sabato 2 maggio 2009

Esercizi fraternità Dalla fede il metodo24-26 aprile ’09 -appunti non rivisti dall'autore




Carron
Le circostanze per cui Dio ci fa passare sono fattori essenziale e non secondario
della nostra vocazione, della missione a cui ci chiama. La circostanza con cui uno
prende posizione di fronte all’incarnazione di Cristo è importante. Tutti sappiamo
quali sono queste circostanze che ci hanno sfidato quest’anno, la crisi, il
terremoto, il dolore di Eluana, il vedere crollare un mondo davanti ai nostri occhi
con leggi che non sanno difendere il bene della vita o della famiglia, il trovarsi
sempre di più a dover vivere la nostra vita sempre più senza patria, le circostanze
drammatiche personali e sociali. Le circostanze non sono neutre, non sono cose
solo da sopportare, stoicamente, sono parte della nostra vocazione, della
modalità con cui Lui ci chiama, ci sfida ci educa, con cui Dio, il Mistero buono ci
chiama oggi.
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Per noi queste circostanze hanno tutto lo spessore di una chiamata, perciò sono
parte del dialogo di ciascuno di noi con il Mistero presente.
Così la vita (1994 DG) è un dialogo, non è tragedia. La tragedia fa finire tutto nel
niente, la vita è dramma perché rapporto tra il nostro io e il Tu di Dio. Il nostro io
che deve seguire i passi che Dio segna. Questo Tu fa cambiare la circostanza
perché senza questo Tu tutto sarebbe niente, il passo verso una tragedia sempre
più oscura. Proprio perché esiste questo Tu la circostanza ci chiama a Lui. E’ Lui
che ci chiama al destino attraverso ogni cosa che capita.
Noi non siamo esenti dal rischio di vivere la vita nella anestesia totale che crea la
nostra società. Il vero pericolo della nostra epoca è la perdita del gusto del vivere.
Questo implica il non sentimento di sé, la non affezione a sé. Occorrerebbe fare
una anestesia totale perché uno perda integralmente il senso dell’attaccamento
a se stesso e almeno una preoccupazione di se stesso. Il tipo di società in cui
siamo riesce a realizzare queste anestesie totali. In tante occasioni siamo
addormentati nel nostro torpore, nella fuga da noi stessi dove la cosa più lontana
è questa affezione a sé. Basta pensare all’ultima volta che abbiamo avuto un
istante vero di tenerezza verso noi stessi.
Queste anestesie totali non possono essere permanenti, hanno un limite. Per
questo la sofferenza non è evitabile, la sofferenza indica la fine di una anestesia
totale. Attraverso queste circostanze il Mistero ci vuole educare alla nostra verità,
alla coscienza per cui siamo fatti, non ci lascia andare verso il niente, per una
passione per la nostra vita come il segno più potente della sua tenerezza.
E come ci educa? Non attraverso un discorso, ma attraverso l’esperienza del
reale, le circostanze attraverso le quali ci scuote. Un pezzo di realtà vale di più di
mille parole. Allora le circostanze, la sofferenza ci mettono davanti alla serietà

delle vita che tante volte vogliamo censurare. Per il mondo tutto è serio eccetto la
vita! I soldi, il rapporto tra uomo e donna, i figli: la vita implica tutto questo, ma con
uno scopo di tutto. Queste circostanze ci sfidano a scoprire questo significato. Per
questo il vero problema non è la crisi, queste circostanze, ma come arriviamo
ciascuno di noi davanti a queste circostanze. Tante volte queste circostanze sono
l’occasione di renderci conto che siamo spaesati, smarriti perché la realtà della
Chiesa come avvenimento quotidiano si pone davanti al mondo non dico
dimenticando, ma dando come per supposto, ovvio il contenuto dogmatico del
cristianesimo, la sua ontologia, perciò semplicemente l’avvenimento della fede.
Noi ci mettiamo davanti alle circostanze dando per ovvio l’avvenimento della
fede. Queste circostanze fanno venire a galla il percorso fatto quest’anno. La
circostanza è il modo con cui uno prende posizione di fronte al mondo, nel modo
di viverla. Noi diciamo davanti a tutti cosa è per noi Cristo nel modo con cui
viviamo le circostanze; possiamo sorprenderci in azione perché tutti ci siamo mossi
in queste circostanze, siamo venuti allo scoperto e abbiamo dovuto dire cosa era
per noi la vita.
Cosa è successo al di là delle nostre intenzioni, cosa è successo, cosa abbiamo
scoperto? Al di là delle nostre intenzioni perché le confondiamo con la realtà. Le
intenzioni tante volte sono giuste, ma nella realtà ci muoviamo con un’altra
logica. Nel modo con cui ci muoviamo nelle circostanze noi diciamo qual è la
nostra appartenenza. Come si ottiene questa posizione in noi si capisce se viviamo
l’appartenenza che è la radice profonda di tutta l’espressione culturale. Ci
diciamo cosa abbiamo di più caro, quale è la nostra cultura nel modo con cui
affrontiamo le circostanze. E questa si vede nella sua capacità di reggere davanti
alle circostanze.
Terremoto dell’Abruzzo: amici che danno la vita perché rimaniamo in Cristo.
Rose: la tribù di Don Giussani, non si muovono perché il movimento ha fatto un
volantino, ma si commuovono e quindi si muovono.
Le persone che non amano possono solo rispondere in modo meccanico.
Pensiamo al nostro desiderio di conversione. Proviamo a immaginarci davanti a
Gesù. Da una parte c’erano quelli che già sapevano di fronte a Gesù. Gli altri
andavano a sentirlo perché nessun uomo aveva mai parlato come questo. Si
sentivano rinnovati nel sentimento della propria umanità. Questa gente lo seguiva
e si dimenticavano di mangiare. Il primo fattore che definiva quel fenomeno era
Cristo? No, era che era povera gente, gente che aveva fame e sete, desiderava
l’avverarsi della propria umanità. Uno deve sentire se stesso, la propria umanità.
Incominciamo da bisognosi. Da cosa si vede? Dal fatto che siamo tesi, aperti a
che Lui abbia pietà di noi.
Sabato mattina

In che contesto ci troviamo ad affrontare la sfide di cui parlavamo?
1. Il crollo di antiche sicurezze religiose. Ratzinger: 1927 Eisenberg, Einstein, Plank,
Pauli. Scienze naturali e religiose non sono in rapporto. Le scienze naturali si
basano su vero-falso, le scienze religiose su valore e disvalore. Le scienze
naturali sono il modo di andare incontro al lato oggettivo della realtà, la fede è
l’espressione di una decisione soggettiva. Ma non c’è questa frattura tra sapere
e credere. La separazione completa è solo un espediente di emergenza per un
tempo limitato. Nel dopoguerra era viva la fiducia che tale vicenda non
potesse più accadere. Oggi nella crisi morale che assume forme nuove, la
fiducia di allora sparisce, il crollo di antiche sicurezze religiose è diventato un
fatto compiuto (1995). Questa è la nostra situazione.
Questa separazione tra sapere e credere ha una radice più lontana.
L’illuminismo era la religione nell’ambito della pura ragione, ma questa
religione si disgregò rapidamente perché non aveva la forza di sostenere la
vita. E la religione trovò il suo nuovo concetto come sentimento. “Il sentimento
è tutto, il nome è rumore e fumo”. Tale separazione determina una sfera del
sapere dove vige una ragione razionalistica, una ragione come misura che non
ha a che fare con il significato ultimo e dall’altra parte una sfera del credere
come ambito non razionale del sentimento, del soggettivo, di decisioni
soggettive sui valori in cui viene confinato il sentimento religioso.
Insieme a questa riconduzione del religioso al sentimento avviene la riduzione
della fede cristiana alla dinamica del senso religioso. La fede non è che un
aspetto della religiosità, un tipo di sentimento con cui vivere l’irrequieta ricerca
del proprio destino. Tutta la coscienza moderna si agita per strappare
dall’uomo l’ipotesi della fede cristiana e per ricondurla alla dinamica del senso
religioso.
E questa confusione penetra anche la mentalità del popolo cristiano. Questo
strappo si vede dal fatto che il popolo cristiano affronta il reale senza avere
davanti la tradizione cristiana, che non è più il punto di partenza per entrare
nel reale.
E’ in questo contesto che possiamo capire tutta la portata del tentativo di Don
Giussani. Il movimento è nato per rispondere a questa sfida, dalla 1° ora del
Berchet in cui si diceva che fede e ragione non c’entravano l’una con l’altra.
Questo ha generato una modalità di vivere l’esperienza cristiana che è stata
interessante per noi quando la abbiamo incontrata.
2. Questo crollo riguarda anche noi. Uno non può vivere in una situazione senza
esserne influenzato.

La realtà è il luogo della verifica della fede. Nelle sfide di quest’anno il punto
cruciale è stata la questione della fede, il nesso tra la fede e la speranza. Il
confronto con il capitolo sulla speranza ha portato a galla una fragilità della
fede, una debolezza di giudizio, una reticenza a compiere quel percorso di
conoscenza che certi fatti esigono. “Una fede traballante, non poggiante su
nulla e il futuro una nebbia”. Quando la realtà stringe tutto svanisce. Ci sono
tanti fatti, tantissimo bene raccontato, ma è come se soffrissero di una ultima
incertezza, come se il mattino dopo l’esperienza fatta potesse svaporare,
svanire. Ci troviamo come tutti, tante volte riduciamo la fede a sentimento
religioso. La fede è una delle tante ipotesi che formuliamo per affrontare la
situazione, come se non fosse accaduto nulla e ci trovassimo da capo di fronte
all’ignoto, io con il mio senso religioso a cercare come affrontarlo.
Il punto di partenza non è qualcosa conosciuto con certezza. La ragione
nascosta è che non ci sembra reale quello che abbiamo conosciuto. Ci
vengono tutte le altre ipotesi in mente prima della fede, perché la fede non è
vera conoscenza. Qualsiasi cosa ci sembra più reale della presenza
riconosciuta dalla fede. Invece di partire da una presenza si parte da
un’assenza, da un ignoto.
La prima espressione di amore a me, il primo gesto di pietà è affermare questo
Altro, prima di qualunque coerenza. Questo non ci impedisce di continuare a
usare le parole cristiane, ma tutto acquista un altro spessore e significato.
E’ la riduzione della fede a sentimento, dove il credere invece del
riconoscimento di una presenza incontrata diventa un atto irrazionale per cui
alla fine è la fede che genera il fatto. Bultmann non è così lontano dalla nostra
vita, che capovolgimento: è la fede che crea il suo oggetto. Tante volte il
credo per noi non è conoscenza vera, non c’entra con l’uso della ragione.
Quando si parla di Cristo non è coinvolta la realtà e quindi la ragione. Il
contenuto della fede non lo riteniamo reale.
3. La riduzione del cristianesimo a etica o cultura, la riduzione a regole della fede,
ma non abbiamo bisogno di parlare di Lui. Chi di noi può stare davanti a
Eluana solo difendendo la vita se non ci fosse qualcuno presente, se non ci
fosse la carezza del Nazareno? Noi respiriamo questa riduzione a una morale o
a un insieme di valori, che come tale può essere stimata o combattuta. Il
cristianesimo dei valori è una tentazione cui non siamo estranei. Come se il
fatto di Cristo per noi rimanesse parallelo alla vita. Un cristianesimo così è
insufficiente ad affrontare la vita.
La fede ha qualche possibilità di successo, si chiedeva Ratzinger? Si, perché
trova corrispondenza nella natura dell’uomo, per la sua aspirazione nostalgica
all’infinito. Solo Dio è in grado di venire incontro alle domande del nostro
essere.

4. Irriducibilità di un fatto. Perché tutto questo non è finito in noi, come tutto
questo non ha preso il sopravvento? Per l’incontro con un fatto irriducibile che
non siamo in grado di cancellare, un fatto presente. Oggi siamo davanti ad un
fatto irriducibile pieno di testimoni.
E questo è il segno che il Mistero continua ad avere pietà di noi.
La prima caratteristica della fede in Cristo è un fatto.
E la prima della caratteristica della conoscenza è l’impatto della coscienza
con la realtà. Abbiamo il presentimento con una corrispondenza che non
possiamo toglierci da dosso. Corrisponde ad una attesa costituiva del nostro
essere. Questo imbattersi della persona in una diversità è qualcosa di
semplicissimo che viene prima di ogni catechesi o riflessione o sviluppo. Ha
bisogno solo di essere visto, e muove in forza della corrispondenza. Senza
questa contemporaneità della sua presenza in una umanità diversa non
sarebbe possibile la fede cristiana. Come mai, se siamo circondati da tanti
testimoni, siamo dopo un po’ ancora smarriti? Ciò che manca tra noi non è la
presenza, manca l’umano. Se l’umanità non è in gioco il cammino della
conoscenza di ferma, non manca la conoscenza, manca il percorso.
Da questa situazione non possiamo venire fuori automaticamente, scaldando
la sedia, senza un lavoro, un’ascesi su se stessi. Non basta ripetere certe frasi di
Don Giussani o partecipare a momenti belli, ma occorre impegnarsi in un
cammino, in un lavoro, verificare se prendere sul serio o no la sfida di Don
Giussani. Nessuno come lui ha accettato di raccogliere la sfida dei tempi
moderni.
Noi partecipiamo a certi gesti senza fare un cammino umano, come non
consapevoli della situazione drammatica in cui ci troviamo. Se il movimento
non è un’avventura per sé e un allargarsi del cuore allora diventa un partito. E
uno è destinato ad essere solo e individualisticamente definito.
5. Il percorso della fede:
a. Ci manca la percezione di cosa è la corrispondenza, la parola più
confusa del vocabolario ciellino. Non viviamo la nostra umanità.
L’impegno nel cammino umano è condizione perché abbiamo a essere
all’erta quando Cristo ci offre il suo incontro. Siamo stati staccati non
dalle formule cristiane, ma dal fenomeno umano, abbiamo una fede
che non è più religiosità, non consapevole, intelligente di sé.
Nulla è incredibile come una risposta ad un problema che non si pone
(Niebhur) Se questa esigenza non c’è cosa ci sta a fare Cristo, la messa,
la confessione..non sono risposte ad una domanda e perciò non hanno
lunga sopravvivenza. Così il cristianesimo è diventato parole. Ratzinger: la
crisi dell’annuncio cristiano non è dovuto alla mancanza di energia nel

ripetere una dottrina, ma le risposte cristiane hanno lasciato da parte le
domande degli uomini.
O prendere sul serio le proprie domande umane o ripetere un discorso
imparato.
Don Giussani ci ha invitato a prendere sul serio il proprio umano,
l’affezione a sé, il sentimento della propria umanità. Questo cosa
significa? Ci riconduce alla riscoperta delle esigenze costitutive, di una
attesa senza confini, questa è l’originalità dell’uomo. Questo manca
tante volte tra noi, questa mancanza del senso del Mistero. “I sapienti
non è che non vedono la risposta, ma non vedono l’enigma della
ragione” (Chesterton) Es. del piccolo poeta innamorato che prova
nostalgia per l’innamoramento. Provare nostalgia è corrispondenza? Uno
giustifica andare dietro a qualsiasi cosa in nome della corrispondenza.
Ma io devo andare fino in fondo alla corrispondenza. Ma per noi
corrispondenza è provare nostalgia, desiderio di avere. Ma la nostalgia
non è corrispondenza, ma un sentimento. Dopo il sentimento mi chiedo:
questo che provo è desiderio reale, infinito, esigenze che nascono in me
impegnato in ciò che provo e queste domande giudicano quello che si
prova. Qui diventa esperienza il puro provare, quando il provare è
giudicato dai criteri del cuore. Se è veramente vero, bello, felice, in base
alle domande ultime del cuore l’uomo governa la sua vita altrimenti è un
bambino che segue quello che prova senza giudicarlo.
Questa confusione del provare con la corrispondenza ci impedisce di
riconoscere la corrispondenza di Cristo, non capisco quale è la novità
che Cristo introduce. Una risposta è capita nella misura in cui uno sente
la domanda addosso a sé. Solo così si capisce la risposta. Cleuza e i
capelli che sono contati: lo ha preso come vera conoscenza e l’ha
giocata nel reale.
Il giudizio sulla corrispondenza di Cristo è possibile se c’è questo umano.
Se no la fede non è conoscenza e rimaniamo smarriti come tutti e noi
che siamo sapienti non capiamo niente.
b. Questo è l’inizio di un percorso che mi fa capire chi è Costui che mi
corrisponde così. Tante volte questo percorso non lo facciamo e siamo
come i giudei, sospesi. “Se tu sei il Cristo dillo”. I giudei vogliono una
risposta che risparmi l’impegno del proprio umano, della propria ragione
e libertà. Ma Gesù dice che le opere che compie nel nome del Padre gli
danno testimonianza. Siamo davanti a opere, fatti, testimoni a una
diversità umana. La nostra paura incomincia nell’istante in cui
blocchiamo il percorso della conoscenza di quella bellezza che mi
ferisce.

Restiamo alla apparenza della bellezza delle opere, ma non
riconosciamo l’origine ultima delle opere. Stacchiamo sempre il segno
dalla sua origine e i segni non ci confermano che Egli è all’opera. Se
arrivassimo a riconoscere la bellezza che abbiamo davanti non ci viene
neanche il pensiero di come rimane. Lui è con noi tutti giorni, c’è. Se non
arriviamo a questa conoscenza vera siamo sempre nell’incertezza. Una
volta riconosciuto occorre fare la verifica di quello che abbiamo
riconosciuto nell’esperienza.
La fede non è un pensiero, un edificio teorico chiuso, è una via che si
riconosce solo invocandola, percorrendola. Questo vale in un duplice
senso.
Il fatto cristiano si dischiude nel come ci cambia e ci accompagna e
consente di essere colto come cammino storico.
Occorre che lasciamo alla fede dischiudere la sua verità davanti alla
vita e dimostrare che regge davanti alle circostanze. E’ li dove il Mistero
svela la sua diversità davanti a tutti i nostri idoli. Altrimenti non potrà venir
fuori l’evidenza di cui abbiamo bisogno, perché di questa evidenza
abbiamo bisogno non di un discorso, né di un altro che ce lo spieghi, ma
di vederlo noi nelle circostanze. Solo chi rischia questa verifica può
arrivare a quella certezza della conoscenza di cui abbiamo tutti bisogno,
e la vita diventa un’altra cosa, il centuplo quaggiù. Senza questo
l’obiezione alla fede non è ragionevole perché non lo abbiamo
conosciuto, verificato.
6. La fede è un metodo di conoscenza. Questo cammino drammatico fa parte
della certezza, del superamento tra sapere e credere. La storia non è inutile, le
circostanze non sono inutili ma la possibilità di vedere Colui in cui crediamo.
Non crediamo per un sentimentalismo, o perché abbiamo deciso di credere,
ma perché abbiamo visto le sue opere. Abbiamo visto i tratti inconfondibili
della sua presenza. Chi ha accettato questa sfida che ci ha fatto Don Giussani
potrà testimoniarlo. Nessuno quando fa questo percorso può far fuori
l’esperienza di corrispondenza e questi fatti rimangono nella memoria, nella
fibra del nostro essere. Il cristianesimo quando facciamo questa strada è un
fatto che non possiamo strapparci da dosso e qualsiasi crisi è l’occasione per
vederlo all’opera. E’ la certezza di Lui che cresce e per questo c’è gratitudine
infinita che si rende presente alla nostra vita.
Lui è più consistente di qualsiasi sfida. La consistenza della nostra vita dipende
dal rapporto con questa presenza, dalla familiarità con questa presenza.
Questa è la grandezza del carisma a cui apparteniamo. Una presenza che
corrisponde anche nelle difficoltà. Riconoscere i suoi tratti inconfondibili non nei
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nostri pensieri, ma nella vita. Non lasciarmi mai, presenza che sempre mi
sorprendi.
Sabato pomeriggio
1. Se la fede è una conoscenza richiede l’uso della ragione. La conoscenza
nuova implica l’essere in contemporaneità con l’avvenimento che la genera.
Come l’avvenimento cristiano permane? Solo rispondendo a questo possiamo
dare risposta alla frattura tra sapere e credere.
Per rispondere a questa domanda non basta riconoscere che il cristianesimo è
un avvenimento storico. Perché quello che permane per noi di
quell’avvenimento storico è solo la Bibbia, passiamo dalla religione dell’evento
alla religione del libro e l’evento diventa solo parola.
Anche noi dobbiamo affrontare la questione. Nessuno dubita che il carisma
per noi sia stato un fatto storico, ma adesso diventa stringente capire come
permane il carisma che ci ha affascinato nel passato; la tentazione nostra è
che rimane attraverso i testi, la sdc. I libri sono certamente un bene immenso,
resteranno per noi come canone, regola dell’esperienza della vita che ha fatto
Don Giussani. Ma se restano solo i libri ci troveremo nella stessa situazione dei
giudei quando la voce profetica si è spenta. Da soli con i testi resta solo da
interpretarli. Sappiamo che questo rischio non è per modo di dire e la sdc può
diventare questo e sappiamo che può essere noioso. Rimarremmo incastrati
nelle nostre interpretazioni e saremmo come tutti e non capiremmo Don
Giussani oltre la nostra capacità di capire, resteremmo dentro i nostri
presupposti. Se fosse così il carisma non basterebbe per interessare la vita.
Cosa può far rimanere l’amore a sé, al destino degli altri? Un Cristo come fatto
storico lontano, può anche dare un input momentaneo, destare nostalgia, ma
ora come si fa ad accettare sé e gli altri in nome di un discorso? Non si può
rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza, ora,
altrimenti io non posso amarmi e non posso amare te ora.
“Qualcosa che viene prima”: la grande rivoluzione è dire che il cristianesimo
permane come fatto e questo non è scontato.
L’imbattersi di una presenza di una umanità diversa non è solo all’inizio ma in
ogni momento che segue l’inizio. Il fattore originante è l’impatto con una realtà
umana diversa e non c’è sviluppo se quell’avvenimento non si ripete ovvero se
non rimane contemporaneo. La contemporaneità di Cristo non può essere solo
dell’inizio ma di ogni istante della strada se no nulla procede e il carisma è
morto e sepolto. Se non si rinnova ora nemmeno capiamo ciò che era

successo all’inizio. Solo se l’avvenimento riaccade ora si illumina e
approfondisce l’avvenimento iniziale e si stabilisce una continuità.
Se questo non succede non è che non facciamo niente, ma subito si teorizza,
l’avvenimento diventa teoria, discorso e questo prende il sopravvento
sull’avvenimento.
Se non si teorizza si brancica alla ricerca di appoggi sostituivi per vivere. Un
discorso non può sostituire la vita. Gli appoggi sostitutivi sono l’usura, la lussuria,
il potere, non perché siamo cattivi o peggio degli altri, ma perché è inevitabile.
Si vive per qualcosa che sta succedendo ora. Se vogliamo sapere se permane
tra noi il criterio, per capirlo è che la continuità con quello che è avvenuto al
principio si avvera solo attraverso la grazia di un impatto sempre nuovo e
stupito come se fosse la prima volta. Altrimenti in luogo di tale stupore
dominano i nostri pensieri. Dalla fede il metodo. Il carisma permane nella
diversità umana che accade ora. La differenza tra gli scribi e il cristianesimo lo
vediamo in questi giorni di Pasqua.
Tutti i vangeli documentano la diversità tra Gesù e gli scribi e tutti rimanevano
stupiti di questa diversità. Insegnava come un’autorità e non come gli scribi.
Questa diversità come rimane? Negli Atti degli Apostoli vengono raccontati
fatti, il cambiamento delle persone e il racconto delle apparizioni. Sono due
fatti che si illuminano a vicenda. Le apparizioni sono vere, non sono delle
allucinazioni, sono vere dimostrando i fatti. E per non rimanere sui fatti, i fatti
hanno un’origine.
Quello che ci dice Don Giussani è la documentazione di quello che è il
cristianesimo, la portata dal punto di vista metodologico del tema: dalla fede il
metodo. La permanenza di Cristo, o il cristianesimo è avvenimento o non è più
cristianesimo anche se usiamo le stesse parole.
Ciascuno di noi dopo la scomparsa di Don Giussani può vedere cosa sta
succedendo. E’ questa la modalità attraverso cui lui permane e continua ad
accompagnarci, altro che solo testi, ricordi. Questo non può e non deve voler
dire svuotare il passato che mi ha portato fin qui. Esso appartiene ad un unico
disegno. La persona di Don Giussani non appartiene al passato. Con questi fatti
davanti ai nostri occhi, possiamo affrontare la domanda: come permane? Che
tante volte ha dentro una incertezza, come io lo faccio permanere, come
faccio permanere l’avvenimento che mi ha preso.
Molti di noi raccontano un mare di vita e di bene, hanno visto un miracolo che
hanno paura di perdere, e si chiedono come far permanere questa cosa.
In Don Giussani non c’è traccia di questa preoccupazione. In Don Giussani
questa domanda parte da una certezza. Lui permane non come discorso, ma
come evento di una umanità cambiata e il metodo è sempre lo stesso,
l’imbattersi in una diversità umana.

Noi partiamo da una incertezza, non abbiamo capito cosa ci è successo, per
noi la fede non è percorso di conoscenza e c’è ancora la frattura tra sapere e
credere. A come permane ci pensa Cristo risorto. A noi tocca riconoscerlo ogni
volta che ci capita.
Per questo il cristianesimo vissuto così è una cosa da brividi. E la nostra libertà si
sente sfidata solo da questa diversità presente.
Questa contemporaneità ci mette davanti ad un’alternativa: o aggrapparsi al
già saputo, al possesso di certi testi o l’apertura all’imprevisto rendendoci
disponibili a quello che Cristo fa oggi, alla modalità sempre nuova in cui Lui si
manifesta. Perché davanti al nuovo c’è sempre la paura. Perché questo Tu sei
o Cristo, il nuovo che si affaccia nella vita.
Parabola dei 2 figli, vai a lavorare nella vigna, si ma non andò, l’altro non ne
aveva voglia, ma ci andò. I sommi sacerdoti all’inizio avevano detto sì e poi no,
i pubblicani invece dicevano no davanti alla legge, ma hanno detto si davanti
a Lui.
Noi corriamo questo rischio, dobbiamo decidere perché noi potremmo pensare
di sapere già la strada? O possiamo essere come i pubblicani, perché la storia
che abbiamo vissuto può essere come qualcosa che ci viene contro se non
siamo disponibili a quello che accade ora. Ti benedico perché hai tenuto
nascosto queste cose ai sapienti e gli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. I
semplici sono i veri intelligenti per i quali il passato ha prodotto una apertura a
qualcosa che sta accadendo ora. La verifica di questo passato si realizza
sempre nel presente. Sono disponibile al carisma come si documenta davanti
a me ora? Permane attraverso la stessa modalità, la diversità umana che
accade ora, siamo disponibili? Per questo non abbiamo bisogno di interpreti,
ma di testimoni, il cambiamento che succede ora. Altrimenti rimaniamo
incastrati nei nostri pensieri, facciamo la sdc contro il metodo che la sdc ci
documenta.
“L’aspetto importante della sdc è che qualcuno insegni, qualcuno in cui
l’impatto iniziale si rinnovi e si dilati, come spunto per il rinnovarsi della prima
sorpresa e non svolga un ruolo o un compito. Non si può comunicare una
esperienza con una coscienza come ruolo, come chi vuole insegnare perché
chi insegna è solo lo Spirito di Dio” (Dalla fede il metodo)
Nel cristianesimo il contenuto e il metodo coincidono. Nel mistero
dell’incarnazione del Verbo sta sia il contenuto che il metodo dell’annuncio
cristiano. E questo è il nostro bisogno, e può dare risposta al bisogno che hanno
gli altri che ci incontrano.
La sua presenza permane nella storia in chi ha questa attrattiva nel modo di
vivere.
Il Concilio Vaticano II lo dice parlando del testimone, trasformati dall’immagine
di Cristo.

La condizione per diventare testimoni è seguire quello che accade.
I discepoli prendevano parte dell’avvenimento di Cristo con quello che
accadeva, nel riconoscimento di Lui all’opera.
Occorre che riaccada quello che è accaduto in principio, non come è
accaduto in principio. Solo seguendo questo diventiamo testimoni nel presente
di quello che accade ora.
Non è compagnia se non è obbedienza. La compagnia non è fatta da chi
conduce, ma dallo Spirito. Non è una persona che si segue, ma l’esperienza
che quella persona vive, non la persona. Il personalismo è il malanno di
qualsiasi associazione.
2. Il segno del superamento tra sapere e credere è raggiungere una certezza su
quella presenza che possa sostenere la vita.
E questo si vede dalla speranza. La speranza è concepita come una capacità
nostra e quando arriviamo alla consapevolezza che non ce la facciamo la
speranza crolla. Usiamo la sdc contro il metodo che ci indica.
Il libro non protesta contro la nostra riduzione, per questo occorrono dei
testimoni che protestano contro questa riduzione. Quando vediamo crollare le
nostre risorse rimane solo la parola “chissà” il termine della sicurezza naturale. Il
test della fede è la speranza. Riconoscere una presenza presente.
La resurrezione non è un mito, un sogno, ma un evento unico e irripetibile. Gesù
di Nazareth ha lasciato vittorioso la tomba.
Se Cristo non fosse risorto il vuoto avrebbe il sopravvento e ogni speranza
rimane un’illusione. Per questo non ci sarebbe speranza. E’ solo perché è
risorto, perché c’è che possiamo adesso guardare la grande domanda: questi
desideri che ho nel mio cuore saranno soddisfatti si o no? Questi desideri fatti
secondo le esigenze del cuore, dell’infinito, possono essere sicuri di essere
attuati solo in quanto uno è disponibile ad abbandonarsi alla presenza di Cristo
risorto.
Le esigenze del cuore dicono che la risposta c’è ma la certezza deriva dalla
presenza riconosciuta dalla fede. La forma della risposta al desiderio di
ciascuno di noi è Cristo stesso. Egli solo è capace di esaurire il desiderio di
felicità, null’altro è in grado di soddisfarci realmente. Perciò la speranza è il
compimento della affezione perché Lui solo è il compimento del desiderio.
Occorre festeggiare Cristo, che esiste un termine ultimo di felicità che è
diventato uomo. Lo può festeggiare colui che si rende conto della vera natura
del desiderio del cuore.
Una delle difficoltà più grandi è stato il passaggio della incertezza inevitabile.
La modalità con cui la certezza della speranza è in noi lascia come un dubbio,
che non è dubbio perché è incertezza perché non sappiamo delineare come
sarà questo futuro.

L’alternativa è tra abbandonarsi o cercare da noi la soluzione. La vita che si
abbandona è una vita dove la letizia domina, non c’è lamento che ingombra
il cuore e rende pesante la vita di coloro che ci circondano.
Il luogo di questo avvenimento della speranza è una compagnia ecclesiale,
gente che si mette insieme per Cristo.
La certezza di quello che ho incontrato o è intelligente, cosciente dei suoi
motivi e valori o no, e in questo caso ho paura del futuro. Se la fede non è
conoscenza ho paura del futuro. Se si vive la compagnia come utopia ho
paura del futuro. Se la compagnia la vivo come luogo riconosciuto dove la
ragione e la libertà trovano la loro difesa, il loro appoggio allora non vince la
paura. La compagnia non è risparmiarci la ragione e la libertà, ma il luogo
dove trovano la loro difesa e appoggio. Se la compagnia è rapporto con
Cristo ti rende certo.
C’è un modo di stare insieme che non è giusto, non è adeguato. Per questo
dobbiamo stare insieme per questa difesa della ragione che ci aiuti a superare
la frattura tra il saper e il credere.
Il superamento ultimo di questa frattura è nel modo di concepire la nostra
espressione culturale. Se volete capire se la fede è vera conoscenza, se si
supera la frattura tra sapere e credere dobbiamo guardare come entriamo nel
reale e ci rapportiamo a tutto e questo è ciò che chiamiamo cultura. Se rimane
il dualismo tra sapere e credere nel modo di guardare la moglie, la malattia,
vuol dire che siamo come tutti.
Se a dominare questo sguardo è la fede allora la vita è un’altra cosa. Perché la
cultura non può non nascere se non da un gusto del vivere. Noi facciamo
cultura nuova nella misura in cui la nostra esperienza del vivere fiorisce. Non è
questione di erudizione.
“Colui che è tutto ha bisogno di colui che non è niente, Colui che è tutto non è
niente senza colui che è niente”(Peguy)
Domenica mattina
D Cosa è la corrispondenza.
Carron Se non capiamo cosa è l’esperienza non abbiamo lo strumento della
strada per fare un cammino umano. E da qui vengono tutti i nostri guai. Se
quello che vediamo non è giudicato niente è utile e non facciamo un
cammino umano. Questa è stata per ma la questione più rilevante
nell’incontro con il movimento, che metteva nelle mie mani il criterio per fare
un cammino umano. Noi l’esperienza la riduciamo a provare. Ma se per
esempio, facciamo il compito di matematica come sapete se avete trovato la
soluzione? Provare dopo aver fatto non implica la sicurezza di avere imparato
niente. La vita può essere un insieme di prove e di tentativi senza imparare

niente. L’esperienza ha bisogno di un giudizio. Quindi paragonare il compito di
matematica con la soluzione del professore. Senza giudicare non si capisce e
non si può essere certi.
Per emettere un giudizio occorre un criterio di giudizio. Ma c’è qualche
professore che può diventare il criterio di giudizio per quello che provo nella
mia vita? Spesso affidiamo a un guru il nostro criterio di giudizio e così noi siamo
schiavi di un altro, alienati. Se togliamo alla persona il criterio di giudizio le
togliamo la dignità. E c’è una modalità di stare tra noi che è questa: tu non
capisci, te lo spiego io.
Qual è il criterio del giudizio? Non può essere fuori di noi, ma dentro di noi.
Allora ciascuno decide? Il criterio del giudizio non lo decidiamo noi, come non
decidiamo il numero delle scarpe. Il criterio è in me, ma non lo decido io.
Dobbiamo sottometterci al criterio che ci troviamo. Il piede grida che non è
questo, se è piccola la scarpa.
E questo è soggettivo? Qual è il criterio di giudizio per entrare in tutto?
L’esperienza elementare, insieme di esigenze che costituiscono il nostro volto
umano, il cuore. Questo è un criterio oggettivo e dobbiamo rintracciare
nell’esperienza esempi di questo. Tante volte il lavoro, la festa sono andati
bene e torniamo a casa tristi, non ci bastano. E’ così oggettivo che se non
trovo corrispondenza non sono a posto.
Per questo la parola chiave è la corrispondenza. Io ho dentro di me il criterio
per capire cosa corrisponde all’esigenza del mio cuore.
Noi confondiamo il provare con la corrispondenza e così tra noi giustifichiamo
qualsiasi istintività. E questo è sbagliato per te, non per la morale, ma perché
finisci nel nichilismo e questo è molto peggio. Provare la nostalgia o il desiderio
di avere, così non è esperienza.
Facciamo confusione sulla parola corrispondenza. Es. nel matrimonio in cui si
pensa che l’altro ti rende felice. Ma la mia esigenza di felicità è più grande di
tutto l’universo.
Provare l’insufficienza è la questione più grande della vita, per questo Don
Giussani ci invitava a leggere Leopardi, suo compagno e amico a 13 anni.
Tutto è poco, piccino per le capacità dell’animo, la moglie, il lavoro, tutto è
poco. Quindi scambiare questa corrispondenza non è solo fare il male, non è
non essere coerente con la norma morale, ma il problema è che sbaglio
perché non troverò niente che corrisponde all’esigenza di felicità. Vogliamo
prendere sul serio il nostro umano o vogliamo fare ciò che ci pare e piace?
Se abbiamo questa affezione a noi stessi, se vogliamo il nostro bene, dei nostri
figli, se non facciamo esperienza non possiamo capire la differenza tra le nostre
immagini e Cristo. Se è solo ciò che mi pare e piace, Cristo è un pensiero che
mi piace o meno e non è ciò che rende possibile l’unica vera corrispondenza,
impossibile all’uomo se non Lo trova.

Resistiamo a riconoscere ciò che veramente ci corrisponde, abbiamo bisogno
di giustificare qualsiasi nostra istintività, e andiamo dietro alla prima che passa
per la strada in nome della corrispondenza.
D Manca l’umano. Cosa significa avere l’umano?
Carron Le esigenze non nascono in ciò che provo, ma in me impegnato in ciò
che provo. Per questo occorre l’umano. Se riduco l’umano a ciò che mi pare e
piace è il crescere della confusione. Per andare dietro alle cose che ci pare e
piacciono dobbiamo negare l’esperienza della non corrispondenza che
facciamo. Per la confusione in cui ci troviamo a vivere occorre un lavoro serio,
altrimenti siamo sempre più confusi. Ma non è lo stesso perché quando
facciamo ciò che ci pare e piace non siamo contenti perché non corrisponde
alla nostra esigenza di infinito.
Come si distingue? Essendo leali con l’esperienza. Lo sapete voi quando siete
contenti o no. Se non giudichiamo rimaniamo sempre più confusi.
D Il lavoro dell’ascesi.
Carron E’ quello di cui parlo sempre, l’unico lavoro da fare è giudicare. Se non
giudichiamo rimaniamo sempre più confusi e incastrati. Non è solo fare la sdc
ma giudicare in continuazione quello che accade. Altrimenti ripetiamo frasi di
Don Giussani senza capire e poi ci stufiamo perché questo non cambia la vita.
Altrimenti il carisma è morto e sepolto perché quello che ci ha comunicato
Don Giussani come esperienza non lo facciamo.
Siamo disponibili a fare questo lavoro alla fine degli esercizi?
La compagnia ci sostiene se invece di spiegarcelo ci sfida. Venite e vedete,
giudicate voi. Gesù parte dal presupposto che gli apostoli non siano scemi per
capire se quello che vedono corrisponde o no. Così come ha detto a
Cafarnao: anche voi volete andarvene? Gesù corre il rischio di rimanere da
solo, ma non risparmia agli apostoli il lavoro, altrimenti avrebbero potuto
rimanere ma senza capire. Gesù fa uscire dalle loro viscere il perché del loro
rimanere. Questa consapevolezza è venuta fuori da uno che è veramente un
amico. Non glielo ha spiegato, li ha sfidati e i discepoli sono rimasti con una
certezza che non avevano.
Noi siamo amici così? Don Giussani prende sul serio i fattori che ci sono dati, è
leale e ci sfida, come Gesù verso i discepoli.
Non rimarremo cristiani, la nostra fede avrà una data di scadenza se non
facciamo questo, perché non sappiamo perché siamo qui e quando
cambiamo l’umore pensiamo che da un’altra parte si sta meglio.
D Umanità precondizione o è l’incontro con Cristo che ha fatto fiorire la mia
umanità?

Carron Per riconoscere la diversità di Cristo occorre in contemporanea l’umano
e questo lo abbiamo tutti. Per questo possiamo trovare chi ci corrisponde.
Ognuno di noi qui ha visto che nell’incontro con certe persone la vita poteva
essere più bella e più umana. Questa pre-condizione esiste perché Dio ci ha
fatto con questo cuore, perché potessimo riconoscerlo quando lo incontriamo.
Ci ha fatto per una convivenza con Lui. Il nostro io è questo desiderio di
pienezza che trova risposta nell’unico che corrisponde. Questo paragone uno
lo fa in fretta, tra l’esigenza di bellezza che ha e quello che incontra.
E l’incontro con Cristo fa fiorire ancora l’umano. Quello che mi stupisce è che
dopo rimaniamo ancora confusi. Invece dovremmo essere più in grado di
cogliere la corrispondenza. Quanto più uno vive l’esperienza cristiana, più
viene fuori l’ampiezza del desiderio. Per questo stupisce che poi diciamo che
qualsiasi cosa ci corrisponde.
Questo fiorire dell’io non è in contraddizione con la precondizione.
La memoria di Cristo non è aggiungere una cosa. Ma come fai a vivere
piuttosto senza fare memoria di Cristo, dopo averlo incontrato e visto che è
l’unico che soddisfa la vita? Come puoi vivere senza fare silenzio? La tua
presenza mi riempie di silenzio, uno resta senza parole come davanti ad
un’esperienza che colpisce così tanto. Il silenzio cristiano nasce dalla pienezza
di quella presenza. Se non viviamo il silenzio non è che non facciamo i bravi
ciellini, ma il problema è che non è successo niente che ci riempie di silenzio.
Non sono precetti.
D Cosa vuol dire che la risposta al desiderio è Cristo stesso?
Carron Che quello che veramente desidero è quello che vi ho detto. Noi
confondiamo i desideri con qualcosa di ridotto, il lavoro, i figli..Se non capiamo
che quello che desideriamo è l’infinito perché dobbiamo essere cristiani e
perdere tempo a stare qua? Se non pensiamo che il Mistero ci ha fatto per
riempirci di una felicità che ci colma al di là di tutte le nostre previsioni, è inutile
essere qui, essere cristiani. Non abbiamo capito la portata dell’incontro con
Cristo e non abbiamo chiaro la ragionevolezza del cristianesimo.
Quello che cerchiamo nei piaceri è l’infinito. Possiamo avere tutto quello che
vogliamo, ma non ci basta. Quello che desideriamo è più grande di quello che
riusciamo a ottenere, perché quello che facciamo è piccolo, limitato,
incapace a riempire il nostro cuore. L’unico che può festeggiare Cristo è chi
capisce la natura del desiderio (come Leopardi, S. Agostino o la Samaritana).
Se non capiamo questo non capiamo che grazia è stata incontrare Cristo.
Noi lo abbiamo ricevuto per grazia, ma è come se non lo avessimo ricevuto,
pensando che qualsiasi altra cosa possa rispondere alla profondità della
portata di questo desiderio. O facciamo questo lavoro o non potremo essere

contenti, non ci riempirà di gioia il fatto che ci sia Cristo e la grazia di avere
incontrato Don Giussani.
D Uno non segue la persona, ma l’esperienza.
Carron Don Giussani ci ha comunicato un esperienza e io vi comunico
un’esperienza anche se domani tradisco. Uno segue l’esperienza dell’altro che
te la comunica come può, a tentoni. Non si segue perché lo ha detto il capo,
non è umano questo. Ma seguiamo in modo che siano nostre queste
esperienze, che diventino mie, fino a quando uno segue se stesso colpito
dall’esperienza di un altro. Se non facciamo questo ripetiamo Don Giussani, ma
non facciamo la sua esperienza.

D Se il cristianesimo è avvenimento che senso ha impegnarsi?

Carron Vicenda della cultura: siamo stati sfidati con la vicenda di Eluana, ecc.
Sono circostanze che ci sfidano. Noi abbiamo difeso il valore della vita. Se
ciascuno di noi fosse stato in quella situazione sarebbe bastato difendere la
vita?

Per difendere la vita Don Giussani non è che non abbia detto
l’importanza dell’uomo, ma ci ha comunicato una febbre di vita e Cristo per
spiegarci cosa è la vita è diventato carne, i concetti sono diventati carne e
sangue. Il movimento ci ha riempito di significato, ma noi con gli altri vogliamo
applicare un altro metodo, non abbiamo capito la portata conoscitiva
dell’incontro. L’amore alla vita ci viene dall’incontro fatto.
Guardini: “Dall’inizio del tempo moderno si è creata una cultura non cristiana.”
Si è voluto fare un cristianesimo senza Cristo. “ Ma quei valori sono legati al
cristianesimo” . Cosa avremmo detto di Eluana se non avessimo incontrato il
cristianesimo? “L’uomo diviene consapevole di valori che per sé sono evidenti
ma divengono visibili solo in quell’atmosfera”. Noi cerchiamo di bastonare gli
altri con i valori pensando che capiscono. Ma noi non l’avremmo capito così.
E’ diventato carne perché non avremmo capito. Non è che non sono veri i
valori, ma la strada per capirli è solo riconoscendo Cristo. “Negli ultimi anni si è
rivelato un vuoto. Il tempo che viene creerà una chiarezza terribile, ma
salutare. E’ bene che si metta a nudo quella slealtà della cultura moderna
poiché allora si vedrà qual è effettivamente la realtà, quando l’uomo si è
staccato dalla rivelazione e vengono a cessare i suoi frutti.” E oggi sono già
venuti meno anche i valori, non solo il cristianesimo. “L’ambiguità verrà a
cessare e porterà una purificazione e un approfondimento della fede. La fede
sarà capace di resistere nel pericolo, ma questo suppone una maturità del
giudizio e una libertà dell’azione”.
Don Giussani aveva capito questo, e noi non dobbiamo solo difendere i valori,
ma creare il movimento, un ambito. E questo si chiama testimonianza. Se no
non siamo leali nella modalità con la quale il mistero si è introdotto. E’ solo
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all’interno di questo avvenimento di vita che si possono far capire e restare in
noi e negli altri i valori.
Ciò che distrugge il dualismo è l’amore a Cristo. Se viene a mancare la fede
emergono giudizi di valori parziali e questo divide. Se viene distrutto il dualismo
avviene una presenza culturale, una diversità. Proporre l’avvenimento cristiano
in tutta la sua interezza esplicitando persino i valori.
Per questo ci interessano le elezioni europee, per difendere la libertas
ecclesiae. Non perché pensiamo che una legge possa risolvere. Ci interessa
poter difendere la libertas ecclesiae per fare una esperienza di vita che ci
consente di recuperare i valori che si sono persi. Ci giochiamo la libertà di
vivere l’esperienza che facciamo.

martedì 28 aprile 2009

Oltre 26mila a Rimini per gli esercizi spirituali della Fraternità di Cl -Carrón: la fede come metodo per l’esistenza



Oltre 26mila a Rimini per gli esercizi spirituali della Fraternità di Cl Rilanciata la sfida del Papa e di Giussani contro la separazione tra fede e ragione
« P rofessore, è inutile che venga qui a insegnarci religione e a parlare di fede. Per fare scuola bisogna ragiona­re, e la fede non c’entra niente con la ragione, sono due rette sghembe che non s’incontrano mai». Nel 1954, ap­pena salito in cattedra per la sua pri­ma lezione al liceo Berchet di Milano, don Luigi Giussani era stato apostro­fato così da uno studente: mica male come inizio d’anno. E dalla decisione del giovane prete brianzolo di ri­spondere a quella sfida è nata l’espe­rienza di Comunione e liberazione, che scommette tutto sulla ragione­volezza della fede. A distanza di cin­quant’anni quella sfida (che Giussa­ni aveva profeticamente intercettato in un’Italia formalmente cattolica ma già minata dall’avanzata del secolari­smo) si è fatta molto più acuta. E ri­comporre la separazione tra sapere e credere, è la battaglia più ardua con cui oggi la cristianità si cimenta. Og­gi che le antiche sicurezze religiose sono crollate, oggi che la fede è ridot­ta a sentimento, a presidio morale di valori sempre meno praticati, a di­mensione che nulla c’entra con la co­noscenza.
Per tre giorni, da venerdì a domenica, don Julián Carrón – guidando gli an­nuali esercizi spirituali della Frater­nità di Comunione e liberazione da­vanti a 26mila persone convenute a Rimini da tutta Italia e in collega­mento via satellite con 63 Paesi – ha rilanciato la scommessa di Giussani: «Dalla fede il metodo» è stato il titolo della tre giorni. Di fronte alle sfide del­la vita – la crisi economica, la trage­dia dell’Abruzzo, la vicenda di Eluana Englaro e dell’eutanasia – abbiamo tutti bisogno di incontrare una diver­sità umana, nella quale il cristianesi­mo si rende incontrabile come avve­nimento, qualcosa che ri-accade og­gi come risposta alla domanda di fe­licità che abita il cuore di ognuno. Co­me ha di recente detto Benedetto X­VI, i cui interventi sono più volte riecheggiati in questi giorni di lavoro e di preghiera: «Nel mi­stero dell’incarnazione del Verbo, nel fatto che Dio si è fatto uomo co­me noi, sta sia il conte­nuto che il metodo del­l’annuncio cristiano». La fedeltà a questo metodo scelto da Dio, argo­menta il presidente della Fraternità di Cl, rende testimoni della novità cri­stiana di fronte alla crisi generata dal­la frattura tra fede e ragione. E può rendere presente all’uomo di oggi – tanto apparentemente sicuro di sé nella rivendicazione della sua auto­nomia quanto smarrito e vittima di un’'anestesia dell’io', di una trascu­ratezza di sé – il volto misericordioso di Cristo.
La separazione tra il sapere e il crede­re, tra la ragione e la fede, non è frut­to soltanto di una dinamica esterna alla Chiesa. È un germe che si è insi­diosamente annidato nel suo stesso corpo, e ha reso il cristianesimo sem­pre più estraneo alle attese dell’uo­mo. Una realtà magari riconosciuta come fatto storico ma che non inci­de, non morde, in ultima analisi non conta. Carrón dice provocatoriamen­te che «è come se la fede avesse una data di scadenza». Cristo diventa un soprammobile da esporre nel salotto buono dei valori, piuttosto che una presenza viva incontrabile e a tutti proponibile. Un devoto ricordo, piut­tosto che una realtà che accade 'qui e ora'. Invece l’uomo ha bisogno di qualcosa che gli sia contemporaneo, che fondi la sua speranza. E per spe­rare, scrive Péguy, bisogna avere rice­vuto una grande grazia.
Perché il cristianesimo continui a es­sere un’attrattiva vivente servono te­stimoni credibili, gente che seguendo Gesù renda credibile che, come reci­ta il titolo del libro di Giussani che quest’anno guida la catechesi del Mo­vimento,
Si può vivere così. Il cardi­nale Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici, inter­venuto sabato alla celebrazione eu­caristica, ha rilanciato l’ammoni­mento di Benedetto XVI: «Il cristia­nesimo non può essere ridotto a una morale, cristiani si è solo se si incon­tra Cristo. Per questo servono testi­moni che lo rendano incontrabile, e voi oggi lo siete».
Avvenire - DI GIORGIO PAOLUCCI

mercoledì 22 aprile 2009

“Paolo educatore alla libertà”.Don Luigi Giussani nelle parole di don Massimo Camisasca


L’educazione è l’introduzione alla realtà totale». Basterebbe questa sola citazione di don Luigi Giussani per intuire che il suo nome dovrà figurare tra i grandi della pedagogia. Anche se il termine “pedagogo” appare molto riduttivo: Benedetto XVI ha definito l’educatore come «testimone della verità e del bene» (Lettera sul compito urgente dell’educazione). Una distinzione, questa, molto cara anche a san Paolo. Abbiamo chiesto a don Massimo Camisasca – amico di don Giussani, autore di una sua importante biografia e della trilogia dedicata alla storia di Comunione e Liberazione – di raccontarci il rapporto tra l’Apostolo e l’educatore.

«Comunione» e «libertà» sono due termini chiave nell’epistolario paolino. San Paolo occupa un posto particolare nella riflessione e nell’esperienza di don Giussani?

«Penso che, assieme a san Giovanni, san Paolo sia l’autore di tutto il Nuovo Testamento più citato da don Giussani. Non è un caso. Da san Giovanni Giussani traeva la penetrazione del mistero dell’incarnazione; da san Paolo l’identità del cristiano come persona resa nuova dall’immersione nell’evento di grazia della morte e resurrezione di Gesù. Quando si avranno a disposizione le ricorrenze bibliche dell’intera opera di Giussani certamente un posto particolare occuperà la Lettera ai Galati: “Tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28)… “Ciò che conta è l’essere nuova creatura” (Gal 6,15)… “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Gal 2,20). Giussani ha commentato tutto san Paolo, ma questi temi che ho citato sono stati quelli centrali della sua predicazione, soprattutto durante gli anni ’70 e ’80, quando l’ontologia cristiana sembrava dissolversi in un’azione per gli altri che aveva perso le proprie radici. Per questo, giustamente, il nome che il movimento prenderà, dal 1969 in poi, è un’endiadi di due parole paoline. La comunione, affermata come la vera strada per la salvezza dell’uomo, dono di Dio agli uomini, è proprio quell’essere uno in Gesù Cristo di cui parla Paolo. E la liberazione, termine nuovo con cui esprimere la parola salvezza, rivela l’attualità dell’umanesimo cristiano. Come ai tempi di Paolo, anche oggi la libertà è l’esperienza più attesa e interessante per l’uomo».

San Paolo dimostra la ragionevolezza della fede e la necessità di aprirsi all’Altro. Nei tre volumi del PerCorso trovo citati per ben 3 volte questi testi paolini: il discorso all’Areopago e Romani 7,24 («Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?»).

«L’insegnamento e l’opera educativa di Giussani sono tesi a mostrare che la fede è il vertice della conoscenza. Certo, un vertice che è dono di Dio all’uomo, ma che non smentisce in nulla le esigenze della ragione. Le compie soltanto. Anzi, la fede è un rapporto fiduciale con un testimone che mi comunica qualcosa o qualcuno che conosco attraverso di lui. Un testimone a cui debbo fiducia, perché so che non sbaglia e non vuole mentirmi. è l’itinerario della nostra stessa vita quotidiana a essere permeato da questa dinamica. Ecco il cuore dell’insegnamento di Giussani sul senso religioso, sulla moralità nei rapporti umani, sull’educazione che Dio ha operato nel suo popolo d’Israele, e infine su quella che Gesù ha vissuto presso gli apostoli e i discepoli, e più in generale verso coloro che incontrava. È ancora oggi l’educazione di cui la Chiesa si sente responsabile verso gli uomini del nostro tempo. Ripercorrendo e commentando l’episodio del discorso di Paolo all’Areopago, Giussani aveva modo, già durante le lezioni ai liceali del Berchet che ho potuto ascoltare nella mia giovinezza, di mostrare in Paolo i fili di questa pedagogia: “Ciò che voi attendete, anche senza saperlo, io l’ho visto, l’ho incontrato. E voglio testimoniarlo”».

Paolo aggiunge che la ragione – senza la fede – può smarrire se stessa. Ne Il senso religioso, Giussani riprende Rm 1,22-31 dove si afferma che la ragione o giunge naturalmente alla conoscenza di Dio, o si chiude nei «vani ragionamenti» delle idolatrie… ovvero delle ideologie.

«Nel primo capitolo della Lettera ai Romani san Paolo denuncia il pervertimento della ragione andando ben al di là di un’accusa al mondo pagano di allora. Non è un caso che Giussani si appoggiasse proprio a quel testo per mostrare i possibili rischi della ragione che perde il senso del proprio limite e così anche della propria grandezza. La ragione che vaneggia nei suoi ragionamenti, che rifiuta di riconoscere Dio, che non sa più stupirsi di fronte alle sue perfezioni, di fronte alla perfezione delle opere da lui compiute. È ciò di cui parla san Paolo ai cristiani di allora, ma è anche la lettura che Giussani fa della crisi della ragione nell’epoca moderna. C’è una straordinaria continuità tra il discorso giussaniano sulla ragione e quello condotto da Benedetto XVI in questi primi anni del suo pontificato».

San Paolo, uomo sempre aperto al Mistero di una realtà inesauribile, ci sorprende con un’affermazione attualissima: «Se qualcuno crede di conoscere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere» (1Cor 8,2).

«Ciò che Paolo vuole colpire è la superbia degli intellettuali. Di coloro cioè che ritengono la conoscenza superiore a ogni carità. Mentre, all’opposto, è soltanto l’amore che conosce. C’è un filone molto importante, anzi decisivo, per comprendere l’animo e il pensiero di don Giussani.

Ed è quello della conoscenza affettiva. Per lui veramente solo l’amore conosce. Da ragazzi ci ricordava questa espressione di sant’Agostino: nemo cognoscitur nisi per amicitiam, nessuno è conosciuto se non attraverso l’amicizia. È l’ipotesi positiva con cui guardare alla vita che abbiamo visto in lui, con cui guardare agli uomini, soprattutto a quelli nuovi, sconosciuti, attraverso cui la novità entra nella nostra esistenza, quel nuovo orizzonte che sa parlarci di Dio. Non dobbiamo dimenticare la definizione di cultura che ha dato don Giussani, tratta proprio da san Paolo: “Vagliate ogni cosa, trattenete il valore” (cfr. 1Ts 5,21)… così lui amava tradurre».

In Filippesi 4,8 Paolo invita a considerare ciò che è «vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato…». Qual è stata la novità pedagogica di don Giussani nel parlare all’uomo contemporaneo?

«L’atmosfera giussaniana è molto vicina a questo versetto della Lettera ai Filippesi, come anche di quelli che lo precedono. Si parla di “gioia nel Signore”, determinata dalla certezza della sua presenza. E non è un caso che Giussani abbia commentato più volte questi testi, proprio nell’imminenza del Natale. In particolare il versetto 8 indica l’apertura dell’animo di Paolo, dell’animo cristiano. Il cristianesimo non è una rinuncia, è un’affermazione. San Paolo – che pure dirà “considero tutto spazzatura di fronte a Cristo” – sa benissimo che quella frase è l’espressione di una positività di tutto, e non di un’esclusione. Proprio perché in Cristo c’è tutto e tutto trova il suo valore, si può rinunciare a ciò che non c’entra con lui. Giussani ha saputo parlare all’uomo contemporaneo innanzitutto perché gli ha mostrato che seguire Cristo è un atto vitale, in cui tutto ciò che è interessante per l’uomo trova la sua pienezza e la sua fioritura. La letteratura – soprattutto la poesia, la pittura, la musica, il cinema, il teatro… tutto l’umano insomma – era oggetto dell’attenzione e dell’interesse di don Giussani. Nulla sentiva estraneo al dialogo fra l’uomo e Cristo. E tutto era espressione dell’uomo che cerca o dell’uomo che infine ha trovato».

Proprio come Paolo, Giussani non è stato solo un “pedagogo” eccezionale, ma un vero “padre in Cristo”. Può darci una sua testimonianza personale?

«L’insegnamento e l’opera educativa sono stati inscindibilmente l’anima di tutta la vita di don Giussani. La sua scuola di religione, come amava dire, prima al Berchet e poi all’Università Cattolica, è stata certamente il fuoco di tutta la sua vita, il luogo da cui tutto è partito. Ma quel fuoco, quelle parole, dovevano poi scendere nell’animo e nella mente dei ragazzi, dovevano diventare giudizio, passione, costruzione. Da qui la sua tensione di educatore, che si sviluppava sia nel dialogo personale, sia – e soprattutto – nella creazione di luoghi umani in cui le persone potessero trovare quella compagnia quotidiana che fa sperimentare le parole nell’impatto con la vita di tutti i giorni. È nella comunità, infatti, che lo Spirito plasma la nostra persona, soprattutto attraverso la docilità a Dio, cioè la preghiera, attraverso la grazia dei sacramenti, attraverso la carità dei fratelli, attraverso la testimonianza di Cristo negli ambienti della vita dell’uomo. Sono rimasto talmente affascinato dall’opera di don Giussani come insegnante ed educatore che ho cercato di mettermi sulle sue tracce. Con lui ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Filosofia, dopo la terza liceo. Volevo allora diventare domenicano. Poi ho incominciato a insegnare nei licei e all’università. L’insegnamento nelle scuole è stata una delle passioni della mia vita, purtroppo vissuta solo in modo frammentario. Altre occupazioni, infatti, mi hanno allontanato dalla scuola. Ma, per fortuna, sono sempre state occupazioni legate all’educazione dei ragazzi. Così, anche quando non insegnavo a scuola, ero pur sempre un insegnante per coloro che sceglievano di partecipare alla mia stessa vita. In un libro recentemente pubblicato su don Giussani [Don Giussani. La sua esperienza dell’uomo e di Dio, San Paolo 2009], che è una prima sintesi di tutto il suo pensiero, mi sono permesso di scrivere che l’educazione è la cifra riassuntiva dell’intera esistenza del sacerdote di Desio. E ho invitato a rileggere Il rischio educativo, un libro nato addirittura nel 1960, ma sempre attuale».

…e proprio nell’omonima conferenza del 1985, Giussani affermava che – per lui – la più bella frase della Bibbia è il motto paolino In spe contra spem, riferito alla sempre incerta risposta alla proposta educativa.

«Non è un caso che Giussani abbia intitolato quella raccolta di suoi scritti sull’educazione con un’espressione che coinvolge la parola “rischio”. L’animo battagliero di Giussani si è riconosciuto bene in questa frase di san Paolo: sperare contro ogni speranza, sperare cioè oltre l’apparente fallimento di ogni speranza umana. I francesi hanno due belle parole: espoir e esperance. Noi, in italiano, non abbiamo questa sfumatura. Don Giussani sapeva che il cammino dell’uomo è pieno di cadute, di ribellioni, di drammi, di rivolte, di sangue. Ma sapeva anche molto bene che Dio non viene meno nelle sue promesse. Per questo, allontanato dal suo movimento nel 1965, ha atteso pazientemente il momento e la possibilità di ritornarvi. Criticato da molti, ha visto infine l’abbraccio della Chiesa nel riconoscimento pontificio del 1982. Nel maggio 1998, ormai quasi impossibilitato a muoversi, in Piazza San Pietro a Roma si è inginocchiato davanti al Papa, nel momento conclusivo della sua vita pubblica, quando veniva riconosciuto non soltanto attraverso un decreto della Santa Sede, come 16 anni prima, ma sotto gli occhi di tutto il mondo. Don Giussani ha visto la crisi del proprio movimento, nel 1965-68, ma non ha dubitato che potesse continuare. “La nostra comunione – disse allora – inizia con un inizio che rimane per l’eternità. Dio, infatti, non fa le cose per togliere. L’unico vero delitto, dal punto di vista del comportamento storico, può essere l’impazienza”».

La Fraternità missionaria San Carlo da lei fondata a partire dal carisma di CL è oggi presente in 20 Paesi di quattro continenti. Si parla del problema delle vocazioni… ma lei, quando guarda negli occhi un giovane che dice il suo “Sì!”, cosa vede? cosa fa lasciare tutto per andare in capo al mondo?

«Il problema delle vocazioni è per me unicamente un problema dei responsabili delle comunità. Dio, infatti, chiama ed attrae sempre. Ma chiama attraverso gli uomini e quando gli uomini non sono più credibili il suo richiamo, la sua voce, giunge stentorea, e non affascinante. Per questo, di fronte al bene delle nostre comunità, siamo in campo soprattutto noi, i responsabili, la nostra fede e la nostra carità. Quando arriva un nuovo seminarista nel mio seminario, quando uno di loro conclude il suo itinerario e viene ordinato, quando mi dice “Sì” rispetto a una nuova destinazione missionaria, ciò che vedo è esattamente il mondo nel giorno della Creazione. Ogni sì è il primo sì, quando dal nulla assoluto tutto è uscito, quando nel dialogo misteriosissimo fra il Padre e il Figlio a un certo punto è scaturito l’universo, e in esso l’uomo, la natura, le cose. Penso poi al sì di Maria, che è lo spazio eterno e temporale di ogni sì. Ogni vocazione scaturisce e viene accompagnata permanentemente da quella obbedienza. Anch’io mi chiedo ogni volta, e mi sono chiesto soprattutto quando ho visto partire i primi missionari per la Siberia, e poi quelli per Taiwan: “Che cosa può permettere a un ragazzo di andare così lontano, e per sempre?”. Soltanto la scoperta che egli, in realtà, ha ottenuto una tale pienezza di vita e di doni da non perdere nulla. Da questo punto di vista la vita comune è un grande dono. Nella carità affettiva di una comunità come la nostra non sono eliminate le differenze, né le difficoltà, le tensioni o le liti, ma è assicurato un luogo in cui il cuore può trovare la propria pace. Chi va lontano scopre che questa è la modalità per essere vicino, perché ogni vicinanza è assicurata nel tempo soltanto dal sacrificio».
pubblicata sul decimo numero della rivista “Paulus

venerdì 10 aprile 2009

PASQUA/ La “follia” della Resurrezione



Mons. Massimo Camisasca venerdì 10 aprile 2009




Ho ritrovato gli appunti che avevo scritto durante le meditazioni che don Giussani tenne a Varigotti nella settimana santa del 1964. Li ho riletti in questi giorni, li ho rivissuti, e ho pensato di offrirli a voi come traccia per introdurci negli eventi di questa settimana santa. La morte e la resurrezione di Gesù non ci allontanano da ciò che accade nel mondo e nella nostra casa, nella nostra vita personale. Tutto è intimamente collegato. Ciò che accade a Gesù è la radice, l’origine e la fine, la chiave segreta per entrare in ciò che accade a noi. Allora, la cosa più importante è uscire dalla distrazione e dalla paura che ci chiudono in noi stessi o ci alienano nelle cose da fare.

Per questo sono andato a rileggermi quegli appunti. Per questo, molti tra noi hanno partecipato alle via crucis in tante città nel mondo. Hanno cercato attraverso le parole del vangelo, attraverso la musica, attraverso i segni scritti o parlati di testimoni, di essere portati dentro questi avvenimenti che non sono avvenimenti del passato.

A lungo preparati dalla storia bimillenaria del popolo di Israele, e prima ancora dalla volontà stessa di Dio che per questo ha creato l’uomo e il mondo, la passione, morte, e resurrezione di Gesù sono accadute in un preciso momento della storia, ben documentato da scritti e testimonianze. Ma nello stesso tempo, a differenza degli altri avvenimenti storici, irrimediabilmente chiusi nel tempo in cui sono accaduti, al di là della risonanza che possono avere per secoli nel cuore degli uomini, i giorni della Pasqua di Gesù sono a noi contemporanei. E’ questa la “folle” pretesa di quell’uomo. Essere risorto vuol dire essere contemporaneo ad ogni momento della storia futura, ad ogni attimo di ogni uomo. Non semplicemente come un qualunque altro contemporaneo, ma come uno che è alla radice di ogni nostra azione e che attrae il nostro sguardo e il nostro cuore per rivelarci il senso e il peso di tutto ciò che avviene.

In quelle lontanissime meditazioni del 1964, Giussani, a noi ragazzi di quattordici - quindici anni, parlò della Trinità. All’origine di tutto c’è la comunione. Questa comunione, che è Dio, ha voluto uscire da sé, ha voluto noi, e poi non ci ha lasciato soli. Ha voluto comunicarsi a noi, si è reso commensale con noi.

Le parole di don Giussani erano illuminate da una grande riproduzione della Trinità di Andrei Rublev. Era la prima volta che la vedevo. Tre angeli, prefigurazione della stessa Trinità, vanno a visitare Abramo nella sua tenda. Sono da lui accolti, e finiscono per mangiare assieme ciò che Abramo prepara per quei ospiti inattesi e straordinari.

E’ una immagine stupenda di ciò che è la risurrezione: l’inizio della comunione definitiva fra gli uomini e Dio, fra gli uomini, il creato, e il creatore. Anche i sassi sulla riva del mare (eravamo a Varigotti, sulla riviera ligure), anche le foglie che spuntavano in quell’inizio di primavera sui cespugli delle colline erano tirati dentro da don Giussani in quella comunione cosmica. Così imparavamo che tutto ha una sorgente, un’origine: il Padre. Da lui tutto dipende, da lui discende il mondo. Egli è colui che ci genera anche adesso, in questo istante, come ha generato per sempre il Figlio durante l’alba della resurrezione, e noi siamo partecipi di quella rinascita che non finirà più. “Noi siamo un eco gratuito e libero di quella generazione, di quel Figlio”.

Don Giussani ci parlava, e continuerà a parlarci dopo, di quel dialogo infinito e continuo fra Dio e l’uomo che è la vita. Dialogo non facile, addirittura talvolta terribile, perché porta dentro la nostra vita una misura nuova che può sconvolgere ogni nostro piano, ogni nostra sicurezza, e che rimane infine irriducibile a noi. Giussani allora ricordò Giacobbe, che dovette combattere con Dio, apparso anche a lui sotto forma di un angelo. In questi giorni di lutto per tutto il nostro paese, segnato dal terremoto, siamo costretti a tenere aperta questa strada, la strada della croce, della sofferenza, della conversione. La strada di Maria, che più di ogni altro ha vissuto dentro di sé lo strappo terribile del Figlio innocente condannato e ucciso, torturato, svillaneggiato. Proprio per questa sua obbedienza ha potuto vedere l’alba della risurrezione.

“Avvenga di me quello che tu vuoi, sono disponibile a quello che tu vuoi”. Noi sappiamo che Dio vuole il nostro bene, anche se le strade della sua realizzazione sono talvolta molto ardue, e addirittura dolorose

martedì 7 aprile 2009

P A S Q U A 2 0 0 9


La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. La promessa di Cristo non è soltanto una realtà attesa, ma una vera presenza.
Benedetto XVI

Noi diciamo quello che dovrebbe essere o quello che non va e “non si parte dall’affermazione che Cristo ha vinto”. Che Cristo ha vinto, che Cristo è risorto, significa che il senso della mia vita e del mondo è presente, è già presente, e il tempo è l’operazione profonda e misteriosa del suo manifestarsi.
Luigi Giussani

Redención se ofrece a nosotros en el sentido de que se nos ha dado la esperanza, la esperanza fiable, en virtud de la cual podemos enfrentar nuestro presente: el presente, incluso un presente fatigoso se puede vivir y aceptar si lleva hacia una meta y si este objetivo, podemos estar seguros, si esta meta es tan grande como para justificar el esfuerzo del viaje. La promesa de Cristo no es sólo una esperanza, sino una presencia real.
Benedicto XVI

Nosotros decimos lo que debe o lo que está mal y "no empezar por afirmar que Cristo ha ganado." Que Cristo ha ganado, que Cristo ha resucitado, quiere decir que el sentido de mi vida y el mundo está presente, ya está presente, y el tiempo es la profunda y misteriosa operación de su ocurrencia. Luigi Giussani

C O M U N I O N Y L I B E R A C I Ó N

Abruzzo visitato dal Mistero nei giorni della croce



Avvenire 07/04/09
Q uando accade un terremoto il Mistero prende posto tra gli uomini. O meglio, rivela d’essere tra gli uomini. Perché il Mistero, se avessimo gli occhi e il cuore aperti, lo vedremmo tra noi anche in ogni nascita di bambino o di foglia, in ogni evento minimo che procura gioia o stupore. Ma quando il petto ci viene così scosso allora siamo tutti disposti a riconoscere la sua presenza. Siamo tutti richiamati. E in questi casi alziamo gli occhi per vedere se questo Mistero che ci tiene in mano ha gli occhi o è cieco. Se ha le orbite vuote, piene di buio, o se ha un volto buono. Se fa le cose a caso.
O se ci guarda con predilezione. Nel dolore è più difficile guardare. Lo sappiamo, è più difficile.
Il dolore tende a far calare le tenebre sullo sguardo e siamo portati a vedere solo la nostra pena. È naturale, è umano che sia così. E a veder le case, quelle costruite magari con pena e sudore di anni chiudersi addosso agli abitanti, ai ragazzi, ai piccoli traditi nel sonno lo sguardo si appanna.
Viene quasi da pensare che se si abitava ancora in capanne, meno agi meno morte... Ma sono pensieri inutili. Vani.
Mentre arrivano le notizie orrende dall’Abruzzo, terra cristiana, piena di luoghi di miracoli, dove vive tanta bella gente, viene da fissare il fondo delle cose, il fondo dei perché dei terremoti, come il perché delle gemme e dei bambini, il fondo del fondo delle cose che vediamo con i nostri occhi, pronti a illuminarsi di gioia o a velarsi di pianto. Viene da affacciarsi a un pozzo che ora ci appare buio e cieco e gridare: cosa vuol dire tutto questo? Occorre farlo.
Se non lo facciamo significa che la nostra coscienza e la nostra intelligenza fatta per leggere i segni della vita sono ottuse. Se non lo facciamo, pur a costo di avere capogiri dell’anima, significa solo che siamo meno uomini, non più cristiani. Perché il cristiano non è fatalista. Il cristiano fa domande in faccia a Dio.
Tratta Dio come Dio. Non crede a una natura madre che diventa matrigna così, tanto per gioco.
Francesco, il santo e poeta, lo sapeva bene. Loda le creature, ma non chiama mai madre la natura.
Sapeva che gli uccellini sono belli, ma anche che il lupo è feroce, che l’acqua è chiara ma sapeva che la lebbra da baciare è orrenda lebbra. Che la natura è sorella, ha bellissimi pregi che indicano una creazione buona, ma è anche piena di difetti, come noi. Sorella, non madre. E Francesco loda gli uomini, tra le creature, che sanno perdonare e sopportare il male in nome di Dio. Perché sono suoi. Perché non sono della natura, ma di Dio.
I cristiani di Abruzzo prendano Francesco come guida in queste ore dolenti. Il cristiano nella settimana in cui Cristo si fa esporre sanguinoso sulla Croce dove grida in faccia a suo Padre «perché mi hai abbandonato?», grida con lui. E chi grida al Padre, anche nelle ore del dolore, non solo nelle ore della pace, sarà ascoltato. Invece il vento, le macerie, un cielo pensato come vuoto no, non ascoltano nessuno. E ricacciano ciascuno nella propria disperazione soltanto. Già lo straordinario impeto di amicizia, di soccorso di queste ore è il primo segno che il cuore dell’uomo è fatto per il bene, per donare. Il segno che il Mistero che nostro Padre ci ha inciso nel cuore è il bene.
Perché è un Dio buono. Tale affermazione, in queste ore, è la più desiderata e necessaria. Può non essere uno scandalo solo fissando la croce e i segni del bene. Può essere ragionevole e umano, tra le macerie, affidarsi a un Dio buono.
Dall’Abruzzo visitato dal Mistero, terra ferita e splendida, dove dimorano le ossa dell’apostolo Tommaso e i segni di tanti miracoli, può venire a tutti noi, così vacui e distratti troppe volte, un richiamo potente. Ed estremo. A essere uomini.
Davide Rondoni