perché 10 anni di vita non sono uguale a zero; non solo per la bellezza struggente della nostra Venezia che oggi le Remiere mi hanno fatto vedere con la luce intensissima attraverso un lungo percorso acqueo, non solo per quanto abbiamo potuto realizzare con le nostre forze, non solo perché ci perdoniamo a vicenda ciò che eventualmente di male ci avessimo arrecato. No, nessuna partenza è una partenza, per chi è incamminato verso l’unica meta – Cristo nostra vita – ogni distacco, ci fa mettere a fuoco questa meta».

Con questa premessa, Scola passa ai ringraziamenti: dal cardinale Cé, «che mi è stato più che fratello in tutti questi anni», al vescovo Beniamino Pizziol – che da questa mattina assume il compito di amministratore apostolico fino all’arrivo del nuovo patriarca – dai sacerdoti ai religiosi ai fratelli delle altre confessioni, presenti pure loro in basilica, dai laici alla società civile e alla autorità, dai bambini agli anziani, agli ammalati, ai poveri e agli emarginati. Scola, poi, ha chiesto che eventuali offerte raccolte nell’occasione del suo saluto siano destinate ad un’opera che sappia educare al gratuito.
«Quanto è bella, la nostra Chiesa – ha esclamato Scola –: realmente un luogo di pluriformità nell’unità. Una Chiesa che ha un presbiterio solido, ricco, pluriforme, ma unito». Poi il cardinale ha chiesto scusa per eventuali peccati di omissione: «Domando scusa a coloro che volontariamente o involontariamente avessi potuto offendere in questo cammino. Credo che se ho peccato contro questa Chiesa, ho soprattutto peccato di omissione».

E dopo aver raccontato l’ultimo viaggio in gondola («dalle acque vedevo il prorompere della bellezza della nostra Venezia, assolutamente indicibile, indescrivibile e vedevo la gioia di tutti i visitatori sui vaporetti, stupiti, che salutavano entusiasti, oltre che dei veneziani che mi chiamavano per nome»), Scola ha riservato un messaggio rassicurante anche alla città. «Questo è un presente solido – ha detto –: questa Venezia larga, che non deve più aver bisogno di subordinate per descriversi, dobbiamo amarla tutta, dobbiamo amarci come una cosa sola nell’arcipelago della nostra varietà, perché è messaggio all’umanità».

Al termine della celebrazione un bambino, accompagnato dalla sua famiglia, ha donato a Scola, a nome di tutta la Chiesa diocesana, un anello episcopale che riproduce i simboli principali del patriarcato.
Francesco Dal Mas

A te, Chiesa di Milano, il Signore doni “gioia e pace”


L'8 settembre Natività della Beata Vergine Maria il cardinale Dionigi Tettamanzi ha salutato la Diocesi di Milano, che attende l'arrivo del nuovo Arcivescovo, il cardinale Angelo Scola, «per compiere insieme un altro tratto di strada». Ecco le sue parole:

Carissimi,
in questo giorno, per me così particolare, mi rivolgo a voi per
trasmettervi con il cuore pieno di fiducia e di speranza quell’invito alla gioia
che la liturgia di oggi rivolge a tutti con il suo canto iniziale «Celebriamo con
gioia la Natività della beata vergine Maria; da lei è sorto il Sole di giustizia,
Cristo nostro Dio» (Ingresso). La nostra è soltanto un’eco di quella gioia che
colma il cuore stesso di Dio: «È tuo onore e vanto, o Dio, che una creatura così
splendida e pura sia nata nel mondo» (Conclusione della Liturgia della parola). Il
motivo di questa gioia è dunque la nascita di Maria: «Noi celebriamo oggi il
giorno felice in cui apparve nel mondo come splendida stella l’immacolata e
gloriosa Madre di Dio» (Prefazio).
Proprio in questa Cattedrale, in cui tante volte ho pregato con voi,
simbolo e compendio di tutte le Chiese della Diocesi e luogo della mia
ordinazione presbiterale ed episcopale, e nel contesto della Solennità di Maria
Nascente cui è dedicato il Duomo, la provvidenza divina mi offre oggi la grazia
di rivolgere il saluto ufficiale al termine del mio mandato episcopale al servizio
della Chiesa di Dio che è in Milano.
E non può essere che un saluto tutto ispirato alla maternità di Maria e
alla straordinaria fecondità della Chiesa: un saluto veramente sereno e gioioso,
pur accompagnato da quei sentimenti umani che sono legati ad alcune
inevitabili forme di distacco. Questo distacco avvicina a Gesù e fa riscoprire
un’idea più profonda del mistero della Chiesa. E’ una visione della Chiesa più alta e più lungimirante: con la Chiesa professo la mia fede, per essa rinnovo
tutto il mio affetto e ripongo ogni mia speranza. Sento oggi quanto mai viva in
me la verità affascinante e impegnativa del motto episcopale che da ventidue
anni mi accompagna come Vescovo: “gaudium et pax”. I sentimenti e lo stile
con cui volevo servire la Chiesa, come fratello e come Vescovo, erano nel segno
della gioia e della pace.

Oggi vorrei che l’esperienza della gioia e della pace non fossero tanto la
sintesi del mio servizio in mezzo a voi, quanto l’augurio più semplice e
appassionato per il nostro cammino e per il cammino di tutta la Chiesa aperta
al domani: «A te, Chiesa di Milano, il Signore doni gioia e pace». Mi pare di poter
ritrovare questa «gioia che dona pace» secondo un triplice sguardo di gratitudine
che ha segnato e dovrà segnare il nostro cammino di Chiesa, nella fedeltà al
Signore e ai suoi disegni.
Riconosci la tua bellezza
Il primo sguardo contempla la bellezza spirituale di Maria santissima e
della Chiesa, di cui la Madonna è immagine vivente: una contemplazione tutta
vibrante di gratitudine e di fiducia per quanto mi è stato donato di grazia, di
bene, di santità in questi anni del mio ministero episcopale. La bellezza
spirituale di Maria deve essere considerata non solo in se stessa – come aurora
del Sole di giustizia e come Madre di Cristo – ma anche in rapporto alla
Chiesa, di cui ella è specchio vivo e splendido (cfr. Lumen gentium, n.63). Per
questo la liturgia, mentre parla di Maria che «sorge come l’aurora, bella come la
luna, fulgida come il sole» (Cantico 6,10), dice moltissimo anche della realtà
della Chiesa: «Io sono la madre dell’amore e del timore, della conoscenza e della
santa speranza; in me ogni dono di vita e verità, in me ogni speranza di vita e
virtù. Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei frutti»
(Siracide, 24,18-19).
In particolare, nella festa della nascita di Maria, in questo maestoso
Duomo, desidero fare memoria e rendere grazie a Dio della bellezza e della
luminosità di questa nostra Chiesa ambrosiana, in se stessa e nelle sue
2concrete comunità, nelle famiglie e nelle singole persone. Ci sono vivi, nascosti
e manifesti, molti doni e numerosi carismi di fede e di esperienza spirituale; ci
sono infinite generosità a servizio dei più umili e dei più poveri, in diversi
contesti sociali e in mezzo a molte difficoltà. Quanta carità e buon esempio ho
visto di persona in questi anni! E quanto amore!
Voglio ricordare i ragazzi e i giovani che ho incontrato, con la loro
freschezza e il loro entusiasmo. Vedo davanti a me tanti genitori che amano i
loro figli e desiderano per essi un futuro di verità e di giustizia, in cui possano
crescere accanto a qualcuno che parli loro di Dio e del suo amore per noi.
Penso a tanti uomini e donne di buona volontà che lavorano per il bene
comune, affrontando molti ostacoli e con straordinaria perseveranza.
Sono molto vicino ai miei confratelli sacerdoti, verso i quali mi spingono
una grande stima e un affetto sincero. Carissimi, stiamo attraversando molti
cambiamenti nella Chiesa e nella società: cambiamenti che ci hanno portato
anche a qualche sofferenza e ad alcune scelte non facili; ma tutto questo ci
apre al futuro, ci purifica, ci riconduce all’essenziale, ci fa riflettere
innanzitutto sulla nostra stessa fede e sul senso profondo del nostro
ministero. Vorrei dire a tutti i sacerdoti di questa nostra Chiesa: da oggi,
nell’intercessione della preghiera, vi sentirò ancora più vicini. In particolare,
oggi, vorrei ricordare, ringraziandoli, S. E. il Vicario Generale, i Vescovi
ausiliari, i Vicari episcopali delle Zone e dei settori pastorali, i Decani, i diversi
collaboratori. Un saluto cordialissimo desidero rivolgere al cardinale Carlo
Maria Martini, che mi ha sempre accompagnato con ammirevole discrezione e
molto affetto. In questi anni ho sentito davvero il conforto e l’intercessione
della sua preghiera.
Non posso dimenticare i carissimi seminaristi – in particolare i
Candidati 2012 –, i diaconi, i consacrati e le consacrate – di cui è ancora così
ricca la nostra Chiesa – e tutti i fedeli laici, soprattutto coloro che a diverso
titolo si impegnano nella Chiesa e nella società con una chiara testimonianza
evangelica.
Ai figli di questa santa Chiesa di Milano non mancano certo le rughe e
qualche macchia di infedeltà nell’accogliere il Vangelo e nel rispondere al
mandato universale della carità. E tuttavia, mentre lo riconosciamo umilmente
3e con sincerità di cuore, voglio rendere anzitutto testimonianza del bene e dei
segni di Dio che in questi anni ho potuto contemplare nella nostra Chiesa
milanese. Vi sono autentici tesori di santità, di generosità, di purezza di cuore,
di carità vera che costituiscono la bellezza spirituale e umana di questa
Chiesa. E se ho cercato di servire e guidare questa Chiesa, devo riconoscere
con gratitudine di esserne stato anzitutto io stesso edificato, incoraggiato e
ricolmato di gioia grazie ad un’infinità di persone – che ho cercato di salutare
ad una ad una – e a molte comunità. Per questo guardo alla Chiesa di Milano
e al suo futuro con umile realismo, sempre colmo di fiducia e di serenità.

Corri sulle vie del Vangelo
Il secondo sguardo di gratitudine che anima oggi la mia preghiera e il
mio augurio è il costante anelito verso quello slancio missionario con cui ho
cercato di contrassegnare la vita della nostra Chiesa e delle nostre comunità.
Fin dall’inizio del mio servizio episcopale ho voluto incoraggiare ad assumere
con grande serietà la sfida di annunciare ancora e sempre il Vangelo. Sentivo
nel cuore l’urgente necessità di un nuovo annuncio, a tutti e a ciascuno, ai
vicini e ai lontani; non tanto con le parole, ma innanzitutto con una
testimonianza personale della verità di Gesù Cristo e della bellezza della fede
in una società che è in cerca di speranza.
Auguro davvero che questa bellissima Chiesa di Milano sappia
rinunciare a molte cose pur di non perdere ciò che è essenziale. Forse
occorrerà ridurre qualcosa dei suoi programmi e delle sue istituzioni, ma
semplicemente per renderla ancora più agile e più splendente, positiva, capace
di entrare nel cuore delle persone e nei bisogni più veri di questa nostra
generazione. Il nostro Paese ha bisogno di una Chiesa trasparente, che sia
madre e maestra, comprensiva ed esigente, pronta solo a servire e non a
conquistare, unicamente preoccupata di far incontrare Gesù Cristo mediante
la fede e la carità, capace per questo di amare ogni uomo perché figlio di Dio.

Nel difficile conflitto delle interpretazioni e nell’analisi complessa del
tempo presente, al di là di ogni ideologia e oltre ogni opportunismo del
4momento, ho cercato e ho sempre chiesto a tutti voi di mantenere «fisso lo
sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Ebrei
12,2) e di tenere come bussola il Vangelo, parola, celebrazione e vita. Non
finiremo mai di ritornare all’evidenza del Vangelo, alla sua forza irresistibile e
alla sua divina capacità di aprire al futuro.
Si annuncia il Vangelo con una vita sobria, con una solidarietà sincera,
con la giustizia che onora la dignità personale di tutti, con il coraggio di scelte
profetiche. Si annuncia il Vangelo con una vita ecclesiale basata sulla
comunione che fonda la collaborazione e suscita la corresponsabilità. Si
annuncia il Vangelo rendendo ragione della speranza che è in noi e facendolo
davanti al mondo «con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» (cfr. 1 Pietro
3,15s), non cedendo mai a nessun risentimento, ma divenendo seminatori di
gioia e di pace.
Voglio rinnovare il mio appello allo slancio missionario, anche
simbolicamente lasciando in dono a tutte le comunità parrocchiali il nuovo
Evangeliario Ambrosiano: un segno potente di fede e di arte, per dire il nostro
amore a Cristo e alla sua Parola, la nostra apertura al mondo contemporaneo
e la fiducia audace nello Spirito santo che lo abita, la nostra nativa e liberante
vocazione a realizzare la bellezza divina dell’umano e del cosmo. Chiesa di
Milano, ascolta il Signore e guidata dalla sua Parola corri sulle vie dove il
Vangelo stesso ti manda in missione! Con umiltà, fede e coraggio!
Abbi la gioia della santità
Il terzo sguardo, il più acuto e lungimirante, con cui oggi contemplo
Maria, vergine e madre, e con lei la Chiesa di Milano, si rivolge verso il dono
della santità: santi per vocazione! Nel quadro dell’anniversario della
canonizzazione di Carlo Borromeo, nel ricordo delle numerose beatificazioni
(Talamoni, Monti, Biraghi, Monza, Gnocchi, Morazzone, Alfieri, Vismara) e
della canonizzazione della beata Gianna Beretta Molla avvenute negli anni del
mio episcopato, il mio saluto diventa preghiera perché possiamo tutti avere
veramente nel cuore il desiderio della santità: ciascuno nella sua vocazione,
5secondo il suo stato di vita, con le sue doti e con i suoi limiti, con i suoi
compiti e con le sue responsabilità, con le sue sofferenze e le sue consolazioni.
Davvero Dio è mirabile nei suoi santi! E noi sappiamo che la santità è la
pienezza, è la “misura alta” di ogni vita cristiana e la pienezza di ogni esistenza
umana (cfr. Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, n. 31). «Lo Spirito di Dio
abita in noi» (Romani 8, 9 – Epistola della Messa ) e ci conduce a esprimere in
noi la vita stessa di Dio, a essere perfetti come il Padre che sta nei cieli, santi
perché Lui è Santo (cfr. Levitico 11,44).
A tutti è rivolta la meravigliosa chiamata a essere santi. Questa vita
spirituale profonda, che è la santità, attraversa la nostra biografia ed è ciò che
rimane mentre tutto il resto passa; è la modalità unica e irrepetibile con cui il
Signore ci attira nelle varie stagioni della vita. Mentre cresciamo nella santità
comprendiamo la parte più vera di noi, si chiariscono i nostri compiti e si
consolidano le nostre responsabilità. La santità si coltiva a partire dalla
preghiera e con il passare del tempo, se la santità cresce in noi, diventiamo
sempre più buoni, più esigenti con noi stessi, più misericordiosi con tutti. La
santità ci dischiude il cuore stesso di Dio. La santità è la condizione
necessaria per rendere credibile ed efficace la missione che ci è affidata, per il
bene della Chiesa e di tutta intera la società.
Con questo animo libero e con questa autentica passione per la nostra
Chiesa, guardiamo in avanti.
Sì, guardiamo in avanti, fratelli e sorelle, verso il sole che sorge dall’alto
(Luca 1,78). Nella gioia e nella verità della fede, con sincero affetto auguro
insieme a voi al nuovo Arcivescovo, il cardinale Angelo Scola, di entrare amato
e benedetto – e nel nome del Signore – come Vescovo di questa Chiesa.
Vorrei dire a lui che la Chiesa di Milano, nella quale è nato ed è stato
battezzato, lo aspetta per compiere insieme un altro tratto di strada. La Chiesa
milanese ama i suoi Arcivescovi e li aiuta moltissimo nel loro ministero.
Ringrazio personalmente il Signore per tutto quello che ho ricevuto e prego
Maria Nascente per il nuovo Arcivescovo: per sua intercessione il Signore gli
conceda di gustare senza misura i prodigi della sua grazia (Sufficit gratia tua).
6Maria, donaci sempre il tuo sguardo materno
Dicono che nelle giornate limpide e un po’ ventose da Villa Sacro Cuore
di Triuggio si può vedere la Madonnina del Duomo. Una visione che, fin dal
primo giorno del mio ingresso in Diocesi come Vescovo, mi è sempre stata di
aiuto e di consolazione: oggi questa visione mi richiama quel vincolo di fede e
di affetto che non potrà mai essere cancellato, perché stampato da Dio nei
nostri cuori.
E anche se non sempre potrò vedere la Madonnina del Duomo, sono
sicuro che anche nelle giornate meno limpide, sarà sempre lei, Maria, a
rivolgere su tutti e su ciascuno di noi il suo sguardo materno e misericordioso.
Ogni giorno pregherò la Madonna per la Chiesa di Milano, che mi ha generato
nella fede e che ho cercato di servire con amore.
A voi tutti, che mi siete diventati cari (1Tessalonicesi 2,8), siano gioia e
pace.
+ Dionigi card. Tettamanzi

lunedì 5 settembre 2011

Realtà, non simbolo


Siamo nella settimana del Congresso eucaristico nazionale, il venticinquesimo nella storia dei cattolici italiani. L’Eucarestia non è un gesto puramente devozionale e privato; tende, piuttosto, ad avere un profondo impatto «per la vita quotidiana», come recita il titolo di questo Congresso. Tale impatto rischia a volte di essere valutato e richiesto in termini puramente moralistici; come se si trattasse di un procedimento deduttivo: siccome hai partecipato all’Eucarestia ne consegue che devi comportarti in questa e quest’altra maniera. Il primo impatto «per la vita quotidiana» mi sembra, invece, una rivoluzione di carattere conoscitivo: l’Eucarestia è un potente e permanente invito a riconoscere che la realtà delle cose che vedo non coincide con quello che vedo.
Cerco di spiegarmi raccontando una piccola scoperta che ho fatto in vacanza: il miracolo eucaristico di Alatri. Siamo nel 1228, nella cittadina laziale vive una vecchia fattucchiera. Per le sue pratiche magiche le occorre un’ostia consacrata e convince una ragazza a fare la comunione, ma a non deglutire e quindi a portarle l’ostia. La ragazza esegue e porta a casa la particola consacrata in un fazzoletto. Ma la maga tarda a passare a prenderla e la ragazza, incuriosita, apre il fazzoletto e vi trova un pezzo di carne. Spaventata e pentita corre dal vescovo col fazzoletto e l’ostia trasformata. Il vescovo si rivolge a papa Gregorio IX per chiedere sul da farsi; il pontefice gli dice di conservare onorevolmente la reliquia e di essere clemente con la giovane e severo con la maga. La reliquia c’è ancora oggi. Il miracolo di Alatri è simile a quello più famoso di Bolsena, di poco successivo. In questo caso si tratta di un sacerdote che nutre dubbi sul fatto che quel pezzo di pane che lui stesso ha consacrato sia il corpo di Cristo e il vino il suo sangue. All’atto di spezzare l’ostia, ne escono delle gocce di sangue che finiscono sulla tovaglietta che sta sotto il calice e che si chiama corporale.
Il prete corre subito nella vicina Orvieto, dove risiede il papa Urbano IV, portandogli il corporale. Sarà questo pontefice a istituire la festa del Corpus Domini, il culmine della devozione della Chiesa all’Eucarestia.
Insomma, i miracoli eucaristici stanno a dirci che la realtà dell’ostia consacrata è diversa da ciò che si vede. Quello è effettivamente, realmente il Corpo di Cristo; non è il simbolo della sua vicinanza e sostegno nel cammino della nostra vita, non è neppure il simbolo del nostro desiderio di essere in rapporto con lui o in comunione tra di noi. L’Eucarestia rappresenta una sfida radicale al nostro razionalismo, che tende a delimitare la realtà di quello che ci appare a ciò che ne percepiamo o, al massimo, sentiamo e pensiamo. Una sfida che apre sorprendenti prospettive anche «per la vita quotidiana». Perché se ciò che appare ha una profondità che va oltre l’apparenza, allora si trasforma anche lo sguardo a me stesso, ai miei amici, agli estranei, al tempo che scorre, alla prima foglia che è cominciata a cadere: la finitudine soffocante è sfondata in una prospettiva senza termine.

Pigi Colognesi lunedì 5 settembre 2011
http://www.ilsussidiario.net

domenica 4 settembre 2011

Uomini e donne d'Italia, con Cristo


Gli uomini fanno spesso congressi. Si congregano, si riuniscono. La parola congresso è legata – nel lessico più comune – ai raduni di natura politica, o ai raduni di membri di comunità economiche o scientifiche. I congressi del tal partito o dell’altro, il congresso degli industriali o degli ortopedici, dei fisiatri e così via. Sono eventi speciali. Anche ad Ancona accade un congresso speciale. Però anche normale.

Sì perché lì si radunano uomini e donne, giovani e anziani, chierici e laici, intorno all’Eucaristia. Si radunano, fanno congresso uomini che non sono accomunati da strategie politiche o da interessi scientifici o economici. Non si congregano per discutere idee. Per fissare linee, per eleggere delegati. Si radunano intorno a un Corpo. Si radunano come si radunarono coloro che pronunciarono la frase che dà il titolo: «Da chi andremo?». Erano pochi, spauriti, erano quasi niente in mezzo alla vastità del mondo e di fronte alla storia passata e futura. Ma sapevano che dovevano andare dov’è Lui, stare lì. Congregarsi. Da chi andremo, se non da chi ha mostrato la potenza buona del Padre, se non da chi ha dato corpo all’infinito? Ad Ancona, come duemila anni fa, uomini e donne di ogni genere si congregano, si radunano intorno alla presenza fisica e misteriosa di Gesù. Al Suo corpo. Di fronte al mare Adriatico, sotto la fiammata bianca della pietra di san Ciriaco, svettante cattedrale di Ancona, si raduneranno uomini e donne in modo e misura eccezionale. Per esprimere in modo speciale il normale,il quotidiano segreto di duemila anni fa e di ogni giorno presente della Sua comunità. Si congregano davanti al mare di settembre, in un evento speciale che segna da tempo la vita della Chiesa. Esprimeranno, amplificheranno per così dire, in modo eccezionale quel sussurro di duemila anni fa, uscito dalle labbra dei suoi primi discepoli. Dove andremo, se non dove sei Tu? Dov’è la vita, se non dove è il Tuo corpo presente? Dove andremo, se non dove il Tuo sguardo si posa sulle cose della vita, sul gioire e sul soffrire, sui bambini e sui malati, sulla solitudine e sulla morte, sugli inizi del giorno e sulla notte?

Non va in scena un congresso animato da rivendicazioni economiche o sociali. La comunità trova nel Suo corpo la lena per opporrsi alla malora in ogni campo personale e sociale. Ogni giorno è così, nella penombra di parrocchie e chiese disperse sul volto d’Italia e del mondo, ogni domenica è così. E in chiese improvvisate dove l’uomo vive e soffre, lager o bidonville, fabbriche o ospedali. Ad Ancona si dirà in modo speciale quel che per i cristiani è normale. La normale eccezione di dirGli: dove andremo se non dove sei Tu, portando il nostro anelito di bene, fosse pure remoto e sepolto sotto detriti di fatica e buio… Un congresso per dire che la cosa speciale del cristianesimo è Lui, il suo corpo presente. Che nient’altro vale come stare con Lui.

Lo si dirà ad Ancona, in faccia al mare e al mondo che vorrebbe negargli ancora il corpo, che vorrebbe negare oggi come duemila anni fa a Dio il fatto d’aver preso fisionomia e vita. Che lo vorrebbe lassù nei cieli, semmai, ma non qui in terra con un corpo e uno sguardo che contraddice ogni pretesa e ogni potere. E che lo crocifigge. Si dirà di Lui davanti a un mondo che desidera in ogni fibra toccare la vita, e spesso non sa che abita in quel Corpo.

Un congresso che non ha nessun congresso uguale. Uomini e donne che seguono un movimento strano: non loro hanno scelto Lui, ma Lui li ha scelti. E attirati al suo corpo, al mistero di una vita che non dispera nella vita e vince la morte di ogni giorno e di sempre.

Davide Rondoni
© riproduzione riservata

Stanno estromettendo Gesù dalle chiese

Un giorno, conversando con amici, Ratzinger (ancora cardinale) se ne uscì con una battuta: “Per me una conferma della divinità della fede viene dal fatto che sopravvive a qualche milione di omelie ogni domenica”.

Se ne sentono infatti di tutti i colori. Non c’è solo il prete che – è notizia di ieri – in una basilica della Brianza diffonde una preghiera islamica in cui si inneggia ad Allah.

Ci sono quelli che consigliano la lettura di Mancuso o Augias… E si trovano “installazioni” di arte contemporanea nelle cattedrali che fanno accapponare la pelle.

D’altra parte pure i cardinali di Milano hanno dato sfogo alla “creatività”.

Leggo dal sito di Sandro Magister: “Nel 2005, l’11 maggio, per introdurre un ciclo dedicato al libro di Giobbe è stato chiamato a parlare in Duomo il professor Massimo Cacciari: oltre che sindaco di Venezia, filosofo ‘non credente’ come altri che in anni precedenti avevano preso parte a incontri promossi dal cardinale Martini col titolo, appunto, di ‘Cattedra dei non credenti’. Cacciari ha tessuto l’elogio del vivere senza fede e senza certezze”.

Insomma nelle chiese si può trovare di tutto. Tranne la centralità di Gesù Cristo.

Infatti – nella disattenzione generale – i vescovi italiani hanno estromesso dalle chiese (o almeno vistosamente allontanato dall’altare centrale e accantonato in qualche angolo) proprio Colui che ne sarebbe il legittimo “proprietario”, cioè il Figlio di Dio, presente nel Santissimo Sacramento.

Non sembri una banale battuta. Al Congresso eucaristico nazionale che si sta aprendo ad Ancona dovrebbero considerare gli effetti devastanti prodotti dall’incredibile documento della Commissione Episcopale per la liturgia del 1996 che è il vademecum in base al quale sono state progettate le nuove chiese italiane e i relativi tabernacoli, o sono state “ripensate” le chiese più antiche.

Non si capisce quale sia lo statuto teologico di cui gode una Commissione della Cei (a mio avviso nessuno). Ma la cosa singolare è questa: che nell’ambiente ecclesiastico – a partire da seminari e facoltà teologiche – trovi legioni di teologi pronti (senza alcuna ragione seria) a mettere in discussione i Vangeli (nella loro attendibilità storica) e le parole del Papa, ma se si tratta di testi partoriti dalle loro sapienti meningi, e firmati da qualche commissione episcopale, ti dicono che quelli devono essere considerati sacri e intoccabili.

Dunque in quel testo del 1996, fra le altre cose discutibili, si “consiglia vivamente” di collocare il tabernacolo non solo lontano dall’altare su cui si celebra, ma pure dalla cosiddetta area presbiterale. Relegandolo “in un luogo a parte”.

Le motivazioni – come sempre – sono apparentemente “devote”. Si dice infatti che il tabernacolo potrebbe distrarre dalla celebrazione eucaristica.

Motivazione ridicola e – nella sua enfasi sull’evento celebrativo a discapito della presenza nel tabernacolo – anche pericolosamente somigliante alle tesi di Lutero.

L’effetto inaudito di queste norme è il seguente: nelle chiese si assiste da qualche anno a un accantonamento progressivo del tabernacolo, cioè del luogo più importante della chiesa, quello in cui è presente il Signore.

Prima lo si è collocato in un posto defilato (una colonna o un altare laterale), quindi in una cappella, parzialmente visibile. Alla fine probabilmente sarà del tutto estromesso dalle chiese.

Come risulta essere nell’incredibile edificio di San Giovanni Rotondo in cui è stato portato il corpo di san Pio.

L’edificio, progettato da Renzo Piano, non ha inginocchiatoi e la figura centrale e incombente è l’enorme e spaventoso drago rosso dell’apocalisse rappresentato trionfante nell’immensa vetrata: ebbene il tabernacolo lì non c’è.

Non so a chi sia venuto in mente questo progressivo occultamento dei tabernacoli nelle chiese (che avrebbe fatto inorridire padre Pio). Esso non corrisponde affatto all’insegnamento del Concilio Vaticano II, visto che l’istruzione post-conciliare “Inter Oecumenici” del 1964 affermava che il luogo ordinario del tabernacolo deve essere l’altare maggiore.

E non piace nemmeno al Papa come si vede nell’Esortazione post sinodale “Sacramentum Caritatis” dove egli sottolinea il legame strettissimo che deve esserci fra celebrazione eucaristica e adorazione.

Sottolineatura emersa dall’XI Sinodo dei Vescovi dell’ottobre 2005 che ha richiesto la centralità ed eminenza del tabernacolo.

Basterà per tornare sulla retta via? Nient’affatto. Come dimostra il comportamento – a volte di aperta contestazione al Papa – tenuto da certi vescovi quando il suo famoso “Motu proprio” ha restaurato la libertà di celebrare anche con l’antico messale.

Purtroppo le idee sbagliate dei liturgisti “creativi” continueranno a prevalere sul papa, sul Concilio e sul Sinodo (forse faranno strada anche altre balordaggini come la “prima comunione” a 13 anni). Fa da corollario a questa estromissione di Gesù eucaristico dalle chiese, la stupefacente pratica del biglietto di ingresso istituito perfino per alcune Cattedrali. Degradate così a musei.

La protestantizzazione o la museizzazione delle chiese è un fenomeno dagli effetti spaventosi per la Chiesa Cattolica. Si dovrebbero prendere subito provvedimenti.

Per capire cosa era – e cosa dovrebbe essere – una chiesa cattolica voglio ricordare la storia di due persone significative.

La prima è Edith Stein, una donna straordinaria, filosofa agnostica, di famiglia ebrea, che divenne cattolica, si fece suora carmelitana ed è morta nel lager nazista di Auschwitz.

E’ stata proclamata santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e nell’anno successivo compatrona d’Europa.

La Stein ha raccontato che un primo episodio che la portò verso la conversione accadde nel 1917 quando lei, giovinetta, vide una popolana, con la cesta della spesa, entrare nel Duomo di Francoforte e fermarsi per una preghiera:

“Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto”.

Lì infatti c’era Gesù eucaristico.

Un altro caso riguarda il famoso intellettuale francese André Frossard. Era il figlio del segretario del Partito comunista francese.

Era ateo, aveva vent’anni e quel giorno aveva un appuntamento con una ragazza. L’amico con cui stava camminando, essendo cattolico, gli chiese di aspettarlo qualche istante mentre entrava in una chiesa.

Dopo alcuni minuti Frossard decise di andare a chiamarlo perché aveva fretta di incontrare “la nuova fiamma”. Lo scrittore sottolinea che lui non aveva proprio nessuno dei tormenti religiosi che hanno tanti altri.

Per loro, giovani comunisti, la religione era un vecchio rottame della storia e Dio un problema “risolto in senso negativo da due o tre secoli”.

Eppure quando entrò in quella chiesa era in corso un’adorazione eucaristica e, racconta, “è allora che è accaduto l’imprevedibile”.

Dice:

“il ragazzo che ero allora non ha dimenticato lo stupore che si impadronì di lui quando, dal fondo di quella cappella, priva di particolare bellezza, vide sorgere all’improvviso davanti a sé un mondo, un altro mondo di splendore insopportabile, di densità pazzesca, la cui luce rivelava e nascondeva a un tempo la presenza di Dio, di quel Dio, di cui, un istante prima, avrebbe giurato che mai era esistito se non nell’immaginazione degli uomini; nello stesso tempo era sommerso da un’onda, da cui dilagavano insieme gioia e dolcezza, un flutto la cui potenza spezzava il cuore e di cui mai ha perso il ricordo”.

La sua vita ne fu capovolta. “Insisto. Fu un’esperienza oggettiva, fu quasi un esperimento di fisica”, ha scritto. Frossard è diventato il più celebre giornalista cattolico. In una chiesa di oggi non avrebbe incontrato il Verbo fatto carne, ma le chiacchiere di carta.

Antonio Socci
Da Libero, 3 settembre 2011

giovedì 1 settembre 2011

La bellezza, porta aperta verso l'infinito



BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE Piazza della Libertà, Castel Gandolfo Mercoledì, 31 agosto 2011

Arte e preghiera

Cari fratelli e sorelle,
più volte ho richiamato, in questo periodo, la necessità per ogni cristiano di trovare tempo per Dio, per la preghiera, in mezzo alle tante occupazioni delle nostre giornate. Il Signore stesso ci offre molte occasioni perché ci ricordiamo di Lui. Oggi vorrei soffermarmi brevemente su uno di questi canali che possono condurci a Dio ed essere anche di aiuto nell’incontro con Lui: è la via delle espressioni artistiche, parte di quella “via pulchritudinis” – “via della bellezza” - di cui ho parlato più volte e che l’uomo d’oggi dovrebbe recuperare nel suo significato più profondo.

Forse vi è capitato qualche volta davanti ad una scultura, ad un quadro, ad alcuni versi di una poesia, o ad un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente che di fronte a voi non c’era soltanto materia, un pezzo di marmo o di bronzo, una tela dipinta, un insieme di lettere o un cumulo di suoni, ma qualcosa di più grande, qualcosa che “parla”, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo. Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni. L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. E un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.

Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo ed attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo, ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio. Ma quante volte quadri o affreschi, frutto della fede dell’artista, nelle loro forme, nei loro colori, nella loro luce, ci spingono a rivolgere il pensiero a Dio e fanno crescere in noi il desiderio di attingere alla sorgente di ogni bellezza. Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore.

Cari amici, vi invito a riscoprire l’importanza di questa via anche per la preghiera, per la nostra relazione viva con Dio. Le città e i paesi in tutto il mondo racchiudono tesori d’arte che esprimono la fede e ci richiamano al rapporto con Dio. La visita ai luoghi d’arte, allora, non sia solo occasione di arricchimento culturale - anche questo - ma soprattutto possa diventare un momento di grazia, di stimolo per rafforzare il nostro legame e il nostro dialogo con il Signore, per fermarsi a contemplare - nel passaggio dalla semplice realtà esteriore alla realtà più profonda che esprime - il raggio di bellezza che ci colpisce, che quasi ci “ferisce” nell’intimo e ci invita a salire verso Dio. Finisco con una preghiera di un Salmo, il Salmo 27: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario” (v. 4). Speriamo che il Signore ci aiuti a contemplare la sua bellezza, sia nella natura che nelle opere d'arte, così da essere toccati dalla luce del suo volto, perché anche noi possiamo essere luci per il nostro prossimo. Grazie.