venerdì 4 dicembre 2009

La vita è una favola raccontata da un idiota? -


Comunicato stampa
Sulla consultazione in merito al suicidio assistito

Di fronte alla consultazione indetta dal Procuratore Generale del Regno Unito sul suicidio assistito – in altre parole, su quando sia lecito porre fine a una vita giudicata non degna di essere vissuta – ci chiediamo: cosa è la vita, chi sono io, c’è qualcosa che rende questa vita degna di essere vissuta?
Qualcuno afferma che la vita non è più vita nel momento in cui un individuo dipende oltre misura da qualcun altro. Ma tutta la vita è dipendenza, strutturalmente dipendenza. Noi non decidiamo di nascere. Per rimanere in vita dipendiamo dal nostro mangiare, dal bere, dal respirare, dal clima. Tutta l’esistenza è dipendenza; la sola possibilità perché questa dipendenza non si trasformi in schiavitù è che Colui che dà la vita si renda nostro compagno, uno che possiamo incontrare, una presenza umana che inizia a rispondere al desiderio di amore infinito, di bene, di eternità che è racchiuso nel nostro cuore.

Tutti noi abbiamo bisogno di scoprire chi sta dietro a questo dono che è ciascuno di noi, che è la realtà. In caso contrario, la vita diviene, con le parole di Shakespeare, “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”, e quindi, ultimamente, una menzogna. Tutto il nostro essere grida il desiderio che la vita sia per sempre, che i rapporti permangano, che la gioia che la realtà che abbiamo davanti agli occhi suscita rimanga con noi per sempre. La semplice esistenza delle cose, e con esse dell’io, come “date” pone sull’orizzonte della vita una promessa di bene, di significato, di eternità.

Come è possibile per un uomo stare davanti al dolore, alla fatica, all’apparente contraddizione che sembra sottesa a una vita di pena e di sofferenza?

La pretesa del Cristianesimo è che il Datore di vita, il Creatore, si è fatto carne, come uno di noi; che è diventato bambino, ragazzo, adulto; che non gli fu risparmiata la sofferenza, fino alla morte sulla croce, ma che è risorto dalla morte; e che è presente qui e ora.

Questa presenza diviene qualcuno che possiamo incontrare attraverso una realtà umana che contiene qualcosa di così eccezionale che può spiegarsi solo introducendo il termine “divino”. Solo da qui può nascere la possibilità di non disperare di fronte alla morte – l’ultima contraddizione – nella storia umana. “Donna, non piangere” (Lc 7,13), come disse Gesù alla vedova che aveva perso il suo unico figlio.

Occorre essere sinceri, occorre dare risposta a ciò che il nostro cuore strutturalmente cerca; ma è una pietà umana, qualcuno che è pronto a porre fine alle nostre sofferenze in qualunque momento lo chiedessimo, o è qualcuno che ci ama di un amore così vero che può sconfiggere il tempo e lo spazio?

Comunione e Liberazione UK
3 dicembre 2009

PRESS RELEASE

Is life a tale told by an idiot?

Faced with the Director of Public Prosecutions’ consultation on assisted suicide – in other words, on when is it permissible to end a life deemed not worthwhile – we ask ourselves: what is life, who am I, is there anything that makes this life worthwhile?
Some say life is no longer life when an individual depends too much on someone else. But all life is dependence, structural dependence. We do not decide to be born. In order to remain alive we depend on eating, drinking, breathing, on the climate. All existence is dependence: the only possibility for it not to become slavery is that the giver of life makes himself our companion, someone we can encounter, a human presence who starts answering our heart’s desire for infinite love, for goodness, and for eternity.
Everyone needs to discover who is behind this gift that I am and that reality is. Otherwise, life becomes, as Shakespeare says, “a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing”, and so ultimately, a lie. Our whole being cries out with the desire that life be forever, that relationships last, that the joy aroused by reality before our eyes stay with us forever. The simple existence of things, including the self, as “given” casts a promise of goodness, meaning and eternity on the horizon of life.
How is it possible for a man to stay in front of pain, toil, and the apparent contradiction that a life of sorrow and suffering presents?
The claim of Christianity is that the Giver of life, the Creator, became flesh, like one of us; that he grew into a child, a youth, an adult; that he was not spared suffering, even death on a cross, but rose from the dead; and that he is present here and now.
This presence becomes someone we can meet through a human reality that contains something so exceptional that it can only be explained by introducing the word ‘divine’. Only this can introduce the possibility of not despairing in front of death – the ultimate contradiction – into human history. “Woman do not cry” (Lk 7:13), as Jesus said to the widow who had lost her only child.
Let’s be sincere and let’s answer what our heart is structurally looking for; but is it a human pity, somebody who is ready to terminate our sufferings at any moment should we so request, or is it somebody who loves us with a love so true that it can conquer time and space?

Communion and Liberation UK

Davanti a Lui


Tracce N.11, Dicembre 2009
EDITORIALE
La sfida, in fondo, è tutta lì, su quel foglio appeso al muro di un corridoio della facoltà di Fisica, a Milano. Il testo è il volantino che Comunione e Liberazione ha pubblicato sulla vicenda del crocifisso (lo trovate a pagina 15). Sopra, però, ci sono delle scritte fatte a penna da non si sa chi. Molte osservazioni (parecchie fuori luogo), qualche domanda. Ma soprattutto quella riga di sbieco a coprire una lettera, una sola, per cambiare tempo al verbo e alla storia: «Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio…» è diventato «Cristo era (o proprio è?) un uomo vivo…», eccetera. «Era», passato. Qualcosa da mettere in archivio. Come - e più - del crocifisso. Perché sembra impossibile che sia.

La sfida è lì. In quello sgorbio che tante volte tracciamo anche noi, senza volerlo e quasi senza accorgercene. Basta poco. Basta fermarsi in superficie, alla nostra misura, e non rendersi conto fino in fondo di ciò che il Natale porta nel mondo: una novità assoluta. Qualcosa di mai visto né immaginato prima: un fenomeno umano - un punto della realtà - in grado di corrispondere senza paragoni alla profondità infinita del nostro animo. E qualcosa che entra nella storia per restarci, perché è capace di vincere il tempo e lo spazio per arrivare al cuore di chiunque e dovunque. Contemporaneo a chiunque e dovunque, al di là di culture e tradizioni e di tutti i vincoli che sembrano renderlo impossibile.

Lo si vede bene in tante pagine di questo Tracce. Dalla Terrasanta, dove quel Fatto continua a essere un misterioso fattore di speranza con cui tutti devono (e possono) fare i conti ora; all’Africa, ricca di testimoni cambiati ora da un incontro che ha perforato le resistenze della loro cultura; alla Mitteleuropa che quell’incontro cerca, appunto, di confinarlo nel passato, ma dove ci si imbatte in persone che non possono fare a meno di restare affascinate ora quando Cristo entra di schianto nelle loro vite. Tutte situazioni diversissime, quasi universi differenti, ma in cui quella Presenza fiorita nel modo più impercettibile che si possa immaginare (un bambino in una mangiatoia) sa stabilire ora un dialogo senza paragoni con il cuore dell’uomo. Fino a farlo suo - libertà permettendo. E a farlo sbocciare.
Perché che cosa sia il Natale lo si vede più di tutto il resto nell’esperienza che facciamo noi. Davanti a Lui, siamo noi a fiorire. A gustare la vita come non mai. A respirare davvero. Persino a diventare capaci di amare noi stessi e gli altri, come grida don Giussani nel Volantone che avete trovato in copertina: «Senza che Cristo sia presenza ora - ora! - io non posso amarmi ora e non posso amare te ora».
Invece accade. Lo vediamo accadere. E nessun fatto del passato può generare qualcosa del genere. Può farlo solo un uomo vivo, ora.
Buon Natale.

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón -Milano, 2 dicembre 2009

Testo di riferimento: L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, pp. 259-270
• Canto “Favola”
• Canto “My Song is Love Unknown”
Cominciamo il nostro lavoro di Scuola di comunità; vi ricordo sempre di essere sintetici, con il giudizio dell’esperienza che facciamo.
Io parto da un’esperienza che ho fatto quest’estate. Durante un’assemblea con te, a un certo punto,mi sono messo a piangere perché è stato come se avessi avuto per la prima volta in maniera così chiara l’evidenza di chi sono, perché lì io mi sono detto: «Tu hai tutto. Questa è l’unica cosa vera della tua vita». Se ci fosse stato lì un mago e mi avesse detto: «Realizzo qualsiasi tuo desiderio», io non avrei saputo cosa chiedere. Questo ha generato una commozione enorme, mai provata prima;
la sorpresa è stata da quel giorno in poi dove, non certo come coerenza, ma come sorpresa in atto, mi sono ritrovato di fronte alle circostanze solite della vita, i rapporti con le persone più care o con quelli mai visti, con dentro quella commozione che generava un’attesa rispetto a quella circostanza che non c’era mai stata; un’attesa che dentro quella circostanza, dentro quel rapporto Lui si
manifestasse, per cui le cose hanno cominciato a prendere un peso che nella mia vita non avevano mai avuto, perché è come se prima avessi sempre affrontato le cose e i rapporti rispetto a degli interessi: nel lavoro avevo certi interessi, in famiglia altri, con i miei amici altri. Da quel momento io ho un unico interesse nella vita: che riaccada l’esperienza di Lui, per rivivere la coscienza che Lui è tutto e che io ho tutto. Prendere in mano dopo qualche mese il capitolo sulla povertà ha fatto
come esplodere questo, per cui parlo oggi, anche per quel poco di cui mi sono reso conto, di quel che mi sta accadendo facendo la Scuola di comunità sulla povertà, che in me desta un fascino enorme, un po’ perché è l’inizio di quello che sto vivendo, e un po’ perché un rapporto così – come lì vive Giussani con la realtà – è la cosa più affascinante che io ho incontrato nella vita.

Spiegami bene che cosa vuol dire questo rapporto nuovo con la realtà, quando tu dici che le cose acquistano un peso mai avuto prima. Ti dico questo perché una delle domande che sono arrivate per e-mail è: «Reagisco al capitolo sulla povertà con una breve domanda: “Quanto più si vuol bene tanto più diventa lieve, leggero, libero il rapporto”. Ma come il rapporto può essere libero e nello stesso tempo pienamente coinvolto con chi ho davanti? La domanda nasce dall’esperienza in cui, con la scusa della libertà e della povertà, appunto con la scusa di trattare tutto e tutti per il destino, ho visto il rischio di trattare male il presente, di passar sopra alle persone presenti; il destino ultimo in fondo è lontano. Questo porta con sé un rischio di distanza, di non fare pienamente i conti con mia moglie, di buttare tutto dietro alle spalle, invece di vivere pienamente quella condizione per la fatica che chiede [parla della condizione con la moglie]; in sintesi, mi sembra che rischiamo di vivere la povertà come una riduzione e dimenticanza, invece che come una pienezza di tutta la nostra umanità». Quello che stai dicendo tu è un’altra cosa, mi sembra.

Sì, nel senso che quando dicevo che io ho un unico interesse, quando sono cosciente di me, vuol dire che non c’è più circostanza che mi interessa di meno o mi interessa di più, perché intuisco che ogni circostanza è occasione di esperienza di commozione per la Sua presenza, per cui questo genera un’affezione più grande alle cose e alle persone, perché ciò che domina è l’attesa che Lui si riveli dentro lì, per andare al fondo di quel rapporto lì.

Grazie. Non semplicemente non viene meno il rapporto con il reale, ma è più intenso, perché quando uno è così preso tutto parla, tutto acquista uno spessore che prima non aveva. Per questo dobbiamo essere attenti a quello che succede nell’esperienza, perché tante volte, quando la descriviamo, non tornano i conti.
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Racconto un fatto che mi è successo proprio ieri. È venuta nel mio ufficio una signora di circa quarant’anni, che viene a trovarmi per lavoro, e mi dice subito che ha bisogno della mia assistenza perché deve divorziare. Io resto sorpreso dalla sua determinazione e le chiedo da quanto è sposata; lei mi dice: «Da quasi vent’anni, abbiamo anche tre figli»; allora le chiedo perché vuole divorziare, se è successo qualcosa di così grave, e lei mi dice che è a causa di problemi con la suocera che si protraggono da molti anni e che non può più accettare perché coinvolgono la serietà della famiglia, e dice che il marito non ha mai preso posizione contro la madre perché le è troppo legato, e lei sente in questo che lui le vuole meno bene, che non le vuole bene. Dice: «Nel tempo questo ha fatto subentrare una rabbia, un odio, e ho perso ogni speranza». Io, mentre lei parlava, pensavo: «Cosa le posso dire?»; e quando ha detto così ho pensato che c’entrava proprio con la
Scuola di comunità. Ci sono due passaggi che mi avevano colpito tantissimo, per esempio a pagina 257: «La speranza è la certezza in Cristo che fonda la certezza nel futuro; si oppone alla speranza la certezza riposta in qualcosa che fisso io, presente o futuro». O alla fine: «Questa certezza nel futuro mi viene da un presente, possiedo Cristo […]. Ciò che si oppone a questa speranza è qualunque cosa con cui l’uomo fissa in una cosa determinata da lui, la sua certezza». Ma se questo
è vero per me, è vero anche per lei; non è una verità per ciellini, è la verità per l’umano. Mi è stato come evidente, all’improvviso, che avrei dovuto provare a sfidare lei e anche me a fare tutto il percorso della ragione che tu ci stai aiutando a fare; allora le chiedo: «Qual è la vera origine del tuo desiderio di divorziare?». Dice: «La rabbia e l’odio»; io le obietto che da quello che lei stessa
sta dicendo non è così, che la prima mossa, l’origine di questo disagio a me sembra che sia il bisogno di essere amata (che in qualche modo lei sente tradito). E le dico che è delusa perché sta riponendo la sua speranza in un’immagine di come questo suo desiderio di essere amata deve compiersi, in un certo atteggiamento del marito verso la madre, per esempio. Allora la invito a ripartire da quello che sente come più vero, le dico: «Davvero desideri separarti? O solo essere amata di più, essere amata all’infinito?». Lei resta un attimo senza parole e mi dice che, certo,
desidererebbe essere amata da suo marito, poi resta sorpresa e mi dice: «Adesso riconosco questo, ma da sola come faccio a sostenere questa cosa quando tornerà la rabbia la prossima volta?». Lì non potevo più indugiare e le ho detto che il Mistero, quello che il suo cuore desidera e di cui suo marito è pallido segno, è diventato compagnia all’uomo proprio per questo, perché non ce la faremmo da soli. Allora le ho detto se le faceva piacere e l’ho invitata a cena domenica sera con i
miei amici, lei e suo marito, dicendole che io le parlavo così perché io stesso sono stato preso da una compagnia dove un Altro mi ha fatto riconoscere come sono fatto io, e poi le dico anche: «Ma voi vi siete sposati in chiesa?». «Sì». «E ha mai letto il Vangelo?». Mi dice di sì. «Adesso sei determinata dalla rabbia, ma nel Vangelo chi stava davanti a Gesù da che sentimento era determinato? Dalla letizia, dalla speranza, mentre chi era determinato dalla rabbia? I nemici di Gesù». Allora le ho detto: «Suggerisco, uscendo di qui, di andare a confessarti, cioè di chiedere
l’abbraccio del Mistero che il cuore desidera dicendo: “Non riesco a voler bene a mio marito”, e poi tornare a casa e dire a tuo marito: “Non voglio più divorziare”. Proverai che corrisponde di più a quel che desideri». A me ha impressionato perché questa si è messa a piangere in quel momento lì, e mi ha detto che avrebbe fatto assolutamente così, e mi ha detto che voleva aderire domenica all’invito. Io le ho detto l’ultima cosa che mi è venuta in mente, perché ha sorpreso me mentre gliela dicevo: quelle parole non gliele stavo dicendo io, ma attraverso di me, attraverso il
fragile segno che ero io, era Colui che aveva parlato a Giovanni e Andrea e che aveva raggiunto lei. A me ha impressionato, perché è la sorpresa di un fatto che non avevo immaginato, e io mi sono sentito sfidato dal percorso che abbiamo fatto a riconoscere ancora una volta l’evidenza di quello che corrisponde a me e alla sorpresa di come corrisponde al cuore dell’uomo: questa si è commossa e tutto è stato rimesso in moto; è uscita di lì dicendo che non divorziava più, e questo è
impressionante.

Grazie, perché è soltanto se facciamo un’esperienza che possiamo veramente diventare compagni e approfittare di qualsiasi punto per dare un contributo reale.
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Credo di rientrare nella categoria di quelli che se guardano all’esperienza, vedono che c’è qualcosa che non torna. Nella mia vita ho mille evidenze che Cristo c’è, pensa a me e mi vuole bene; questa è un’esperienza che se negassi, dovrei negare metà delle cose che compongono la mia vita. Anche quando sono in difficoltà, non mi è mai capitato di andare a letto la sera disperata, cioè pensando che la vita fa schifo e non c’è soluzione, magari affranta, in ansia, ma sempre con un ultima energia che chiede a Dio di sostenere quello di cui io non sono capace. Quindi è dalla mia esperienza che posso trarre il giudizio che Cristo c’è e compie, perché l’ho visto tante volte. Però, adesso, mi scontro con questa cosa della letizia che dice don Giussani: da quello che ho capito da quello che ho letto, è una specie di leggerezza data dalla certezza che è Dio che compie. Sebbene io non possa non affermare che è vero, perché nella vita l’ho visto, io questo sentimento (perché lui lo chiama proprio sentimento: «dalla libertà dalle cose nasce un sentimento che nessun altro ha se non chi è povero») lo provo pochissimo, invece spesso vince in me l’ansia e l’apprensione e quindi dico: cosa c’è che non torna nella mia esperienza?
Cosa c’è che non torna?
Lasciamo la domanda aperta: cosa c’è che non torna? Perchè sono due cose che non possono stare staccate. Cosa c’è che non torna? Lasciamo aperta la questione.
L’altro giorno quando ho letto l’ultimo paragrafo sulla povertà, l’ultima osservazione («per conoscere occorre un distacco per vedere le cose e quindi per usarle e goderne di più»), ho avuto realmente un sentimento di abbandono e mi sono detto: «Fino a qua va bene tutto, ma questo non puoi chiedermelo, su questo no, non penso proprio di farcela». Mi stride troppo questa cosa e mi chiedo: ma come è possibile veramente distaccarsi dalle cose e persone e poterne godere di più, come è possibile amare la realtà e i rapporti fino in fondo, e non rischiare di essere superficiali? Io vorrei veramente viverli fino in fondo, e non mi sembra automatico dire che più mi distacco e più li amo fino in fondo. Per cui mi chiedo: è questa una condizione necessaria o spesso che capita per poter vivere questo distacco?

Lasciamo aperte queste domande, vediamo se dagli interventi vengono fuori delle risposte.
A me capita che solo nel momento in cui io vivo un rapporto che è irrinunciabile per me – quando io dico di una persona: «Io non posso più vivere senza di te» –, io sono libera da quella persona. Perché per me il dire questo è il frutto di qualcosa che si è imposto ai miei occhi e cioè che in quella vicenda lì, con quella persona lì, è emersa in modo evidente, senza possibilità di equivoco, la verità di me, e quindi solo quando emerge la verità di me (cioè quel che compie me), è solo in quel
momento che io sono libera, cioè povera.

Spiega bene questo.
Che quando uno fa un’esperienza travolgente con quella persona lì (e di quella persona lì tu dici: «Sei irrinunciabile, non potrei vivere più senza di te»), a un certo punto, emerge evidente che è in questa esperienza che Cristo è inconfondibile.
Perché?
Perché neanche questa persona compie me, perché è nel rapporto con questa persona che emerge la verità di me e quindi quel che compie me.
Ma questo succede in quel momento lì, o perché tu hai avuto l’incontro con Cristo?
Questo succede perché ho avuto l’incontro con Cristo, perché sono già stata segnata, c’è già una cicatrice in me che fa emergere questa esperienza che è sempre una novità, che è nuova, che però è il frutto di un rapporto, di una storia.

Quello che dice – non so se avete capito – secondo me è fondamentale, perché è proprio nel momento culminante del rapporto dove io mi rendo conto del limite di quel rapporto: non quando le cose non vanno, ma quando vanno. Allora lì, in quel momento, appare con tutta evidenza che l’altra persona (a cui mi sento così legato fino al punto di poter dire che senza di lei non potrei vivere) è insufficiente. E questo succede al massimo del successo, non quando le cose non tornano: quando
tornano. E allora, nel massimo della pienezza è quando uno capisce qual è la diversità tra questo e Cristo. Noi tante volte pensiamo che è lo stesso, ma quanto più inconfondibile è un’esperienza così,

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affettiva, tanto più si mette in evidenza qual è la diversità di Cristo, perché se l’uomo non potesse fare questo tipo di esperienza non potrebbe riconoscere qual è la diversità, come tra tanti volti io riconosco quel Volto; e questo lo posso cogliere soltanto se è un’esperienza. Quando arriviamo a quel punto, incomincia il dramma del vivere. Dice, a questo proposito, una lettera: «Vorrei chiedere cosa vuol dire questa posizione della povertà, soprattutto nei rapporti affettivi. Quando ho letto il pezzo in cui Giussani chiede, riferendosi a quello che possiamo vedere e toccare: “Ma se la felicità, la giustizia, la verità, la bellezza è oltre quello che noi possiamo vedere, quello che possiamo vedere e toccare, cosa ci importa?”, e poi: “Ci importa soltanto in quanto Dio ce lo fa trovare ‘tra i piedi’ e
dobbiamo usarlo per il nostro lavoro”, sinceramente mi ha ribollito il sangue nelle vene e ho detto: “Ma come?”. Tutto quello che ho, il mio lavoro, le mie figlie, mio marito, tutto questo non può essere qualcosa “tra i piedi”; non mi basta dire che queste cose non sono le più care che ho, non mi compiono anche se è un’esperienza che faccio tutti i giorni. Allora, mi puoi aiutare? A cosa servono le cose? Qual è questo lavoro? E come posso voler bene a mio marito e alle miei figlie, al mio
lavoro come vuole loro bene Dio? E come non può essere che queste cose servano solo per renderti conto che non è lì il tuo compimento e quindi cerchi un Altro? Perché allora Dio ne ha messe così tante e varie e belle?». Questa è la domanda: qual è il rapporto vero con le cose e con le persone?
Guardate che se rileggete tutto l’inizio, da pagina 256, don Giussani ha una parola che ripete in continuazione lungo tutte queste due pagine: un certo possesso, certo possesso, certo, certo, certo, cioè «la povertà è non sperare da un certo possesso». E «certo vuol dire fissato da noi, previsto da noi, scelto tra quello che è comodo a noi, scelto tra quello che più persuade noi, scelto tra quello che più ci dà ricchezza e quindi sicurezza economica». «Certo è quello fissato da noi»; perché? Perché nel momento più decisivo dell’esperienza, come abbiamo visto, questo non ci rende compiuti. E questo perché? Per due cose. Primo: per la natura del desiderio; mai come in questa esperienza viene fuori che il mio desiderio è più grande di tutto quanto io trovo, che le cose non sono in grado di compiere perché tutte quante sono limitate. Per questo aspettarsi il compimento dal possesso delle cose o delle persone si rivela sempre di più incapace di compiere (tanto è vero che basterebbe
pensare un attimo che la maggioranza delle persone, come dirà dopo, il 99,99%, vivono il rapporto aspettandosi tutto, come se tutto fosse lì). Come è possibile che un’esperienza così – per cui all’inizio diciamo: «Io non posso più vivere senza questa persona qua» –, nel tempo, può poi diventare qualcosa che non mi dice più niente, fino al punto di divorziare? Questo non vuol dire che io per questo debba trattenermi. Io devo vivere la verità di quel rapporto, e la verità di quel rapporto
io la posso vivere per Cristo presente, che lo rende possibile nella sua verità. Se io non riesco a vivere il rapporto nella sua verità, il tempo e le circostanze e la insufficienza lo fanno venir meno come interesse della vita; non perché io voglia che venga meno, ma perché non è in grado di prendermi tutto, perché si palesa che non è quello per cui io sono fatto, che non è quello per cui è fatto l’altro. Allora la questione è come vivere il rapporto in modo tale da vivere nella prospettiva di
quello che riempie tutti e due; e questo dobbiamo testimoniarcelo a vicenda: come io vivo un rapporto in modo tale che questo diventi sempre interessante e non venga meno? Perché se viene meno, vuol dire che c’è una modalità di vivere le cose, un certo possesso delle cose e delle persone che portano inevitabilmente a riporre la speranza del mio compimento lì, come nell’esempio del ragazzo: «La ragazza ha il ragazzino: è a posto! Passano qualche mese o qualche anno con la certezza di avere tutto: questo è un rapporto non povero. Non perché una non debba avere il ragazzino in modo serio ma perché ripone lì la certezza della sua speranza, la certezza del suo
futuro; e così accade al novantanove per cento… virgola novantanove». Su questo mi sembra che tutti abbiamo conferme dall’esperienza; per questo vivere un rapporto nella sua verità è proprio per evitare che decada, non per togliertelo da dosso; per evitare che questo affetto, che questa cosa bella che è accaduta nella vita, venga meno.

Pensando anche a poco fa, è chiarissimo cosa torna a te e cosa pian piano sta iniziando a tornare anche a noi. E questo per me è stato evidente anche al tuo intervento alla Compagnia delle Opere dell’altra domenica, quando citi Giussani che afferma che «per potere amare se stessi, per potere (5)
operare tanto, bisogna essere insieme; per potere essere insieme bisogna riconoscere un amore a sé che permetta di amare anche gli altri, e quindi che operi il cambiamento grande che è l’amore alla gente e a se stessi considerati come rapporto al destino; ma questo non è possibile se non per una Presenza, non è possibile se Cristo [...] non è risorto, cioè non è contemporaneo. Allora, riconoscere questo contemporaneo, questa presenza al mio gesto, questa compagnia al mio cammino, è il primo fondamentale gesto di libertà che permette tutti gli altri, anzi, che permette e incita tutti gli altri».

È questa la cosa che colpisce, che sta iniziando – pensando a quello che è stato detto prima –: qualcosa inizia a tornare e uno, essendo preferito, inizia a preferire. Questa è un’altra questione che appare nelle vostre domande. «Leggendo Si può vivere così? mi ha colpito questo pezzo scritto nella sintesi sulla povertà: “Siamo chiamati a fare un lavoro: questo è un concetto che dovete aggiungere all’ultima volta. La povertà non è automatica, non è quella di uno coi pidocchi e con i panni strappati addosso che sta lì ai margini di una strada. La povertà è l’uso della realtà secondo il destino che con sicurezza ci è proposto e ci attende”. Mi ha colpito il fatto che la povertà, come ne parla il Gius, non è un possedere, ma un possedere nel modo giusto [come dicevamo prima], non è un non usare, ma un usare nel modo giusto, cioè tenendo conto del destino di tutta la realtà. Inoltre ti chiedo un chiarimento su che cosa è questo lavoro che ci è chiesto
per diventare più poveri, perché questo pezzo contraddice frasi pronunciate da persone per me autorevoli del tipo: “La cosa più immorale è impegnarsi con la realtà perché tutto è frutto di grazia”. A me sembra, invece, che il lavoro della povertà sia proprio questo continuo strapparci da ciò che ci fermerebbe nella sequela e nella domanda di Cristo presente attraverso la nostra compagnia. Questa è una questione che si ripropone con frequenza». Queste domande mostrano che c’è una fatica
diffusa a cogliere il rapporto tra la grazia e la libertà, a cogliere che la povertà è frutto della speranza. Perché essendo io certo che c’è la Presenza che compie, posso essere libero nel trattare le cose; questo è un percorso che succede come una grazia, come conseguenza di una grazia. Allora, se è una grazia, vuol dire che non è anche iniziativa mia? Cioè: quando io uso le cose in un modo diverso, non le uso io? Le uso io. Ci sono due cose che tante volte si mettono in contrapposizione:
se c’è una cosa che accade come grazia, vuol dire che l’io non fa niente. Pensate che cosa di maggior grazia c’è che innamorarsi, e ditemi se dopo che vi siete innamorati, non fate più niente; è anzi quando incominciate a fare qualcosa, è proprio il contrario! Uno si rende conto che gli è successo qualcosa, proprio perché prende iniziativa rispetto a questo. Tu l’innamoramento te lo dai te? No, è grazia pura. Questo vuol dire forse che tu vuoi bene all’altro senza di te? Ma neanche per
sogno! Sei tu a dire: «Ti voglio bene», e sei tu che la cerchi, sei tu che la chiami. Sono due cose che non possono mai essere in contrapposizione; io posso essere sempre più libero dalle cose, e proprio perché sono più libero posso prendere l’iniziativa di usare le cose in un modo più vero; chi me lo impedisce? E questo non è in contraddizione, è semplicemente che io, per grazia, posso aver
acquistato una libertà rispetto alle cose che mi fa usare tutto quello che uso secondo una modalità diversa da quella che adoperavo prima. E questo lo faccio io (come colui che risponde alla persona amata lo fa lui e prende iniziativa lui, non la prende il vicino). Per questo, che sia allo stesso tempo un percorso di grazia e che questo uno lo desideri sempre di più per sé, mette in moto tutta la mia
libertà: e che metta in moto la mia libertà è il segno che mi è successo qualcosa che non voglio perdere, e allora voglio usare le cose sempre più così. Per questo non c’è questa contraddizione delle cose, è semplicemente espressione di quel dinamismo che non potremmo essere noi stessi a darci, ma che, per grazia, si introduce nel modo di rapportarci alle cose e alle persone.


Mio figlio ha fatto un compito per la scuola, aveva da rispondere a delle domande e in una ha risposto che si chiede perché va a scuola, poi si risponde e dice: «Per conoscere cose nuove, per conoscere», e che vorrebbe parlare con qualcuno di queste domande fondamentali. Per me questa è stata una botta, perché io per lui ci sono sempre, lui ha undici anni, va a scuola alle medie, gli preparo il pranzo tutti i giorni, lo aiuto a studiare, ci sono sempre tutti i pomeriggi anche per il
lavoro che faccio, lo accompagno da tutte le parti eccetera, ma lui in questa risposta che ha dato ha espresso un bisogno più grande, più costitutivo e per questo lo ringrazio perché probabilmente
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io gli sto addosso spesso, lo aiuto, quasi vorrei risolvergli i problemi della vita e mi dimentico, mi rendo conto che probabilmente mi dimentico che è un Altro invece quello di cui lui ha bisogno; e allora capisco, o almeno provo a capire, il distacco in un rapporto di cui parla Giussani, e capisco che devo fare come un passo indietro e guardare il suo vero bisogno, il suo vero desiderio così probabilmente riesco anche a conoscerlo di più, conoscere di più lui e me.
Grazie.

A me ha colpito, rivedendo il capitolo della povertà, che a un certo punto, nella parte finale, si ribadisce una cosa di fondo, cioè che la povertà appartiene alla conoscenza, cioè è una legge dinamica della conoscenza. Ci sono tante intuizioni morali molto affascinanti dentro questo capitolo, però lui dice che è un dinamismo della conoscenza, esattamente come la fede. Allora dico: se è così, bisogna applicarlo, verificarlo e ho provato ad applicarlo su una mia situazione di vita,
di lavoro. Io sono in un gruppo di lavoro in questo momento che ha delle difficoltà con il nostro dirigente; siamo un gruppo di lavoro che ha ragione e il capo ha torto, questo è chiaro a tutti. Tranne al capo...
Però c’è un particolare: siamo talmente convinti di avere ragione che siamo arrabbiati, la letizia non esiste dentro questo gruppo di gente che dice di aver ragione e probabilmente ha ragione; allora qualcosa non torna, evidentemente. Allora ho detto: «Provo a mettermi in dialogo, applicando quel metodo lì», cioè la povertà come metodo di conoscenza; io voglio capire il perché di questa cosa, e invece di continuare a mettere l’accento sul fatto che ho ragione, lo metto su quello che dice Giussani: la letizia si perde perché uno è tutto concentrato sul fatto che ti è dovuto il riconoscimento per il tuo lavorare bene. Ci ho provato, ed effettivamente è venuta fuori la cosa, cioè funziona, nel senso che sono riuscito a rapportarmi perché l’altro, da cattivo cui ti opponi (in fondo pensando solo a tenere strette le tue ragioni), diventa una possibilità per un dialogo concreto; e questa settimana è diventata più vivibile della precedente proprio perchè ho scommesso. Ci ho provato in questo; adesso ci provo con mia moglie e con i figli, e poi magari più
avanti racconto come va a finire.
Ma, secondo te, dobbiamo aspettare l’esito di questo?
No.

La questione è se noi, quando le cose non ci tornano, siamo liberi o no. Questa è la questione. E che cosa consente di essere liberi ora, non quando le cose torneranno (io desidero che tornino, per carità)? Dico: e se il capo si incastra e non va né avanti né indietro? O l’altro non vuole cambiare o la moglie non so cosa, o l’amico, il figlio? E se questo non succede, come tante volte non succede? O uno che ha una malattia, uno che ha una situazione che non cambia: che cosa introduce quel
percorso? In che cosa si vede che siamo poveri lì? Da dove viene la nostra libertà in quella situazione? Cosa che consente, poi, di ripartire? Perché tu, in fondo, per dire questo, sei dovuto ripartire per un’altra cosa. Secondo me è interessante renderci conto di questo, perché altrimenti, come succede sempre, in fondo aspettiamo la corrispondenza dal successo. Ma questo vuol dire: che
cosa introduce la fede come esperienza reale? Noi reagiamo come tutti: quando le cose vanno bene reagiamo bene, quando vanno male ci incastriamo.
Tra l’altro la complicità è molto facile quando si è tutti insieme contro un obiettivo. Evidentemente. In quel caso la libertà è un bene molto scarso perché tutti sono lì, presi da quella cosa. Ritorneremo su questo.


Da quando sono rientrata al lavoro dopo l’ultima maternità, per una carenza di personale mi trovo a dover lavorare molte ore; tuttavia, invece che sentirmi stanca, mi sento sempre più contenta, addirittura lieta. Una mia amica mi chiedeva perché e io stessa non sapevo rispondere. Dopo la scorsa Scuola di comunità mi sembra di aver capito. Al mattino, quando cammino dal parcheggio alla porta d’ingresso dell’ospedale dove lavoro, mi chiedo dove scorgerò Cristo oggi; però, a fine
giornata, mi sembra sempre di non averLo visto da nessuna parte. Allora, perché questa letizia? Ho realizzato che sono lieta perché stupita di quello che accade. In tutti questi mesi di lavoro non
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c’è situazione in cui io non agisca diversamente da come avrei fatto prima; da quando da oltre due anni ci stai accompagnando in questo percorso affascinante, so di essere cambiata, ma non immaginavo quanto; sono tanti i momenti della giornata in cui di fronte a situazioni usuali io non mi comporto in un modo da me stessa prevedibile, per cui sono costretta a chiedermi chi mi fa essere diversa da come sono sempre stata, chi mi sta facendo in quel momento. Così mi sono accorta che non servono fatti eclatanti (o che ho in mente io) per scorgere Cristo che accade; solo
ora ho capito che la letizia che ho nasce dal vedere come cambia me nei vari momenti del giorno, che è Lui presente che mi fa. E questo – perché accade a me, e non a un altro! – non cesserà mai di stupirmi e mi fa chiedere che accada sempre, in ogni istante e dovunque.

Questo è ciò che dà libertà. E così ci aiutiamo a capire. La questione della povertà non la possiamo staccare come se fosse una cosa isolata dall’io; e qual è la natura del nostro io? Che il nostro io è esigenza di compimento e noi questa esigenza di compimento, questo quid animo satis? di cui parla alla fine, con che cosa possiamo riempirlo? Con che cosa tutti gli uomini cercano di riempirlo? Con
le due cose possibili: le cose o le persone. Per questo noi ci aspettiamo la pienezza dal possesso, degli uni o degli altri, o del figlio o del marito o della moglie o dei lavoratori che lavorano con me o dei colleghi, o dall’accumulo delle cose. Perché succede così? Perché non posso togliermi da dosso questa esigenza di pienezza, è impossibile. Allora perché i valori non bastano? Perché con essi io
non posso evitare di desiderare tutto, e perciò niente è sufficiente. Per questo, se io non ho un’esperienza di risposta positiva a questa domanda (cioè che succeda qualcosa nel presente che riempia il vuoto di cui sono fatto, che sia in grado di compiere il desiderio), io mi posso scordare di avere un rapporto libero con le persone o con le cose. La povertà non è un valore che si può staccare
dal percorso della fede, è soltanto Cristo che rende possibile un rapporto diverso; se noi stacchiamo il valore della povertà da Cristo, diventa qualcosa di impossibile. Questa è la grandezza del percorso che ci fa fare don Giussani: che questo è l’esito della fede e della speranza perché io vivo con questa certezza. Lui lo dice in tanti modi: «Io posso essere libero per il possesso di Cristo presente»,
perché soltanto Cristo presente è in grado di corrispondere a tutta l’attesa, e per questo posso rapportami al marito o ai figli non come qualcosa da gestire, ma guardarli per quello che veramente sono, non usandoli come mezzi per riempire i miei vuoti esistenziali; posso trattarli nella loro verità, in accordo con il loro destino, trattare le cose per il loro destino. Se no è soltanto un tentativo mio,
un tentativo – ancora al livello del mero senso religioso – di liberarmi da questo vuoto. Ma non riesco. Perché non riesco? Posso riuscire a vivere con meno soldi, ma non a essere libero e a essere lieto. Le tre caratteristiche che dice don Giussani sono decisive per capire se stiamo parlando di un’esperienza cristiana; guardate: libertà dalle cose, letizia, possesso del necessario. E ciascuno deve fare il confronto con questo, perché altrimenti è qualcosa di impossibile. Infatti, o questo mi è dato come grazia, come l’esito di questa Presenza che mi si impone, o sono impossibili questa libertà e questa letizia. Dio, avendoci preferito, ci ha fatto partecipi di quella pienezza che ci consente un rapporto libero, gratuito; altrimenti sarebbe impossibile. Questo è quello che impressiona dell’esperienza cristiana: per gli antichi gli dei non potevano amare, perché l’unico concetto di amore che avevano era l’eros (il concetto di desiderio): c’è qualcosa che desidero
perché manca. E questo sarebbe introdurre nella divinità un limite, una mancanza; secondo questo concetto gli dei non potevano amare, perché per definizione non poteva mancare loro qualcosa. Il cristiano ha dovuto inventare un’altra parola: caritas, per esprimere che l’amore con cui Dio ci ama nasce da una sovrabbondanza. E questo l’essere umano non avrebbe potuto capirlo senza la venuta di Cristo. Ma noi non siamo Dio; per questo la prima mossa che dobbiamo fare per essere liberi è
accettare di essere bisognosi; soltanto Dio può vivere una pienezza così grande da essere gratuito nel rapporto, da amare le cose per il loro destino, perché Lui coincide con la pienezza. Noi siamo bisognosi, e perciò abbiamo necessità di accogliere questa caritas, questa carità assoluta del Mistero nei nostri confronti, questa preferenza del Mistero per noi, in modo tale da poter imitare Dio, da
poter dare, nel rapporto con tutti, ciò che trabocca di quello che riceviamo. Questo è il test del percorso che stiamo facendo. In che cosa si vede? Primo: se sono libero. Poi: se prendo l’iniziativa, se mi incomincio a rapportare con le cose in un modo nuovo, per quella capacità non mia che
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introduce il Mistero (come ha detto il Papa nella Caritas in veritate: noi possiamo diventare protagonisti di questa carità proprio per la carità che riceviamo da Dio). Per questo il fondo ultimo a cui arriveremo sarà quando parleremo della carità, perché senza di essa nulla è possibile. Ma se noi non cogliamo tutti questi passaggi, affermiamo a ogni momento un singolo particolare dimenticandoci dell’insieme. Perché è l’io che ha tutto il desiderio di pienezza! O c’è Lui che lo
riempie in continuazione, o io mi posso scordare di rapportarmi in un modo libero, gratuito e lieto con le cose e con le persone, qualsiasi proposito abbia fatto. Chiaro? La vera decisione è se io accetto di entrare in questo rapporto così costitutivo con Cristo che mi consente un’esperienza del vivere così piena e così lieta che mi fa rapportate gratuitamente con tutto.
• Veni Sancte Spiritus

giovedì 3 dicembre 2009

“La carità non avrà mai fine” GIORNATA NAZIONALE DELLA COLLETTA ALIMENTARE: + 3%, RACCOLTE 8.600 TONNELLATE DI CIBO*.





CONTINUA AD AIUTARE LA RETE BANCO ALIMENTARE CON UN SMS AL 48547 fino al 15/12/2009




Milano, 2 dicembre 2009
Si è svolta sabato in oltre 7600 supermercati e ipermercati la XIII edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare. Grazie all'aiuto di più di 100.000 volontari sono state raccolte 8.600 tonnellate di prodotti alimentari* che saranno distribuiti agli oltre 8.000 enti convenzionati con la Rete Banco Alimentare che assistono 1,3 milioni di persone ogni giorno. Anche in un periodo di confusione e crisi come quello attuale, la generosità delle persone è stata immensa: il dono di una parte della propria spesa è entrato nel cuore della gente, diventando un vero e proprio gesto di popolo. La carità continua ad essere più forte della crisi economica e l'esperienza della Colletta Alimentare è una risposta concreta al bisogno materiale del povero e allo stesso tempo al desiderio di rompere la catena della solitudine che sempre più spesso attanaglia le persone. Si ringraziano inoltre: la Compagnia delle Opere – Opere Sociali, l’Associazione Nazionale Alpini, la Società San Vincenzo de Paoli e Comunione e Liberazione per il cospicuo contributo di volontari offerto durante la “Colletta Alimentare”, le catene dei supermercati per la loro disponibilità nell’ospitare i volontari e per le molte promozioni legate ai prodotti di cui era consigliato l’acquisto, la Presidenza della Repubblica, il coordinamento Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2009, il Segretariato Sociale RAI per la sensibilizzazione, i sostenitori nazionali: Intesa Sanpaolo, Banca Prossima, Aurora e Unipol (UGF Assicurazioni), Fastweb, Irge, Sky, Comieco, FNM, Poste Italiane Continua ad aiutare la Rete Banco Alimentare donando 2 euro con un sms al numero 48547 (rete mobile Tim, Vodafone, Wind, 3, rete fissa Telecom) *Il dato 2009 non può essere confrontato con il dato 2008 (8970 tonnellate raccolte) poiché il Banco Alimentare con sede a Caserta da gennaio non esiste più e solo da ottobre è ripartita l'attività del nuovo Banco Alimentare con sede a Salerno. Senza considerare la Campania l'incremento rispetto al 2008 è del 3%.

Ufficio Stampa: Francesco Lovati 334.64.08.185 ufficiostampa@bancoalimentare.it

La vita in carcere?È meglio con Giotto .Così al 'Due Palazzi' di Padova rinasce la speranza



Una cooperativa sociale ha portato nel penitenziario una 'rivoluzione culturale' Laboratori dove si assemblano biciclette, valigie e gioielli e si producono dolci e piastrelle. E rapporti umani che offrono un significato alla vita e alla detenzione. Anche per gli ergastolani
Franco monta selle, manubri e cerchioni sulle biciclette, Ble­dar assembla valigie, Angelo ri­sponde alle telefonate di chi vuole prenotare una visita medica alla Asl di Padova. Lavoratori infaticabili e fieri del mestiere che hanno impa­rato nel luogo dove meno se lo a­spettavano: la prigione. Hanno in co­mune la stessa condanna: ergastolo. O, come si dice in gergo carcerario, fine pena mai. Nella casa di reclu­sione Due Palazzi di Padova sono 80 i detenuti-lavoratori, il 10 per cento del totale, un record nel panorama penitenziario italiano. Altri venti la­vorano all’esterno curando il verde pubblico, i lavori cimiteriali e la pu­lizia delle strade. Tutto grazie all’in­ventiva e all’impegno degli operato­ri della cooperativa Giotto, che dal 1991 ha portato qui dentro una 'ri­voluzione culturale': il lavoro come strumento di riscatto. E così, quello che solitamente è un periodo di ab­brutimento e di degrado, per molti è diventato l’occasione per comincia­re una nuova vita. «Quando sono entrato avevo la neb­bia nel cervello e il cuore carico di rancore – racconta Angelo, ergasto­lano, condanne per omicidio e rapi­na a mano armata –. Non volevo neppure riconoscere di avere sba­gliato, da 12 anni non andavo a mes­sa, al frate che mi confessava dicevo che non ero stato io a uccidere, men­tivo persino con mia moglie. Qui ho incontrato gente che non mi ha chie­sto conto del mio passato, mi ha aiu­tato ad alzare lo sguardo e a metter­mi in azione. Ho fatto il corso per o­peratore di call center, lavoro sette ore al giorno al servizio di prenota­zione delle visite mediche per conto dell’Asl di Padova e per Fastweb. Ma soprattutto ho imparato a ricono­scere i miei errori e a fare pace con me stesso. E ho capito che Dio per­dona e ti dà sempre un’altra possi­bilità. Proprio come hanno fatto con me quelli di Giotto, che mi hanno of­ferto lavoro e amicizia». Come tutto il popolo delle carceri, anche Ange­lo è turbato dalla moltiplicazione dei suicidi di cui si ha notizia in questo periodo. «Certamente il sovraffolla­mento e il degrado in cui vivono tan­ti detenuti può spingere verso gesti estremi. In carcere ci sono tutte le condizioni per andare fuori di testa. Per farcela devi avere qualcosa per cui vale la pena vivere e sperare an­che quando guardi i muri della tua cella. Io questo 'qualcosa' l’ho in­contrato proprio quando avevo toc­cato il fondo». È successo anche a Bledar, albanese di 36 anni, ergastolano pure lui, uno col coltello facile, che per questo è finito dentro sia al suo Paese, sia do­po essere emigrato in Italia, alla ri­cerca di un Eldorado che non ha mai trovato. Furti, rapine, spaccio, sfrut­tamento della prostituzione, fino al- l’omicidio. Quando la polizia lo ha fermato stava correndo a 150 all’ora, imbottito di alcol e droga. «Quei po­liziotti sono stati la mano di Dio che mi ha raggiunto prima che facessi la fine dei miei amici. Nella nostra ban­da eravamo in 12, gli altri 11 sono tutti morti in risse con bande rivali o incidenti stradali. Quando sono ar­rivato al Due Palazzi mi hanno mes­so nello stesso braccio di Franco, che mi ha fatto conoscere quelli di Giot­to. Grazie a loro ho cominciato a la­vorare e soprattutto a sperare». Ma­dre cristiana e padre musulmano, Bledar aveva sempre considerato la religione come un soprammobile, come tutti i giovani cresciuti nell’Al­bania dell’ateismo di stato. In carce­re ha conosciuto gente cambiata dal­l’incontro con Gesù, e anche lui ha cominciato a cambiare. «Ho chiesto il battesimo perché voglio vivere co­me loro, non posso fare a meno di a­mici così». Padre Luigi Caria, cappellano del car­cere, conferma che «anche nei luo­ghi più duri possono cominciare per­corsi di rinascita. I detenuti sono per­sone come noi, anche se nella men­talità comune si pensa che chi varca le porte del carcere diventa automa­ticamente una persona di serie B, un’entità irrecuperabile. Buttiamo via la chiave delle loro celle e li di­mentichiamo. Peccato che dopo un po’ questa gente esce, cerca casa e lavoro, cerca una normalità che le viene negata, e così molti tornano a delinquere».
Le cifre parlano chiaro: il 70% degli ex detenuti, una volta usciti com­mette altri reati. Ma la percentuale si abbassa al 20 per cento tra coloro che hanno usufruito di misure alter­native e scende a meno dell’1 per cento tra quanti hanno iniziato a la­vorare in carcere. «Lavoro vero, però, non lavoro assistito – tiene a preci­sare Nicola Boscoletto, presidente del Consorzio sociale Rebus e pio­niere dell’esperienza al Due Palazzi con la cooperativa Giotto –. In Italia i detenuti ’occupati’ all’interno del­le carceri sono 13mila su 66mila, ma solo 750 lavorano in cooperative so­ciali come la nostra che si muovono secondo logiche di mercato, accet­tando la concorrenza e cercando di realizzare profitti che poi vengono reinvestiti per creare nuova occupa­zione ». È la scommessa del 'privato sociale', che fa i conti con difficoltà burocratiche e diffidenze radicate, ma conta sull’aiuto di aziende che hanno visto ricambiata la loro fidu­cia in termini di qualità e affidabi­lità. I detenuti-dipendenti sono in­quadrati nel contratto delle coope­rative sociali, 900 euro al mese, con cui riescono anche ad aiutare le fa­miglie: una molla in più per 'muo­vere' il cuore e la mente.
La cooperativa, oltre a gestire la ri­storazione interna e un laboratorio di cartotecnica e ceramica, ha por­tato tra le mura del Due Palazzi no­mi importanti: assembla le valigie Roncato, i gioielli di Morellato, le bi­ciclette del gruppo Esperia con i marchi Torpado, Bottecchia e Fon­driest, ha allestito un call center per l’Asl di Padova e per Fastweb, men­tre per Infocert mette a punto le pen­drive col software per la firma digi­tale e cura la digitalizzazione di mi­gliaia di documenti cartacei. Il fiore all’occhiello sono i 'dolci di Giotto', che hanno acquisito notorietà a li­vello nazionale approdando persino nell’appartamento pontificio e sulla tavola dei grandi del G8 a L’Aquila.
Qui dentro Giotto non è solo un no­me, è una presenza: nei laboratori si fabbricano scatole, oggetti di can­celleria e piastrelle in ceramica ispi­rati agli affreschi della Cappella de­gli Scrovegni, il tesoro artistico del­la città. Riproduzioni dei dipinti campeggiano sulle pareti dei labo­ratori, e persino nella mensa è stata riprodotta una copia delle Nozze di Cana del pittore fiorentino. Com­menta Angelo, l’ergastolano addet­to al call center: «La Bellezza aiuta a vivere, ridà speranza. È vero per tut­ti, perché non dovrebbe esserlo an­che per noi?».

il direttore :
«Più lavoro per aprire la strada al recupero dei detenuti»


Il Due Palazzi era stato progettato per ospitare 350 detenuti.
Appena divenuto operativo, nel 1989, ne ha accolti 700. Oggi sono 810. Il direttore Salvatore Pirruccio non si scompone: «È quanto accade in molti altri penitenziari. Il sovraffollamento è un problema endemico».
Cosa si deve fare per ridurlo?
Incentivare le misure alternative: detenzione domiciliare a chi ha pene brevi o è arrivato vicino al 'fine pena', per reati che non siano di grande allarme sociale; affidamento in prova ai servizi sociali; percorsi di studio e di lavoro che offrono chance per il 'dopo' e riducono la recidiva. Ma soprattutto si deve modificare il sistema processuale: in carcere vivono oltre 32mila persone (quasi la metà del totale) in attesa di giudizio. Inoltre si dovrebbe incentivare la possibilità di scontare la pena nei Paesi di origine, qui abbiamo il 40 % di stranieri
Per mettere in pratica l’articolo 27 della Costituzione e promuovere dinamiche di riabilitazione della persona è importante avere a disposizione degli educatori. Quanti sono qui?
Cinque, presto dovrebbero arrivarne altri 4. Vuol dire che ciascuno si dovrebbe occupare di circa 90 detenuti. Troppo pochi, il numero ideale per poter fare un buon lavoro sarebbe 50.
Per l’osservazione scientifica della personalità del detenuto che porta poi alla redazione del programma di trattamento anche ai fini di un programma di riabilitazione, l’ordinamento penitenziario prevede 9 mesi: col personale che abbiamo a disposizione ne impieghiamo 13. Tutto ciò si ripercuote pesantemente sui tempi della riabilitazione.
Questo carcere è un’anomalia: 100 detenuti che seguono corsi scolastici, 20 iscritti all’università, una percentuale che lavora per aziende esterne (10%) ampiamente superiore alla media nazionale. Siete bravi o fortunati?
È il frutto di una sinergia con varie realtà presenti sul territorio: la cooperativa Giotto che promuove possibilità di lavoro dentro e fuori dal carcere in accordo con varie aziende, gli enti locali, la Asl, i magistrati di sorveglianza. Chi lavora percepisce un reddito e acquisisce un metodo che è fatto di professionalità, passione e rispetto delle regole, ingredienti essenziali per quando si esce dal carcere. È un lavoro di rete che si dovrebbe esportare in altre realtà. Il carcere deve dare a tutti almeno una possibilità per ripartire.

«Il segreto del nostro successo? Una sinergia con aziende presenti sul territorio, enti locali e magistrato di sorveglianza»
GIORGIO PAOLUCCI -Avvenire 03/10/09

mercoledì 2 dicembre 2009

Benedetto XVI: “Conosciamo solo ciò che amiamo”


CATECHESI DEL SANTO PADRE - L’Udienza Generale si è svolta alle ore 10.30 del 02/12/09 in Piazza San Pietro

Guglielmo di Saint-Thierry

Cari fratelli e sorelle,

in una precedente Catechesi ho presentato la figura di Bernardo di Chiaravalle, il “Dottore della dolcezza”, grande protagonista del secolo dodicesimo. Il suo biografo – amico ed estimatore – fu Guglielmo di Saint-Thierry, sul quale mi soffermo nella riflessione di questa mattina.

Guglielmo nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia, dotato di un’intelligenza viva e di un innato amore per lo studio, frequentò famose scuole dell’epoca, come quelle della sua città natale e di Reims, in Francia. Entrò in contatto personale anche con Abelardo, il maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo così originale da suscitare molte perplessità e opposizioni. Anche Guglielmo espresse le proprie riserve, sollecitando il suo amico Bernardo a prendere posizione nei confronti di Abelardo. Rispondendo a quel misterioso e irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113, e qualche anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, in diocesi di Reims. In quel periodo era molto diffusa l’esigenza di purificare e rinnovare la vita monastica, per renderla autenticamente evangelica. Guglielmo operò in questo senso all’interno del proprio monastero, e in genere nell’Ordine benedettino. Tuttavia incontrò non poche resistenze di fronte ai suoi tentativi di riforma, e così, nonostante il consiglio contrario dell’amico Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte, avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più profondi desideri, e alla composizione di scritti di letteratura spirituale, importanti nella storia della teologia monastica.

Una delle sue prime opere è intitolata De natura et dignitate amoris (La natura e la dignità dell’amore). Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo, valida anche per noi.

L’energia principale che muove l’animo umano è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente.

Ma solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato creato. Scrive infatti Guglielmo: “L’arte delle arti è l’arte dell’amore… L’amore è suscitato dal Creatore della natura. L’amore è una forza dell’anima, che la conduce come per un peso naturale al luogo e al fine che le è proprio” (La natura e la dignità dell’amore 1, PL 184,379).

Imparare ad amare richiede un lungo e impegnativo cammino, che è articolato da Guglielmo in quattro tappe, corrispondenti alle età dell’uomo: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia.
In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza dell’amore, fino a giungere al vertice della vita spirituale, che Guglielmo definisce come “sapienza”. A conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà dell’uomo - intelligenza, volontà, affetti - riposano in Dio, conosciuto e amato in Cristo.

Anche in altre opere, Guglielmo parla di questa radicale vocazione all’amore per Dio, che costituisce il segreto di una vita riuscita e felice, e che egli descrive come un desiderio incessante e crescente, ispirato da Dio stesso nel cuore dell’uomo.

In una meditazione egli dice che l’oggetto di questo amore è l’Amore con la “A” maiuscola, cioè Dio. È lui che si riversa nel cuore di chi ama, e lo rende atto a riceverlo. Si dona a sazietà e in modo tale, che di questa sazietà il desiderio non viene mai meno. Questo slancio d’amore è il compimento dell’uomo” (De contemplando Deo 6, passim, SC 61bis, pp. 79-83).

Colpisce il fatto che Guglielmo, nel parlare dell’amore a Dio attribuisca una notevole importanza alla dimensione affettiva. In fondo, cari amici, il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo Dio, che è l’Amore stesso, come non esprimere in questa relazione con il Signore anche i nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la delicatezza? Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto amarci con un cuore di carne!

Secondo Guglielmo, poi, l’amore ha un’altra proprietà importante: illumina l’intelligenza e permette di conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il tu.

L’amore invece produce attrazione e comunione, fino al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di Guglielmo: “Amor ipse intellectus est - già in se stesso l’amore è conoscenza, è principio di conoscenza”. Cari amici, non è proprio così nella nostra vita?

Non è forse vero che noi conosciamo realmente solo chi e ciò che amiamo? Senza una certa simpatia non si conosce nessuno e niente. E questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi misteri, che superano la capacità di comprensione della nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama!

Una sintesi del pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry è contenuta in una lunga lettera indirizzata ai Certosini di Mont-Dieu, presso i quali egli si era recato in visita e che volle incoraggiare e consolare. Il dotto benedettino Jean Mabillon già nel 1690 diede a questa lettera un titolo significativo: Epistola aurea (Lettera d’oro). In effetti, gli insegnamenti sulla vita spirituale in essa contenuti sono preziosi per tutti coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio, nella santità. In questo trattato Guglielmo propone un itinerario in tre tappe. Occorre passare dall’uomo “animale” a quello “razionale”, per approdare a quello “spirituale”. Che cosa intende dire il nostro autore con queste tre espressioni?

All’inizio una persona accetta la visione della vita ispirata dalla fede con un atto di obbedienza e di fiducia. Poi con un processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la volontà giocano un grande ruolo, la fede in Cristo è accolta con profonda convinzione e si sperimenta un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla perfezione della vita spirituale, quando le realtà della fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore. Guglielmo fonda questo itinerario su una solida visione dell’uomo, ispirata agli antichi Padri greci, soprattutto ad Origene, i quali, con un linguaggio audace, avevano insegnato che la vocazione dell’uomo è diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’immagine di Dio presente nell’uomo lo spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità sempre più piena tra la propria volontà e quella divina. A questa perfezione, che Guglielmo chiama “unità di spirito”, si giunge non con lo sforzo personale, ma è necessaria un’altra cosa: si raggiunge per l’azione dello Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica, assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni desiderio d’amore presente nell’uomo. “Vi è poi un’altra somiglianza con Dio”, leggiamo nell’Epistola aurea, “che viene detta non più somiglianza, ma unità di spirito, quando l’uomo diventa uno con Dio, uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico volere, ma per non essere in grado di volere altro. In tal modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per natura” (Epistola aurea 262-263, SC 223, pp. 353-355).

Cari fratelli e sorelle, questo autore, che potremmo definire il “Cantore dell’amore, della carità”, ci insegna ad operare nella nostra vita la scelta di fondo, che dà senso e valore a tutte le altre scelte: amare Dio e, per amore suo, amare il nostro prossimo; solo così potremo incontrare la vera gioia, anticipo della beatitudine eterna.
Mettiamoci quindi alla scuola dei Santi per imparare ad amare in modo autentico e totale, per entrare in questo itinerario del nostro essere.

Proprio con una giovane santa, Dottore della Chiesa, Teresa di Gesù Bambino, diciamo anche noi al Signore che vogliamo vivere d’amore: “Io ti amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d'amore mi incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore. Vivere d'amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chiedere salario … quando si ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino, che trabocca di tenerezza! E corro leggermente. Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d'amore
© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 1 dicembre 2009

POVERTÀ E TRADIZIONE Il vero possesso secondo Agostino

Tra le navate della basilica di Ippona, sant'Agostino commenta il vangelo del giovane ricco. Oggi quelle parole sono un contributo utile al lavoro appena cominciato con la Scuola di comunità


Sant'Agostino, ritratto da Sandro Botticelli (part.)

Agostino sta predicando al suo popolo riunito nella Basilica Pacis di Ippona. È verso la fine della sua vita. La gente ormai non si conta più. Anche le nove navate di cui è composta la chiesa non riesce più a contenerli. La fama ed insieme la paternità del Vescovo non hanno più limiti. E anche stavolta non li delude. A tema - a partire dal Vangelo appena proclamato che narra del giovane ricco (Mt 19,21) - è la povertà. Agostino vuole educare e non reprimere il desiderio dell’uomo. Per questo lo accompagna a scoprire la strada verso il vero possesso. Ciò che è in gioco è dunque il vero compimento di sé. L’alternativa è la schiavitù.

DISCORSO 86 1,1-7,7

1.1 Il Vangelo con il presente brano mi ha esortato a parlare del tesoro celeste alla Carità vostra. Il nostro Dio non vuole - come pensano gl’increduli avidi di denaro - che noi perdiamo le nostre sostanze; se è inteso nel giusto senso, se è creduto con spirito di fede e se viene interpretato con il senso di rispetto verso Dio ciò che ci viene comandato, non ci comanda di perderle, ma ci mostra il posto ove riporle. Ciascuno di noi può pensare solo al proprio tesoro e va facilmente dietro alle proprie ricchezze per la strada - diciamo così - tracciata dal suo cuore. Orbene, se vengono sepolte sulla terra, il cuore si dirige verso il basso; se invece vengono conservate in cielo il cuore sarà in alto. Se dunque i cristiani desiderano mettere in pratica ciò che sanno anche di dichiarare in pubblico (ma non tutti quelli che sentono lo sanno, e volesse il cielo che non lo sapessero inutilmente coloro che lo sanno); chi dunque vuole avere il cuore in alto riponga lì ciò che ama; pur vivendo con il corpo sulla terra, col cuore abiti insieme con Cristo; come la Chiesa fu preceduta dal proprio capo, così il cristiano si faccia precedere dal proprio cuore. Allo stesso modo che le membra son destinate ad andare là ove le ha precedute il loro capo, Cristo, così il cristiano risorgendo è destinato a tornare là ove lo avrà preceduto il cuore dell’uomo. Usciamo dunque da questa terra mediante la parte grazie alla quale possiamo farlo e tutto il nostro essere ci seguirà dove sarà già arrivata quella parte di noi. La nostra casa terrestre è destinata ad andare in rovina; eterna è invece quella celeste. Trasferiamoci prima là dove ci proponiamo di andare.

2.2 Abbiamo udito un ricco il quale chiedeva al Maestro buono si chiede il consiglio per ottenere la vita eterna. Era cosa di gran pregio quella ch’egli amava, spregevole invece quella che non voleva disprezzare. Perciò sentendo con cuore corrotto Colui ch’egli aveva già chiamato “Maestro buono”, a causa di un maggior attaccamento ai beni spregevoli, perse il possesso della carità. Se non avesse voluto ottenere la vita eterna, non avrebbe richiesto il consiglio per avere la vita eterna. Per qual motivo allora, o fratelli, respinse le parole di Colui ch’egli stesso aveva chiamato “Maestro buono”, dichiarate a lui dall’autentica verità? Forse quel Maestro è buono prima d’insegnare ed è cattivo dopo aver insegnato? Prima che insegnasse era stato chiamato buono! Il ricco non aveva udito ciò che desiderava udire, ma ciò che doveva fare; era andato desideroso, ma se ne andò afflitto. Che sarebbe accaduto, se gli fosse stato detto: «Devi perdere quel che hai»? dal momento che se ne andò triste, perché gli era stato detto: «Conserva bene quello che hai». Va’ a vendere ciò che hai - è detto - e dà il ricavato ai poveri. Hai forse paura di perderlo? Vedi quel che segue: e avrai un tesoro nel cielo. Forse avresti messo un tuo servo a custodire i tuoi tesori, mentre custode del tuo oro sarà il tuo Dio. Ciò che ha dato sulla terra lo conserva egli stesso in cielo. Quel tale non avrebbe forse esitato ad affidare a Cristo ciò che aveva e si rattristò perché gli era stato detto: Dallo ai poveri, come se dicesse tra sé: «Se tu mi avessi detto: “Dallo a me; te lo conserverò io in cielo”, non avrei esitato a darlo al mio Signore, al Maestro buono; adesso invece mi hai detto: “Dallo ai poveri”».

3.3 Nessuno sia esitante a dare l’elemosina ai poveri, nessuno creda che la riceva colui del quale vede la mano; la riceve Colui che ha comandato di darla. Non affermiamo ciò in base a un nostro sentimento o a una congettura umana; ascolta Colui che non solo ti esorta a farlo, ma ti firma anche la garanzia. Avevo fame - è detto - e mi avete dato da mangiare. Dopo l’enumerazione dei loro servizi [i giusti] chiederanno [al Signore]: Quando mai ti abbiamo visto affamato? ed egli risponderà: Tutto ciò che avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, lo avete fatto a me (…)

4.4 (…) Dà a Cristo: sarà lui stesso che spontaneamente ti farà chiamare in giudizio per restituirti quanto gli hai prestato, mentre tu ti stupirai ch’egli abbia ricevuto qualcosa da te. In effetti ai giusti che si troveranno alla sua destra dirà lui stesso, di sua propria iniziativa: Venite, benedetti del Padre mio. Venite: dove? Entrate in possesso del regno, preparato per voi fin dall’origine del mondo. In premio di che cosa? Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere; ero nudo e mi avete rivestito; ero forestiero e mi avete dato ospitalità; ero malato e in prigione e siete venuti a trovarmi. E quelli: Signore, ma quando mai ti abbiamo visto?. Che vuol dire questo modo di parlare? Il debitore concorda nel debito e i creditori rifiutano! Il debitore fedele non vuole ingannarli. Esitate a ricevere? Io ho ricevuto un prestito da voi e voi non lo sapete? Egli inoltre risponde in qual modo l’ha ricevuto: «Ogni volta che avete fatto un servigio a uno dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me 5. Non l’ho ricevuto io direttamente ma per mezzo dei miei. Ciò ch’è stato dato loro è arrivato a me: state sicuri, non l’avete perduto. Sulla terra vi guardavate da quanti non erano capaci di restituire; nel cielo avete uno ch’è in grado di farlo. Io ho ricevuto - dice - io vi restituirò».

4.5 Ma che cosa ho ricevuto e che cosa renderò? «Ho avuto fame - dice - e mi avete dato da mangiare, ecc. Ho ricevuto la terra, darò il cielo; ho ricevuto beni temporali, restituirò beni eterni; ho ricevuto il pane, darò la vita». Anzi diciamo pure così: «Ho ricevuto il pane, darò anch’io il pane; ho ricevuto da bere, darò da bere; ho avuto ospitalità in casa, ma io darò la casa; sono stato visitato quand’ero malato, ma io darò la salute; sono stato visitato in carcere, ma io darò la libertà. Il pane dato a voi ai miei poveri è stato consumato, mentre il pane che io darò, non solo vi ristorerà, ma non finirà giammai». Ci dia dunque il pane lui, il pane disceso dal cielo. Quando darà il pane, darà se stesso.

5.5 Che cosa infatti volevi quando prestavi a interesse? Dare soldi e riceverne altri, ma darne di meno e riceverne di più. «Io invece - dice Dio - tutto ciò che hai dato, lo contraccambierò in meglio». Ora, se tu dessi una libbra d’argento e ne ricevessi una d’oro, da quanta gioia saresti preso? Osserva e interroga l’avarizia. «Ho dato una libbra d’argento - direbbe - e ne ricevo una d’oro. Quale differenza tra l’oro e l’argento!». A maggior ragione dunque, quale differenza tra il cielo e la terra! Tu inoltre avresti dovuto lasciare quaggiù l’oro e l’argento, ma tu non dovevi rimanervi per sempre. Io invece vi darò un bene diverso, più abbondante e migliore, e ve lo darò per l’eternità. Spegniamo quindi, fratelli, la nostra brama di denaro in modo da lasciarci infiammare da un’altra brama ch’è santa. L’avarizia, che con ogni mezzo cerca d’impedirvi di fare il bene, vi seduce con un linguaggio nefasto; voi volete essere schiavi d’una padrona crudele perché non volete riconoscere il Signore ch’è buono. Talvolta il cuore è sotto il dominio di due padrone dalle quali è straziato in direzioni opposte il cattivo servitore, che merita d’essere schiavo di siffatte padrone.

6.6 Un individuo è talora schiavo di due padrone che sono in contrasto tra loro: l’avarizia e la prodigalità. L’avarizia dice: «Tieni in serbo», la prodigalità invece dice: «Spendi». Che cosa farai tu, soggetto a due padrone che danno ordini contrari e hanno esigenze opposte? L’una e l’altra ha un suo proprio discorso. Quando perciò ti rifiuterai di ubbidire e vorrai perseguire la tua indipendenza, poiché non potranno darti ordini, useranno con te la seduzione. Ma tu devi avere paura più delle loro carezze che dei loro ordini. Che dice l’avarizia? Dice: «Conserva i tuoi averi per te e per i tuoi figli. Se ti troverai nel bisogno, nessuno ti darà nulla. Non vivere alla giornata; provvedi alle tue necessità per l’avvenire». La prodigalità, al contrario: «Godi la vita finché ce l’hai. Tratta bene l’anima tua. Dovrai morire ma non sai quando e non sai neppure se i tuoi beni li possederà il tuo erede, al quale li lascerai. Tu imponi molte privazioni alla tua gola, ma quello, quando tu sarai morto, non porrà su di te una coppa o, se mai la porrà, sarà per ubriacarsene lui e a te non ne scenderà neppure una goccia. Tràttati perciò bene dal momento che ne hai la possibilità, adesso che la possibilità ce l’hai». Diverso era il comando dell’avarizia: «Conserva per te, pensa a te per l’avvenire». Diverso il comando della prodigalità: «Spendi, tràttati bene».

7.7 Devi sentir disgusto, tu che sei libero e chiamato alla libertà; devi sentir disgusto del giogo di schiavitù posto sul tuo collo da siffatte padrone. Riconosci il tuo Redentore, il tuo liberatore. Mettiti al servizio di lui: ciò che ti comanda è ben più facile, non ti dà ordini opposti. Oso dire anche di più: davano ordini opposti l’avarizia e la prodigalità in modo che ti era impossibile ubbidire ad ambedue. Una infatti diceva: «Conserva per te e pensa al tuo avvenire»; l’altra invece diceva: «Spendi e tratta bene l’anima tua». Se ti si presentasse il tuo Signore e Redentore, ti rivolgerebbe lo stesso discorso, ma senza contraddizioni. Se tu non vorrai ascoltarlo, sappi che alla sua casa non è necessario chi serve malvolentieri. Presta attenzione al tuo Redentore, considera quanto gli sei costato. È venuto per riscattarti, e per questo ha versato il suo sangue. Tu gli eri assai caro perché ti aveva comprato a caro prezzo. Se riconosci colui che ti ha riscattato, considera da quale schiavitù ti ha riscattato! Non parlo di tutti gli altri vizi e del superbo dominio che esercitavano su di te; poiché tu eri schiavo d’innumerevoli vizi. Parlo solo di queste due padrone, ossia l’avarizia e la prodigalità, che ti danno ordini opposti, che ti trascinano in direzioni opposte. Strappati da esse, vieni dal tuo Dio. Se prima eri servo dell’iniquità, sii ora servo della giustizia. Le stesse parole che ti dicevano esse dandoti ordini opposti, le sentirai anche dal tuo Signore senza che però ti dia ordini opposti. Egli non elimina il loro linguaggio, ma elimina il loro potere. Che ti diceva l’avarizia? «Conserva per te, pensa al tuo avvenire». Non cambia la parola eterna, il Verbo, cambia solo l’uomo. Se dunque ti aggrada, fa’ il confronto tra i consiglieri. L’uno è l’avarizia, l’altro è la giustizia.



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