venerdì 13 marzo 2009

Le priorità del pontificato di Benedetto XVI


di Camillo Ruini


Nell'omelia di inizio del pontificato, Benedetto XVI affermava di non avere un proprio programma, se non quello che ci viene dal Signore Gesù Cristo. Era questo un chiaro richiamo a ciò che è essenziale nel cristianesimo. Il nuovo pontificato si poneva inoltre nella continuità sostanziale con quello di Giovanni Paolo II, di cui Joseph Ratzinger era stato, per i contenuti decisivi, il primo collaboratore.

In questo quadro non è difficile individuare alcune priorità del pontificato di Benedetto XVI.

La prima e maggiore priorità è Dio stesso, quel Dio che troppo facilmente viene messo al margine della nostra vita, protesa al "fare", soprattutto mediante la "tecno-scienza", e al godere-consumare. Quel Dio, anzi, che è espressamente negato da una "metafisica" evoluzionistica che riduce tutto alla natura, cioè alla materia-energia, al caso (le mutazioni casuali) e alla necessità (la selezione naturale), o più frequentemente è dichiarato non conoscibile in base al principio che "latet omne verum", ogni verità è nascosta, in conseguenza della restrizione degli orizzonti della nostra ragione a ciò che è sperimentabile e calcolabile, secondo la linea oggi prevalente. Quel Dio, infine, di cui è stata proclamata la "morte", con l'affermarsi del nichilismo e con la conseguente caduta di tutte le certezze.

Il primo impegno del pontificato è dunque riaprire la strada a Dio: non però facendosi dettare l'agenda da coloro che in Dio non credono e contano soltanto su se stessi. Al contrario, l'iniziativa appartiene a Dio e questa iniziativa ha un nome, Gesù Cristo: Dio si rivela in qualche modo a noi nella natura e nella coscienza, ma in maniera diretta e personale si è rivelato ad Abramo, a Mosè, ai profeti dell'Antico Testamento, e in maniera inaudita si è rivelato nel Figlio, nell'incarnazione, croce e risurrezione di Cristo. Vi sono dunque due vie, quella della nostra ricerca di Dio e quella di Dio che viene alla ricerca di noi, ma soltanto quest'ultima ci permette di conoscere il volto di Dio, il suo mistero intimo, il suo atteggiamento verso di noi.

Giungiamo così alla seconda priorità del pontificato: la preghiera. Non soltanto quella personale ma anche e soprattutto quella "nel" e "del" popolo di Dio e corpo di Cristo, ossia la preghiera liturgica della Chiesa.

Nella prefazione al primo volume delle sue "Opera omnia", uscito da poco in lingua tedesca, Benedetto XVI scrive: "La liturgia della Chiesa è stata per me, fin dalla mia infanzia, l'attività centrale della mia vita ed è diventata anche il centro del mio lavoro teologico". Possiamo aggiungere che oggi è il centro del suo pontificato.

Arriviamo così a un punto controverso, specialmente dopo il motu proprio che consente l'uso della liturgia preconciliare e ancor più dopo la remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Già in precedenza però Joseph Ratzinger aveva chiarito questo punto molto bene. Egli è stato uno dei grandi sostenitori del movimento liturgico che ha preparato il Concilio e uno dei protagonisti del Vaticano II, e tale è sempre rimasto. Fin dall'attuazione della riforma liturgica nei primi anni del dopo-Concilio, egli aveva contestato però la proibizione dell'uso del messale di San Pio V, vedendovi una causa di sofferenza non necessaria per tante persone amanti di quella liturgia, oltre che una rottura rispetto alla prassi precedente della Chiesa che, in occasione delle riforme della liturgia succedutesi nella storia, non aveva proibito l'uso delle liturgie fino allora in uso. Da pontefice ha pertanto ritenuto di dover rimediare a questo inconveniente consentendo più facilmente l'uso del rito romano nella sua forma preconciliare. Lo spingeva a questo anche il suo dovere fondamentale di promotore dell'unità della Chiesa. Si muoveva inoltre nella linea già iniziata da Giovanni Paolo II. In questo spirito la remissione della scomunica è stata concessa per facilitare il ritorno dei lefebvriani, ma non certamente per rinunciare alla condizione decisiva di questo ritorno, che è la piena accettazione del Concilio Vaticano II, compresa la validità della messa celebrata secondo il messale di Paolo VI.

In positivo Benedetto XVI ha precisato l'interpretazione del Vaticano II nel discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005, prendendo le distanze da una "ermeneutica della rottura", che ha due forme: una prevalente, in base alla quale il Concilio costituirebbe una novità radicale e sarebbe importante "lo spirito del Concilio" ben più della lettera dei suoi testi; l'altra, contrapposta, per la quale conterebbe soltanto la tradizione precedente al Concilio, rispetto a cui il Concilio avrebbe rappresentato una rottura densa di conseguenze funeste, come sostengono appunto i lefebvriani.

Benedetto XVI propone invece l'"ermeneutica della riforma", ossia della novità nella continuità, sostenuta già da Paolo VI e Giovanni Paolo II: il Concilio costituisce cioè una grande novità ma nella continuità dell'unica tradizione cattolica. Soltanto questo tipo di ermeneutica è teologicamente sostenibile e pastoralmente fruttuoso.

Abbiamo messo a fuoco così un'ulteriore priorità del pontificato: promuovere l'attuazione del Concilio, sulla base di questa ermeneutica.

Nella medesima prospettiva, possiamo parlare di una "priorità cristologica" o "cristocentrica" del pontificato. Essa si esprime in particolare nel libro "Gesù di Nazaret", impegno non consueto per un papa, al quale Benedetto XVI dedica "tutti i momenti liberi". Gesù Cristo infatti è la via a Dio Padre, è la sostanza del cristianesimo, è il nostro unico Salvatore.

Perciò è terribilmente pericoloso il distacco tra il Gesù della storia e il Cristo della fede, distacco che è frutto di un'assolutizzazione unilaterale del metodo storico-critico e più precisamente di un impiego di questo metodo sulla base del presupposto che Dio non agisca nella storia. Un tale presupposto, già da solo, rappresenta infatti la negazione dei Vangeli e del cristianesimo. Anche in questo caso si tratta di allargare gli spazi della razionalità, dando credito a una ragione aperta, e non chiusa, alla presenza di Dio nella storia. Questo libro ci mette in contatto con Gesù e così ci introduce nella sostanza, nella profondità e novità del cristianesimo: leggerlo è un impegno che costa un po' di fatica ma che ripaga abbondantemente.

***

A questo punto possiamo ritornare alla prima priorità, Dio, per prendere in considerazione l'impegno anche razionale e culturale di Benedetto XVI al fine di allargare a Dio la ragione contemporanea e di fare spazio a Dio nei comportamenti e nella vita personale e sociale, pubblica e privata: sono particolarmente importanti qui il discorso di Ratisbona, quello più recente di Parigi e anche quello di Verona del 2006.

Quanto alla ragione contemporanea, Benedetto XVI sviluppa una "critica dall'interno" della razionalità scientifico-tecnologica, che oggi esercita una leadership culturale. La critica non riguarda questa razionalità in se stessa, che ha anzi grande valore e grandi meriti, dato che ci fa conoscere la natura e noi stessi come mai era stato possibile prima e ci permette di migliorare enormemente le condizioni pratiche della nostra vita. Riguarda invece la sua assolutizzazione, come se questa razionalità costituisse l'unica conoscenza valida della realtà.

Tale assolutizzazione non proviene dalla scienza come tale, né dai grandi uomini di scienza, che ben conoscono i limiti della scienza stessa, bensì da una "vulgata" oggi molto diffusa e influente, che però non è la scienza ma una sua interpretazione filosofica, piuttosto vecchia e superficiale. La scienza infatti deve i suoi successi alla sua rigorosa limitazione metodologica a ciò che è sperimentabile e calcolabile. Se però questa limitazione viene universalizzata, applicandola non solo alla ricerca scientifica ma alla ragione e alla conoscenza umana come tali, essa diventa insostenibile e disumana, dato che ci impedirebbe di interrogarci razionalmente sulle domande decisive della nostra vita, che riguardano il senso e lo scopo per cui esistiamo, l'orientamento da dare alla nostra esistenza, e ci costringerebbe ad affidare la risposta a queste domande soltanto ai nostri sentimenti o a scelte arbitrarie, distaccate dalla ragione. È questo, forse il problema più profondo e anche il dramma della nostra attuale civiltà.

Joseph Ratzinger-Benedetto XVI fa un passo in più, mostrando che la riflessione sulla struttura stessa della conoscenza scientifica apre la strada verso Dio.

Una caratteristica fondamentale di tale conoscenza è infatti la sinergia tra matematica ed esperienza, tra le ipotesi formulate matematicamente e la loro verifica sperimentale: si ottengono così i risultati giganteschi e sempre crescenti che la scienza mette a nostra disposizione. La matematica è però un frutto puro e "astratto" della nostra razionalità, che si spinge al di là di tutto ciò che noi possiamo immaginare e rappresentare sensibilmente: così avviene in particolare nella fisica quantistica – dove una medesima formulazione matematica corrisponde all'immagine di un'onda e al tempo stesso di un corpuscolo – e nella teoria della relatività, che implica l'immagine della "curvatura" dello spazio. La corrispondenza tra matematica e strutture reali dell'universo, senza la quale le nostre previsioni scientifiche non si avvererebbero e le tecnologie non funzionerebbero, implica dunque che l'universo stesso sia strutturato in maniera razionale, così che esista una corrispondenza profonda tra la ragione che è in noi e la ragione "oggettivata" nella natura, ossia intrinseca alla natura stessa. Dobbiamo chiederci però come questa corrispondenza sia possibile: emerge così l'ipotesi di un'Intelligenza creatrice, che sia l'origine comune della natura e della nostra razionalità. L'analisi, non scientifica ma filosofica, delle condizioni che rendono possibile la scienza ci riporta dunque verso il "Logos", il Verbo di cui parla san Giovanni all'inizio del suo Vangelo.

Benedetto XVI non è però un razionalista, conosce bene gli ostacoli che oscurano la nostra ragione, la "strana penombra" in cui viviamo. Perciò, anche a livello filosofico, non propone il ragionamento che abbiamo visto come una dimostrazione apodittica, ma come "l'ipotesi migliore", che richiede da parte nostra "di rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell'ascolto umile": il contrario dunque di quell'atteggiamento oggi diffuso che viene chiamato "scientismo".

Allo stesso modo non può essere presentata come "scientifica" la riduzione dell'uomo a un prodotto della natura, in ultima analisi omogeneo agli altri, negando quella differenza qualitativa che caratterizza la nostra intelligenza e la nostra libertà. Una simile riduzione costituisce in realtà il capovolgimento totale del punto di partenza della cultura moderna, che consisteva nella rivendicazione del soggetto umano, della sua ragione e della sua libertà.

Perciò, come Benedetto XVI ha detto a Verona, la fede cristiana proprio oggi si pone come il "grande sì" all'uomo, alla sua ragione e alla sua libertà, in un contesto socio-culturale nel quale la libertà individuale viene enfatizzata sul piano sociale facendone il criterio supremo di ogni scelta etica e giuridica, in particolare nell'"etica pubblica", salvo però negare la libertà stessa come realtà a noi intrinseca, cioè come nostra capacità personale di scegliere e di decidere, al di là dei condizionamenti ed automatismi biologici, psicologici, ambientali, esistenziali.

Proprio il ristabilimento di un genuino concetto di libertà è un'altra priorità del pontificato, l'ultima di cui parlerò.

Essa riguarda la vita personale e sociale, le strutture pubbliche come i comportamenti personali. Benedetto XVI contesta cioè quell'etica e quella concezione del ruolo dello Stato e della sua laicità che egli stesso ha definito "dittatura del relativismo", per la quale non esisterebbe più qualcosa che sia bene o male in se stesso, oggettivamente, ma tutto dovrebbe subordinarsi alle nostre scelte personali, che diventano automaticamente "diritti di libertà". Vengono escluse così, almeno a livello pubblico, non solo le norme etiche del cristianesimo e di ogni altra tradizione religiosa, ma anche le indicazioni etiche che si fondano sulla natura dell'uomo, cioè sulla realtà profonda del nostro essere. È questa una cesura radicale, un autentico taglio, rispetto alla storia dell'umanità: una cesura che isola l'Occidente secolarizzato dal resto del mondo.

In realtà la libertà personale è intrinsecamente relativa alle altre persone e alla realtà, è libertà non solo "da" ma "con" e "per", è libertà condivisa che si realizza soltanto unitamente alla responsabilità. In concreto, Benedetto XVI è talvolta accusato di insistere unilateralmente sui temi antropologici e bioetici, come la famiglia e la vita umana, ma in realtà egli insiste analogamente sui temi sociali ed ecologici (certamente senza indulgere ad "inquinamenti ideologici"). Proprio ai temi sociali sarà dedicata la sua terza enciclica ormai imminente. La radice comune di questa duplice insistenza è il "sì" di Dio all'uomo in Gesù Cristo, e in concreto è l'etica cristiana dell'amore del prossimo, a cominciare dai più deboli.

Concludo tornando all'inizio. Parlando a Subiaco il giorno prima della morte di Giovanni Paolo II, il cardinale Ratzinger invitava tutti, anche quegli uomini di buona volontà che non riescono a credere, a vivere "veluti si Deus daretur", come se Dio esistesse. Ma al tempo stesso affermava la necessità di uomini che tengano lo sguardo fisso verso Dio e in base a questo sguardo si comportino nella vita. Soltanto così infatti Dio potrà tornare nel mondo. È questo il senso e lo scopo dell'attuale pontificato.

giovedì 12 marzo 2009

Don Carrón (Cl): «La crisi? È un’emergenza educativa»




« L’ emergenza e­ducativa in atto non ri­guarda solo la scuola, ma è soprattutto una crisi dell’u­mano. Che si documenta nella passività di tanti giova­ni, quasi incapaci di interes­sarsi a qualcosa in modo du­raturo, e nella stanchezza, nella solitudine, nello scetti­cismo di adulti che non san­no cosa offrire come rispo­sta ». Don Julián Carrón, presi­dente della Fraternità di Co­munione e Liberazione, ha parlato a 2000 persone nel Palasport di Imola per un corso organizzato dalla dio­cesi e introdotto dal vescovo Tommaso Ghirelli. Carrón parte da una citazione di Al­beroni: «Negli ultimi vent’anni molti sociologi e­rano convinti che nella so­cietà post­moderna spariscono non solo le ideologie ma tutte le certezze e lo stesso 'principio di non con­traddizio­ne', per cui non dobbia­mo più de­cidere se è vero questo o quello: so­no veri tutti e due. Ades­so tutto questo è messo alla prova. Per­ché vedia­mo la fatica della nostra società a tra­smettere la ragione del vive­re, cioè a introdurre al reale le nuove generazioni».
Per descrivere il primo segno dell’emergenza, il disinte­resse, il relatore richiama un articolo di Pietro Citati sugli eterni adolescenti: «Preferi­scono restare passivi, vivono avvolti in un misterioso tor­pore. Non amano il tempo. L’unico loro tempo è una se­rie di attimi che non vengo­no mai legati in una catena o organizzati in una storia». «La ferita in questi giovani – rispondeva poco tempo do­po Eugenio Scalfari – è stata la perdita dell’identità e del­la memoria, la ferita è stata la noia che ha ucciso il tem­po, la storia, le passioni e le speranze». Chiosa don Carrón: «Prima si impegna- no per fare perdere ai giova­ni l’identità e poi si lamen­tano che non che l’hanno più».
Il presidente della Fraternità di Cl boccia anche i rimedi proposti da Umberto Galim­berti a proposito della «ge­nerazione del nulla». «Poiché la ragione illuministica – os­serva – non è in grado di de­stare l’interesse, Galimberti propone di tornare ai greci, immaginando una sorta di misura al pensiero illimita­to. Ma proprio questa misu­ra si dimostra sconfitta per­ché la passività aumenta». Senza interesse «si fa strada il nichilismo richiamato da Augusto Del Noce. Quello di oggi è un nichilismo gaio, senza inquietudine. Si po­trebbe addirittura definirlo della soppressione dell’'in­quieto cor meo' agostinia­no. Questa è la disumaniz­zazione. Come una sorta di indeboli­mento del desiderio.
Non si trova una risposta all’esigenza di totalità; allora soc­combiamo alla menzo­gna del rela­tivismo ». Chi potrà contribuire alla sfida dell’emer­genza edu­cativa? «Chi ha qualcosa da offrire – risponde Carrón –. È un’occasio­ne bellissi­ma anche per la Chiesa. Soprattutto se accetterà di approfondire la natura del cristianesimo, che non è soltanto un insieme di verità o di regole ma la verità diventata carne. Solo se i concetti diventeranno carne e sangue nei testimoni si po­trà ridestare la vita dal tor­pore offrendo un significato che ci consenta di affronta­re tutto. Anche la crisi eco­nomica ». Chi sia in grado di offrire un’ipotesi che riem­pia la vita di fascino potrà a­vere qualche chance nel fu­turo, conclude il relatore: «O­ra non è un’ideologia a deci­dere, ma il vaglio dell’espe­rienza. Siamo in un mo­mento, da una parte terribi­le e dall’altra affascinante, dove a nessuno viene rispar­miata la verifica del signifi­cato del vivere».
«Oggi pare dominare un nichilismo gaio, senza inquietudine.
Il futuro è di chi saprà offrire un’ipotesi che riempia la vita di fascino»
DA IMOLA STEFANO ANDRINI
Avvenire

mercoledì 11 marzo 2009

Lettera del S.Padre Benedetto XVI ai Vescovi riguardo alla remissione della scomunica de 4 vescovi consagrati dall'arcivesco Lefebvre


Cari Confratelli nel ministero episcopale!

La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell’anno 1988 dall’Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa.

Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio – passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all’interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere.

Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni. Un’Ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l’unità del collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità. A vent’anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato ancora raggiunto. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio. Con ciò ritorno alla distinzione tra persona ed istituzione. La remissione della scomunica era un provvedimento nell’ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere questo livello disciplinare dall’ambito dottrinale. Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.

Alla luce di questa situazione è mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" – istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa – con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei Cardinali al mercoledì e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei rappresentanti dell’Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere. Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive.

Spero, cari Confratelli, che con ciò sia chiarito il significato positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009. Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: "Tu … conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3, 15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.

Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce – è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come Amore "sino alla fine" deve dare la testimonianza dell’amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia – è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell’Enciclica Deus caritas est.

Se dunque l’impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l’amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che "ha qualche cosa contro di te" (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti – per quanto possibile – nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Può essere totalmente errato l’impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l’insieme? Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze positive per l’insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi?

Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.

Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 – 15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore? Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guiderà – anche in tempi turbolenti. Vorrei così ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi hanno dato testimonianza della loro fedeltà immutata verso il Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.

Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermo

Vostro nel Signore

BENEDETTO PP. XVI



Dal Vaticano, 10 Marzo 2009

lunedì 9 marzo 2009

Il mistero di don Giussani. Rivelato dai suoi scritti -La "pretesa cristiana" spiegata da don Giussani



Per la prima volta, in un libro, la biografia spirituale del fondatore di Comunione e Liberazione. Al centro di tutto ci sono un "avvenimento" e un "incontro". Un estratto del capitolo culminante del volume

di Sandro Magister

ROMA, 4 marzo 2009 – Sono pochissimi, nell'ultimo mezzo secolo, i fondatori di nuovi movimenti cattolici che si siano distinti per profondità di visione, spessore di vita spirituale, carisma di guida, pienezza di testimonianza cristiana.

Uno di questi fu don Luigi Giussani, stando a quanto disse di lui l'allora cardinale Joseph Ratzinger, nell'omelia dei suoi funerali nella cattedrale di Milano, il 24 febbraio 2005.

Don Giussani, morto all'età di 82 anni, è noto in tutto il mondo come fondatore di Comunione e Liberazione.

Oggi CL è presente in più di 70 paesi. Gli aderenti alla Fraternità sono circa 100 mila. Vi sono poi i Memores Domini, con i voti, uomini e donne, quattro delle quali servono Benedetto XVI nella casa pontificia. Vi sono i sacerdoti della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo; le Suore di Carità dell’Assunzione; la Compagnia delle Opere che collega circa 30 mila imprese industriali; riviste, editrici...

Ma nel 2004, in una lettera a papa Giovanni Paolo II, don Giussani scrisse:

“Non ho mai inteso ‘fondare’ niente. Ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta”.

Ed è vero. Don Giussani ha sempre avuto questa passione bruciante: annunciare il cristianesimo nella sua purezza e integralità, come "avvenimento" prima che come dottrina, come incontro personale con la persona Gesù.

Cominciò come professore di religione in un liceo di Milano. La sua storia – incrociata con quella della Chiesa cattolica di fine Novecento – è stata raccontata in tre volumi pubblicati tra il 2001 e il 2006 da don Massimo Camisasca, che gli fu sempre a fianco e oggi è superiore generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo.

Ma di lui mancava ancora, fino a ieri, una sintesi del pensiero. Quella che oggi si può leggere in un altro libro che don Camisasca ha pubblicato proprio con questo scopo: "far conoscere don Giussani a chi non l'ha conosciuto, a chi non ha avuto la fortuna di sentirlo parlare, di passare del tempo con lui o di leggere i suoi libri".

Il libro è una biografia spirituale di don Giussani, ricostruita percorrendo i suoi scritti, molti dei quali ancora inediti.

Tra i libri che don Giussani pubblicò quand'era in vita ve ne sono tre che hanno un'importanza centrale. Divennero i libri di testo della "scuola della comunità", la catechesi sistematica che il sacerdote teneva ai suoi seguaci. La trilogia ha come titolo generale "PerCorso" e si compone di tre volumi pubblicati in edizione definitiva tra il 1997 e il 2003, ma in cantiere già mezzo secolo prima: "Il senso religioso", "All'origine della pretesa cristiana", "Perché la Chiesa". Il primo di questi volumi ha avuto una diffusione mondiale ed è stato tradotto in 18 lingue.

Qui di seguito è riportato un estratto del capitolo VI del libro di don Camisasca che illustra il pensiero di don Giussani.

È il capitolo che sintetizza il secondo volume del "PerCorso", quello intitolato "All'origine della pretesa cristiana".


La "pretesa cristiana" spiegata da don Giussani

di Massimo Camisasca


La persona di Gesù è stata il centro affettivo e razionale della vita di don Luigi Giussani. Questa centralità è stata l’àncora della sua esistenza. In Gesù Cristo Giussani ha trovato l’unico essere che, proprio per la sua duplice natura, era pienamente uomo, capace di conoscere dal profondo le attese di ognuno, e nello stesso tempo capace di rispondervi come nessun altro, perché era Dio. [...]

Non che Gesù fosse soltanto il compimento dell’attesa dell’uomo, quasi preteso da essa, come una teologia esageratamente antropocentrica si ridurrà a dire. Cristo non è soltanto la risposta al senso religioso. Lo chiarirà molto bene Giussani: "La cosa più importante su cui costruire, su cui siamo costruiti, non è il senso religioso, ma è l’incontro con Cristo". [...]

Nel suo desiderio di ridare spessore esistenziale alla proposta cristiana, Giussani non cade nell’errore di vedere Dio come fattore implicato nelle esigenze dell’uomo. La sua non è una teologia politica, guidata dalla preoccupazione di costruire il regno di Dio sulla terra. Egli conosce bene il primato della grazia, ma vuole nello stesso tempo liberare l’annuncio cristiano da ogni tentazione di spiritualismo, di soprannaturalismo, di inincidenza sulla storia. [...]

Queste questioni occupano il secondo volume, intitolato "All'origine della pretesa cristiana", della trilogia giussaniana del "PerCorso". [...] L’attenzione di questo volume è posta su ciò che Gesù ha detto di se stesso, su ciò che ha compiuto, sul metodo con cui si è manifestato. Proprio in questa attenzione al metodo della rivelazione di Gesù sta il livello più prezioso di questo scritto, ciò che lo rende originale, anche in mezzo a tante e importanti vite di Gesù scritte nel secolo passato o in quello che sta cominciando. [...]

* * *

Il punto di partenza è una fenomenologia dell’esistenza, poiché Giussani è convinto che ogni azione dell’uomo contenga la finalità fondamentale che governa tutta la sua vita. Quando l’uomo esamina se stesso, alla fine la sua ragione non può che trovare il senso religioso e chiamare l’oggetto del suo desiderio ultimo con il nome Dio: qualcosa o qualcuno che egli vorrebbe conoscere, che sa esistere, ma che non riesce a definire nei suoi contorni precisi. [...] Si può notare come Giussani abbia assimilato il Concilio Vaticano I, la sua lotta al fideismo e al razionalismo. Vuol farsi difensore della ragione, di una ragione che arriva a percepire l’esistenza del Mistero, anzi che vorrebbe conoscerlo, ma che non riesce da sola a dare volto a questo Ignoto.

Sono nate così le religioni: attraverso di esse l’uomo ha cercato di immaginare, di definire il Mistero in rapporto a sé. Le loro differenze si spiegano anche attraverso gli ambienti storico-culturali diversi in cui sono nate. Geni religiosi ne sono all’origine. In molte di esse troviamo una grande dignità. Giussani non è integrista. Si commuove ed è interessato di fronte ad ogni cammino percorso dall’uomo per dare nome e volto a ciò da cui viene e verso cui è diretto. Sa che molte religioni nascono dallo stupore per l’armonia di leggi che governano l’universo e a cui l’uomo cerca di obbedire. Si esalta addirittura perché trova in esse accenni di confidenza alla misericordia del divino. Ma conclusivamente per lui le varie religioni rimangono solamente sforzo dell’uomo.

Come allora trovare la religione migliore, quella più confacente? Attraverso un confronto? Oppure è meglio andare verso una religione universale? La conclusione di Giussani sorprende: "Ognuno segua la religione della sua tradizione", parta da lì, da dove Dio lo ha messo. È una norma pratica, che si arrende alla sapienza di Dio. Più che un confronto fra le religioni, quel che interessa a Giussani è spostare completamente l’asse della riflessione. E se il Mistero volesse venire incontro alla solitudine e allo smarrimento dell’uomo, si coinvolgesse con l’uomo per sostenerlo? "La ragione non può escludere nulla di ciò che il Mistero può intraprendere".

Lungo la sua storia, l’umanità ha potuto sperimentare il manifestarsi del sacro in tante occasioni. Ma con la nascita di Israele si afferma qualcosa di assolutamente nuovo. Con la chiamata di Abramo, Dio sceglie il tempo, la storia, come ambito privilegiato entro cui rivelarsi. La strada si inverte. Non è più l’uomo alla ricerca di Dio, ma Dio alla ricerca dell’uomo. È Lui che decide di entrare nella storia, di manifestarsi attraverso avvenimenti, parole e fatti. [...] Che il cristianesimo non sia un insieme di dottrine, un catalogo di norme di comportamento, ma un fatto accaduto nella storia, un evento, un "avvenimento", è un tema ricorrente in Giussani, è il cuore della sua fede e della sua esperienza. [...] Non penso sia esagerato dire che una certa presenza di tali parole nel magistero pontificio di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI si debba anche all’insistenza di Giussani. Alla fine del millennio il sacerdote lombardo ha dedicato una lunghissima serie di incontri con i suoi collaboratori ad approfondire l’idea del cristianesimo come avvenimento. [...]

Il cristianesimo è dunque una strada completamente nuova. Giussani avverte la radicalità di questa affermazione e anche lo sconcerto che si può provare di fronte ad essa. Vede quasi in anticipo e profeticamente il secolo che nasce, quello che in nome della tolleranza vorrebbe bruciare ogni idea di verità e di differenza. Scrive: "Se c’è un delitto che una religione può compiere è quello di dire: io sono l’unica strada. È esattamente ciò che pretende il cristianesimo. Non è ingiusto sentirsi ripugnare di fronte a tale affermazione. Ingiusto sarebbe non domandarsi il motivo di tale pretesa".

* * *

Ecco dunque il senso di tutto il libro: rispondere all’obiezione, che sarà molto presente nei decenni successivi alla pubblicazione di queste pagine, circa l’unicità salvifica di Cristo, sentita come negazione ingiusta della libertà e delle differenze fra gli uomini. [...]

Giussani ci invita a porre la domanda adeguata: non dobbiamo chiederci che cosa sia giusto o ingiusto, ma che cosa sia accaduto. Il Mistero potrebbe incarnarsi, diventare un fatto normale nella storia? L’unica cosa da domandarsi è questa: è accaduto o no? "Se fosse accaduto, questa strada sarebbe l’unica, perché l’avrebbe tracciata Dio". Non più dunque lo studio, la ricerca, l’immaginazione di una cosa lontana, ma "l’imbattersi in un presente", la semplicità di un riconoscimento. [...]. Ogni uomo può imbattersi per grazia in quell’avvenimento. Sono favoriti gli umili, i poveri. Vengono alla mente le parole di san Paolo: "Non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili" (1 Corinzi 1, 26).

"Sì, questo è accaduto", dice l’annuncio cristiano. Per il semplice fatto che un annuncio del genere raggiunge l’uomo, non c’è cosa più importante che verificarne la verità: "Tutto si riduce a rispondere alla domanda: chi è Gesù?". La società in ogni tempo non vuole saperne di questo annuncio. Esso è troppo grande, troppo disturbante. In effetti è l’unico caso della storia in cui un uomo si sia dichiarato Dio.[...]

Dove possiamo trovare la testimonianza di questa pretesa di Gesù, del Mistero entrato nella storia? Nei Vangeli, risponde Giussani. Si sofferma nelle pagine del libro a parlare della particolare storicità dei vangeli, in cui troviamo memoria di eventi e annuncio di essi. Attraverso i Vangeli l’uomo può incontrare quell’avvenimento e farsi provocare dalla totalità di esso. Nella Rivelazione arriva a noi una persona vivente: "L’oggetto rivelato non è una serie di proposizioni, ma è la realtà di un essere personale". [...]

Un fatto si può incontrare. Come incontrarlo oggi? Cominciando a vivere la memoria e l’annuncio che di Lui fanno coloro che ne sono stati afferrati. È qui anticipato un tema che sarà sviluppato nel terzo e ultimo volume del "PerCorso": la Chiesa come continuità di Cristo, come suo corpo, sua attualità. Attraverso la vita della Chiesa possiamo raggiungere certezze adeguate sulla vita di Gesù di Nazareth, aderire a ciò che Egli ha affermato, intuire i motivi adeguati per credere in Lui.

Gesù certamente è un fatto della storia. In molte occasioni Giussani si è speso per esaltare e difendere la storicità dei Vangeli, in particolare della resurrezione di Gesù che ne costituisce il cuore. Nulla era così estraneo al suo spirito come la contrapposizione tra il Gesù della fede e quello della storia. Eppure, nello stesso tempo, reagisce di fronte alla riduzione del fatto cristiano ad avvenimento del passato. Gesù di Nazareth non è soltanto colui che è vissuto e che è morto. Egli è vivo. "L’annuncio cristiano è che Dio si è reso presenza umana, carnale, dentro la storia. Dio non è una lontananza a cui con uno sforzo l’uomo tenti di arrivare, ma Qualcuno che si è affiancato al cammino dell’uomo e ne è diventato compagno".

Per verificare dunque la pretesa di Gesù non basta riandare ai testi che parlano di Lui. E non è neppure sufficiente un’esperienza interiore, come per il protestantesimo. L’avvenimento cristiano è, invece, "un fatto integralmente umano, secondo tutti i fattori della realtà umana, che sono interiori ed esteriori, soggettivi ed oggettivi". Incontrare Gesù vuol dire incontrare coloro che credono in Lui, l’unità dei credenti, il corpo che lo Spirito crea assimilando a Gesù ogni persona che a Lui si affida.

Giussani riprende qui i temi dell’apologetica tradizionale, quella che si è diffusa a spiegare le ragioni per cui si può o si deve credere. Ma il suo discorso è completamente rinnovato rispetto all’antico. La sua apologetica diventa finissima descrizione della psicologia dell’uomo, individuata nell’analisi dei rapporti fra Cristo e i suoi contemporanei, perché "il Mistero ha scelto di entrare nella storia dell’uomo, con una storia identica a quella di qualsiasi uomo". [...]

Il lettore è così portato a seguire Gesù sulle strade della Palestina, ma soprattutto a seguire l’itinerario psicologico, affettivo e conoscitivo di chi gli era più vicino. [...] La domanda che nasce negli apostoli sull’identità di Gesù sgorgava proprio dalla vita quotidiana che essi vivevano con Lui. Si affidavano a Lui perché capivano che quell’abbandono era conveniente per la loro vita. Era un cammino quasi inavvertito della loro coscienza verso una certezza sempre più chiara. Gesù non ha avuto bisogno con loro di affermare dogmaticamente la sua divinità. "Sarebbe suonata follia più che bestemmia". Lui si è proposto lentamente, così da provocare negli altri una graduale evoluzione.

* * *

Giussani deve avere meditato a lungo il metodo pedagogico di Gesù. Ha cercato infatti di riviverlo tale e quale nel suo rapporto con i giovani. [...] In questo volume parla di tre fattori della pedagogia di Gesù. Innanzitutto la sequela. Gesù è un maestro da seguire. Allo stesso modo nel cristianesimo occorre seguire qualcuno che rivive nella concretezza della sua vita l’origine dell’avvenimento. Poi, la necessità di una rinuncia. Cristo ha chiesto di lasciare tutto per seguirlo, anche se ha promesso il centuplo a chi lo avrebbe fatto. Non c’è cristianesimo, per Giussani, se non c’è sacrificio, accettazione della prova, distanza nel possesso. Infine, terzo principio, occorre pronunciarsi per Gesù di fronte a tutti: che gli uomini sappiano che Egli è il centro della nostra affettività e della nostra libertà.

Solo l’amore può spiegare e permettere questo itinerario, può far entrare in modo giusto in questa inconcepibile pretesa di Gesù. Altrimenti non può nascere che opposizione. Cosa potevano fare gli ebrei di fronte a uno che identificava se stesso con la fonte della legge, che sosteneva di avere il potere di rimettere i peccati, di essere il discrimine fra il bene e il male, di essere la via, la verità e la vita? O dobbiamo dire che Gesù è pazzo oppure Egli è veramente Dio. Ma per arrivare a questa conclusione, perché si affacci nella nostra vita questa ipotesi, occorre un’apertura d’animo, un disagio per il proprio male, una vera scoperta di Gesù e della sua infinita umanità.

C’è un sigillo, un segno particolare nella predicazione e nella vita di Gesù che per Giussani è il più illuminante segno della sua divinità: la concezione dell’uomo che Egli ha proclamato.

Gesù è venuto per rivelarci il Padre, per dirci che siamo figli, che in ciascuno di noi c’è una realtà superiore a qualsiasi altra realtà soggetta al tempo e allo spazio. Ognuno racchiude in sé un principio originario e irriducibile, fondamento di diritti inalienabili, sorgente di valori. È ciò che chiamiamo anima, spirito, quel livello del nostro essere personale che è rapporto immediato con l’infinito. Già nel primo volume della trilogia, intitolato "Il senso religioso", Giussani si era soffermato su questo tema, a lui estremamente caro. Si può dire che esso sia la chiave di volta di tutta la sua posizione culturale, la ragione della sua opposizione a ogni potere e della sua venerazione per la Chiesa in quanto custode dell’intangibile verità dell’uomo. "Gesù è concentrato su questo problema, il rapporto col Padre. Senza quel rapporto il singolo uomo non ha la possibilità di avere un volto suo, non ha possibilità di essere persona".

Con Gesù la scoperta della persona entra nel mondo: Egli è il messaggero, dice Giussani, della dipendenza unica e totale del singolo uomo dal Padre, il grande educatore della religiosità. Essa è l’atteggiamento più conveniente all’uomo, quello che fa scoprire la preghiera, la coscienza della dipendenza costitutiva da Dio, quella dipendenza continua che riguarda ogni istante e ogni sfumatura del nostro agire. In questo modo l’esistenza si realizza come dialogo con la grande presenza, con l’Essere che è amore, che dona se stesso continuamente. [...] La nostra dipendenza dall’essere che ci crea si compie nel dono di noi stessi, nel sacrificio, nel "darsi tutto" [...].

La visione che Giussani ha della salvezza non evita assolutamente il tema del peccato, tantomeno quello del peccato originale. Egli è ben consapevole che l’uomo da solo ricade continuamente nella tentazione di riferire tutto a sé: ha bisogno di un altro, di accettare l’amore di un altro, di essere liberato per essere libero. Tutto questo fa della sua vita una tensione, una lotta, una ricerca. Se l’immersione nella tradizione orientale porta Giussani a sentire la trasfigurazione divina già all’opera nel mondo, la vicinanza all’uomo moderno e in particolare al mondo protestante – che egli ha ben conosciuto nei suoi studi americani – lo fa sentire compagno di tutto il dramma dell’uomo caduto. Nella Chiesa egli vedrà la strada della redenzione. Da quando Dio si è fatto uomo Egli salva l’uomo attraverso altri uomini, per rendere possibile sempre ed ovunque la salvezza. Saranno i temi del terzo volume del "PerCorso", intitolato: "Perché la Chiesa".

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Il libro:

Massimo Camisasca, "Don Giussani. La sua esperienza dell'uomo e di Dio", Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, pp. 168, euro

domenica 8 marzo 2009

Digiuniamo dall’ingiustizia e da quanto copre il silenzio



«Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà» ( Ef 5,14).
L a Quaresima è tempo di riflessione e mai come oggi in questo mondo sempre più artificiale, addormentato, è tempo di svegliarsi dal sonno. Ci hanno fatto credere in paradisi finanziari, ma perfino la ricchezza si è poi rivelata virtuale e mentre le ideologie sono crollate l’una dopo l’altra mostrando il loro volto fallace, la politica da servizio è diventata lotta per il potere. L’economia ha trasformato la pubblicità da anima del commercio in commercio dell’anima, condizionando il nostro stile di vita per poi lasciarci come sempre delusi. La felicità non si compra al supermercato, né tanto meno a tasso zero, ma costa fatica. La fatica di amare. Ci hanno fatto percepire il cristianesimo come religione dei vinti, l’oppio dei popoli, la grande illusione che consola con la promessa di un paradiso futuro chi non può comprarsi il paradiso in terra, mentre invece è l’unica proposta vincente, capace di andare controcorrente. Contrariamente all’etica delle grandi abbuffate, anche il digiuno, elemento centrale della Quaresima, può essere una sacra opportunità per ritrovare la via della speranza.
Mentre le nostre ragazze ossessionate dalla dieta digiunano imboccando il tunnel dell’anoressia per inseguire modelli irraggiungibili, mentre una ingiusta distribuzione dei beni impone il digiuno a intere popolazioni, noi, troppo sazi, continuiamo a dormire, incapaci di fare digiuno, quello cristiano.
«Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso» ( Is 58, 3-4). Ecco, l’unico digiuno gradito a Dio, quello che può risvegliarci dalla sonnolenza dovuta al troppo cibo, è il digiuno come nutrimento dell’anima. È necessario, allora, digiunare anzitutto dall’ingiustizia, dal chiasso, da quanto usiamo per coprire il silenzio, come se avessimo paura di rimanere soli con noi stessi. Quanti di noi, entrando in casa, con un gesto automatico accendono la radio o il televisore? In quante famiglie all’ora di cena si preferisce ascoltare il programma del momento per non ascoltare il vuoto che ha preso il posto della compagnia? E mentre il Grande Fratello entra con prepotenza nella nostra vita coi suoi falsi problemi, dimentichiamo di ascoltare i problemi reali del fratello che abbiamo accanto.
Fare digiuno oggi è scegliere, è preferire il pane della vita, è astenersi dalle parole inutili, odiose, volgari che feriscono gli altri e impoveriscono noi; è rinunciare alla logica del possesso, agli eccessi a cui ci hanno fatto abituare per riscoprire nell’essenziale, nelle piccole cose che fanno grandi il giorno, il sapore della vita. Il cibo più prelibato non ha lo stesso profumo del pane appena sfornato, tutto l’oro del mondo non può darci la gioia del sorriso di un bambino che sa di potersi fidare di noi. Purtroppo, mentre i bambini non possono più fidarsi degli adulti, noi ci siamo fidati dei mercenari di turno e abbiamo investito su capitali terreni, dimenticando di far fruttare la speranza. Mentre ci hanno fatto credere che in nome di una presunta libertà si potesse calpestare ogni cosa, ogni valore, perfino la vita e la morte, ci siamo ritrovati con un pugno di mosche in mano, sfiduciati e depressi. Vuoi vedere, allora, che in questo mondo in cui ci fanno ingurgitare ogni menzogna, in cui le grandi abbuffate non riescono a soddisfare la fame di certezze e di speranza, la verità sta nel seguire Cristo? Chi confida nel Signore non resterà deluso, perché chi sa digiunare, chi sa lasciare ogni cosa per andare dietro di Lui, guadagna il centuplo quaggiù e l’eternità.
GENNARO MATINO
Avvenire

venerdì 6 marzo 2009

DENUNCIA/ Troppi cristiani discriminati in Europa


Mario Mauro venerdì 6 marzo 2009

La questione non è più clandestina e ora lo si può sostenere senza timore di smentita: la discriminazione nei confronti dei cristiani è in aumento. Non cade dunque in errore, né rischia di pronunciare affermazioni obsolete chi richiama, di fronte all’opinione pubblica, a un problema reale e concreto ed esorta a un maggiore impegno per garantire in Europa e nel mondo la libertà religiosa. Soprattutto alla luce del fatto che anche l’Osce, l’Organizzazione internazionale a cui appartengono 56 Stati a pieno titolo e di cui sono stato nominato Rappresentante personale della Presidenza dell’Osce contro razzismo, xenofobia e discriminazione, con particolare riferimento alla discriminazione dei cristiani, ha sentito la necessità di convocare uno specifico incontro per discutere attorno a questa tematica.
Sono stato tra i promotori e ho partecipato mercoledì a una giornata di lavori a Vienna dove è stata convocata la prima Tavola Rotonda per risvegliare l’attenzione su un argomento da troppo tempo dimenticato. Il titolo del convegno era già di per sé eloquente “Intolleranza e discriminazione contro i cristiani - Focus sull’esclusione, emarginazione e negazione dei diritti”.
La morte di Hrant Dink, le minacce contro Orhan Ant, l’episodio della sospensione dal lavoro in Inghilterra di un dipendente aeroportuale colpevole di aver esposto un’immagine di Gesù, l’incendio presso la scuola cattolica e la cappella di Notre Dame de Fatima in Francia sono solo alcuni dei casi d’intolleranza e di discriminazione nei confronti dei cristiani, sia a Est e Ovest di Vienna, senza contare le violente persecuzioni che colpiscono le comunità cristiane al di fuori dell’area Osce.

Nel corso del dibattito è emerso come queste discriminazioni appaiono in diverse forme e, di conseguenza, quanto ci sia bisogno di un approccio multiforme. Personalmente ritengo significativo il contributo delle Ong che operano in questo campo e anche del contributo portato dai rappresentanti delle Chiese cristiane al fine di controllare meglio le difficoltà, affrontare adeguatamente il problema e migliorare lo scambio.

Occorre rimettere in moto pienamente l’impegno di ogni singolo Paese in materia di libertà di religione affinché si garantisca il diritto all'obiezione di coscienza, condannando tutte le forme di discriminazione contro i cristiani. È anche importante, per garantire una piena partecipazione alla vita pubblica, modificare in alcuni casi la legislazione poiché l’intolleranza può essere intenzionale, quando la discriminazione è motivata da una palese ostilità nei confronti dei cristiani, oppure involontaria, cosa che si verifica quando alcune regole di governi apparentemente neutre creano una disparità di trattamento.

La libertà di religione è sicuramente la cartina di tornasole per misurare tutte le altre forme di libertà esistenti e, di conseguenza, il livello democratico di un paese specifico. La mia raccomandazione, anche attraverso momenti di incontro come quello avvenuto mercoledì, è di rafforzare le attività di monitoraggio relative a queste forme di discriminazione e favorire sulla base dei risultati ottenuti una vera e propria campagna nei media tesa a promuovere la comprensione e il rispetto nei confronti dei cristiani superando pregiudizi infondati e manipolazioni faziose.

Il sussidiario

martedì 3 marzo 2009

Filosofia/Da Tommaso Moro a Zamjatin, se la letteratura salva l’“io” dall’utopia

«Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva?». Così si interrogava Nikolaj Berdjaev dopo essere stato espulso nel 1922 dall’Unione Sovietica, formulando una questione che segna un carattere peculiare dell’uomo contemporaneo. L’epoca moderna, infatti, è stata accompagnata dal fiorire del pensiero utopico, del discorso intorno a quel “luogo buono” (eu-topos) che ancora “non c’è” (ou-topos). Ma nel Novecento sembra prevalere un diverso atteggiamento, veicolato da opere saggistiche e soprattutto narrative di carattere anti-utopico o distopico. Un genere, quello distopico, che ha trovato grande sviluppo anche nelle espressioni artistiche più popolari, come i film “catastrofisti” e i fumetti di taglio “apocalittico”. Disagio, sospetto, se non paura e angoscia: ecco i caratteri della disposizione spirituale contemporanea verso il futuro.

Sarebbe però erroneo contrapporre la distopia all’utopia. Innanzitutto non si tratta di generi letterari omogenei. L’utopia è un genere letterario spurio, che sta a metà strada – pensiamo a Tommaso Moro o a Campanella – tra il trattato politico e l’opera narrativa. Le distopie come quelle di Zamjatin e Orwell, invece, sono romanzi a tutti gli effetti. Come ha notato Vittorio Strada, «l’utopia racconta la perfezione, mentre la narrazione (e il romanzo in particolare) riguarda l’imperfezione, ossia il movimento, il contrasto, la varietà». Non è un caso che i personaggi utopistici siano inverosimili e psicologicamente inconsistenti, meri portavoci di posizioni dottrinali. Al contrario, i romanzi distopici presentano una vicenda drammatica in cui i protagonisti acquistano uno spessore psicologico sempre più marcato: sono personaggi umani a tutto tondo. Già solo per tale circostanza, essi di collocano ai margini della società utopica in cui vivono, potenzialmente avversi a un mondo nel quale il possesso di una personalità distinta dagli altri è segno di volontà sovversiva. Le vicende dei protagonisti delle distopie descrivono la traiettoria del passaggio dallo stato di individuo-massa a quello di persona umana nella lotta contro un potere totalitario che cerca di impedire questa evoluzione.

Un secondo motivo per cui utopia e distopia non si possono contrapporre è che sono entrambi esercizi di pensiero critico nei confronti della società coeva. La differenza sta nel fatto che l’utopia produce intellettualmente un punto di vista esterno (quello della buona società che ancora non c’è) a partire dal quale effettuare la critica, mentre la distopia trova questo punto di vista in sacche di resistenza presenti nella società coeva stessa, la quale procede speditamente verso uno sviluppo disumano.

Ma c’è un terzo e più profondo motivo che impedisce di contrapporre utopia e distopia: la loro comune appartenenza all’orizzonte culturale moderno. La resistenza alla repressione totalitaria del desiderio passa in Zamjatin e Orwell attraverso l’esaltazione del valore liberatorio dell’istinto. Nella prospettiva anarcoide tipica di questi autori istinto, desiderio, energia e libertà sono tutti sinonimi che individuano la dimensione positiva dell’esistenza umana, cui si contrappone quella negativa dell’ordine, dell’entropia, della felicità pianificata e della razionalità. Come ha acutamente notato padre Francesco Ricci, l’unica via d’uscita che questi autori sembrano proporre è irrazionalistica: un nascondiglio dove possa aver luogo la libera espressione della propria istintualità e sentimentalità, avente come cifra il rapporto erotico. La distopia condivide con l’utopia la visione della libertà come autonomia, ma non riesce più a credere nella capacità emancipativa della ragione umana, la quale, anzi, essendo legge a se stessa, evidenzia la propria essenza repressiva. L’unica “legge” non alienante è l’istinto. In ciò la distopia fa emergere il filone irrazionalista e nichilista della filosofia moderna, secondario sino a fine Ottocento rispetto a quello razionalista e utopista. Una conseguenza di ciò è l’incapacità, da parte degli autori distopisti, di cogliere l’intimo legame tra massificazione sociale e individualismo: per loro la più alta forma di alternativa culturale all’utopia totalitaria è quella di un’ideologia libertaria avente come fulcro la difesa dell’individuo nei confronti dell’oppressione statale.

L’orizzonte comune cui utopia e distopia appartengono è quello del razionalismo moderno, il quale riconduce tutte le forme di razionalità a quelle tipiche delle scienze esatte. Applicare tali forme di razionalità alla realtà umana individuale e sociale (come fanno le utopie) ha un esito inevitabilmente repressivo, in quanto nega l’imprevedibilità della libertà umana. La conseguenza che il pensiero distopico trae è allora quella di condannare come repressiva la ragione in generale e di esaltare gli aspetti non razionali dell’essere umano. L’esito è disperante.

Ma i romanzi distopici contengono una risorsa spesso non tematizzata dai critici superficiali: i protagonisti, nella loro lotta di resistenza, hanno in comune una strategia apparentemente strana, la pratica della scrittura. Essi scrivono, anche se non sono sicuri che un giorno saranno letti da qualcuno. E leggono tutto ciò che riesce a sopravvivere alla furia distruttiva della censura. La pratica della scrittura e della lettura indica la scoperta di una forma di razionalità alternativa a quella scientifica, una razionalità narrativa che accompagna la costituzione del soggetto come un “io” allo stesso tempo unico e capace di empatia con gli altri “io”. Una pratica necessaria per ricercare il senso delle cose, per collegare passato presente e futuro in un nesso significativo, per riflettere e giudicare. La scrittura e la lettura come pratica generano lo spazio interiore di un’anima.

È forse questo il messaggio più profondo e originale dei romanzi distopici: non abdicare alla ricerca del senso, a quell’esercizio di pensiero che va di pari passo con la costituzione di un’interiorità capace di condivisione. È solo questo “io” che è capace di una resistenza non disperata a quella “atroce afasia”, a quella “brutale assenza di capacità critiche”, a quella “faziosa passività” che Pasolini denunciava sin dalla prima metà degli anni Settanta come caratteri di quella nuova forma di potere proto-totalitario che caratterizza le società contemporanee.

Sante Maletta martedì 3 marzo 2009
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