venerdì 5 dicembre 2008

PERCHÉ CREDERE...NON È ROBA DA CRETINI

venerdì 5 dicembre 2008

VITTORIO MESSORI
LO SCRITTORE ITALIANO PIÙ LETTO NEL MONDO, PER LA PRIMA VOLTA RACCONTA LA SUA CONVERSIONE

di Giuseppe Stabile

Attraverso i suoi scritti milioni di persone in tutto il mondo hanno ricevuto doni inestimabili. Nel suo ultimo libro, appena uscito, Vittorio Messori ci regala, però, il suo tesoro più intimo: le ragioni della sua fede ed i retroscena della sua miracolosa conversione.
Dalla quale sgorga ancora l’inesauribile desiderio di aiutare altri ad incontrare quel Gesù a cui prima era assolutamente indifferente.

Dottor Messori, grazie perché ha voluto donarci se stesso in questo suo ultimo “Perché credo”.
«Non lo avrei mai scritto se non ci fosse stata la bravura e l’affettuosa insistenza di Andrea Tornielli che mi ha aiutato a trovare il coraggio di aprirmi in questo modo. Non sono uno che si confida, anzi mi devo fare forza per raccontare di me. Ecco perché ho aspettato la mia età avanzata per decidermi a scrivere un libro come questo».

Lei è una persona chiusa?«Sì, è una tendenza che si è sviluppata fin da bambino. Le abitudini che prendiamo da piccoli poi ci restano incrostate dentro».

Come era da bambino?
«Ero scontroso e solitario. In fondo non credo di essere mai stato davvero bambino.
Precocemente, appena ho imparato a leggere, mi piaceva soprattutto una cosa: ritirarmi in un angolo a leggere un libro ed a pensare. D’altro canto ero solo e mio fratello è nato quando avevo quasi dieci anni. Uno dei miei problemi è che la mia abitudine alla solitudine ha fatto sì che di fronte alle difficoltà mi debba far violenza per parlarne con qualcuno e confidarmi, farmi aiutare».

La sua difficoltà nelle relazioni personali ha influito anche sul suo percorso spirituale?

«Certo, a partire dalla mia prima confessione a 23 anni suonati, che è stata difficilissima.
Inoltre sento il desiderio e la necessità di un direttore spirituale, ma la mia chiusura mi è sempre stata di ostacolo a questa preziosa ed importantissima pratica».

Il suo carattere introverso ha le radici nella sua esperienza familiare?
«Credo di sì, perché non ho avuto una vita familiare felice. Ho stima e rispetto per i miei genitori, che sono deceduti da poco. So che, in buona fede, hanno fatto tutto quello che potevano fare; però c’erano tra loro delle difficoltà caratteriali che hanno fatto sì che per noi due figli la convivenza sia stata difficile e dolorosa.
Questa esperienza mi ha segnato. Nonostante tutto però, sono convinto che la prospettiva cattolica della famiglia indissolubile faccia parte del piano di Dio, mi schiero e parteggio per i diritti della famiglia e credo che vada riscoperta».

Oggi in Italia circa il 50% delle famiglie si separa e c’è il più basso tasso di natalità del mondo. Perché? Come intervenire?
«Non so cosa si dovrebbe fare, ma sono convinto della necessità di impegnarsi a partire dal livello personale ed individuale. Ciascuno si faccia la sua famiglia e cerchi di fare in modo che sia più cristiana possibile. Io, però, cerco di occuparmi di qualcosa che sta ancora prima; cioè della Fede, della possibilità di credere».

Qual è la sua esperienza coniugale?«Oggi sono felice, ma ho vissuto anni molto travagliati. Conobbi mia moglie Rosanna ad Assisi, alla fine di una Messa, pochi mesi dopo la mia e la sua conversione. Dopo un periodo di frequentazione, però, prendemmo strade diverse, pur restando sempre in contatto. Nel 1972 mi sposai con un’altra donna, ma ci rendemmo subito conto di non aver fatto la scelta giusta. Chiesi allora l’annullamento del matrimonio che fu accordato dopo ben ventidue anni! Solo a quel punto, nel 1996, potei coniugarmi con Rosanna e cominciare la mia nuova vita insieme con lei».

Le dispiace di non aver avuto figli?
«Mi sarebbe piaciuto avere dei bambini, ma ho accettato la mia vita così come è andata.
Apprezzo ed ammiro chi ha famiglie numerose, ma ognuno ha la sua vocazione: la mia era quella di fare “figli di carta” più che figli di carne. Credo che anche la paternità e maternità spirituale o intellettuale siano vocazioni importanti. Per me i miei libri sono come dei figli».

Quali messaggi ha affidato ai suoi “figli di carta”?
«Nei miei 22 libri ed in tutte le migliaia di articoli che ho scritto, non ho mai trattato di temi morali, né fatto prediche o lezioni di etica. La morale è importante, ma credo che, insieme all’impegno nella Carità, sia una conseguenza della Fede. Quello che oggi stiamo perdendo è la Fede, la consapevolezza che il Vangelo è vero».

Come iniziò la sua incredibile carriera di scrittore e divulgatore?
«Sono sempre stato molto pragmatico e concreto.
Ognuno dei miei libri ha uno scopo ben preciso: valutare se in quella lontana estate del 1964 la mia esperienza mistica di conversione non fosse stata solo un’illusione. Non riuscivo a trovare risposte alle mie domande e mi ritrovai a scrivere libri che avrei preferito leggere.
Nei miei testi ho cercato quale era il significato di quella Fede che mi era stata donata e le ragioni per le quali poteva essere accettata da un uomo moderno e razionale».

Pur consapevole, per esperienza diretta, dell’impossibilità di spiegare certi accadimenti, non posso non chiederle: cosa successe in quella fatidica estate del 1964?
«Avevo 23 anni, lavoravo come centralinista notturno e stavo per scrivere la mia tesi di Laurea in Scienze Politiche. Era un’estate molto calda ed ero in città da solo, dato che i miei genitori erano partiti con mio fratello per una vacanza un po’ più lunga del solito. Un giorno avvenne un evento inspiegabile ed inatteso che avrebbe trasformato la mia esistenza. Come racconto più approfonditamente in questo ultimo libro, feci una forte esperienza mistica: improvvisamente si aprì davanti ai miei occhi un immenso buco di luce ed il velo che oscura la realtà svanì. In quei giorni lessi per la prima volta i Vangeli ed oggi, dopo tanti anni, sono sempre più sicuro che in essi c’è la vera risposta per ogni essere umano. In seguito non ho avuto altre esperienze simili, né visioni o apparizioni, ma mi è stata donata una chiarezza intellettuale che non ho potuto più rinnegare».

Come cambiò la sua vita?
«Io ero un convinto laicista ed anticlericale ed all’improvviso crollò tutto! La conversione mentale fu istantanea, ma convertirsi interiormente è ben più difficile e so di non essere stato sempre coerente. All’inizio ero spaventato e non molto contento di quegli avvenimenti che imponevano uno sconvolgimento a tutti i miei piani umani e professionali, compreso l’addio alla mia bella carriera accademica già predestinata.
Le confido, inoltre, che mi misi a piangere pensando: “se divento cristiano cattolico, non posso più corteggiare ed amare le ragazze!”».

Come reagirono le persone che le erano vicine?
«All’inizio ho cercato di resistere per non diventare cristiano, anche perché un po’ mi vergognavo, per esempio nei confronti dei miei famosi professori, come Norberto Bobbio o Galante Garrone, che si sentivano traditi da un loro pupillo. Andavo a messa di nascosto: mia madre credeva che avessi avuto un esaurimento nervoso e voleva farmi visitare. I pochissimi amici, infine, erano sorpresi ed addolorati».

Alla fine, si arrese alla Fede?
«Mi resi conto che la Verità che cercavo non stava nel vicolo cieco del razionalismo e del laicismo che avevo seguito fino a quel momento, ma in una direzione che avevo sempre rifiutato.
Avevo condannato la Fede senza aver mai cercato di conoscerla e di capirla».

Qual è la sfida che vuole lanciare con questo suo ultimo libro “Perché credo”?

«Nel nostro tempo c’è un grande vuoto di cultura cattolica. Le librerie sono piene di libri che vogliono screditare e rendere ridicola la fede cristiana e cattolica in particolare. È necessario impegnarsi per rispondere con forza ai velenosi volumi di persone come Corrado Augias e Dan Brown o di astiosi ex seminaristi come Piergiorgio Odifreddi ed altri che vogliono far passare per stupido chiunque crede in Gesù, sostenendo che per una persona intelligente e moderna non ha senso credere nel Cristianesimo. Proprio per questo, nella quarta di copertina del mio ultimo libro c’è scritto: “Un cristiano, non un cretino”».

È possibile conciliare fede e ragione?
«Mi fanno tanto ridere quelli che dibattono se la ragione può coesistere con la Fede. La ragione è un dono di Dio che dobbiamo utilizzare al massimo e dopo decenni di ricerche ho potuto constatare che il vero libero pensatore è il credente; l’incredulo si pone delle barriere invalicabili, mentre il credente è libero di arrendersi ai fatti. La ragione ci porta fino alla soglia del mistero, mentre la Fede ci porta oltre».

Sbaglio o essere atei è quasi passato di moda?
«L’ateismo è una religione al contrario e la persona atea è sempre a rischio di conversione.
L’ateo prende sul serio la religione, ci si scaglia contro, svelando che per lui, in fondo, essa è importante. Molto più duro e subdolo è invece l’agnosticismo, oggi tanto in voga, che ritiene l’ateismo una cosa volgare: le persone di cultura si astengono dal giudizio perché la religione è irrilevante. Loro si sentono al di sopra, ritenendo sciocchi i credenti e volgari gli atei».

Cosa vuol dire oggi essere credenti?
«Essere cristiani e cattolici significa non essere passivi di fronte all’ideologia egemone, sfidando l’ipocrita e feroce sorriso del “politicamente corretto”, così come il conformismo del “Maurizio Costanzo pensiero”. Un cristiano oggi è chiamato a prendere delle posizioni, anche in campo etico, che provocano delle forti reazioni. L’unica strada è ritornare ad essere come i cristiani dei primi decenni dopo la Resurrezione di Gesù, accettando le stesse sfide di chi viveva prima dell’Imperatore Costantino. Occorre dare la testimonianza di una fede personale, supportata anche da una profonda formazione culturale, senza dover naturalmente diventare tutti degli intellettuali.
La sfida passa attraverso la coerenza e la limpidezza
delle nostre scelte quotidiane, consapevoli di essere sempre più in minoranza e chiamati all’anticonformismo».

Essere cattolico significa rinunciare alla propria libertà?
«Assolutamente no. So bene che, visto da fuori, il cattolicesimo può sembrare una gabbia dalla quale fuggire, piena di moralismo, dogmi e norme che tolgono la gioia di vivere. Ma accettare la Fede non vuol dire rinchiudersi in una trappola: la prigionia semmai è da parte di coloro che non credono.
Il mondo moderno si ritiene libero, ma ritengo che mai l’uomo sia stato così schiavo. Bisogna testimoniare che essere cristiani non significa essere cretini e che non si deve rinunciare a nulla, ma guadagnare tutto».

Come vive oggi la gente il rapporto con la religione?

«Negli ultimi decenni le chiese si sono sempre più svuotate e le vocazioni religiose sono continuamente diminuite. L’unica cosa che aumenta è il numero di pellegrinaggi, soprattutto nei santuari mariani che frequento spesso per motivi personali e di studio. È lì che incontro folle di persone di tutte le età e categorie sociali, gente che spesso non frequenta più la propria parrocchia ma è attratta dalla manifestazione della presenza materna della Madonna.
Oggi Maria è il simbolo della religione popolare, vissuta da tutte quelle persone alle quali la Chiesa dovrebbe sforzarsi di rivolgersi».

Con quale atteggiamento interiore possiamo vivere l’Avvento ed il Natale di Gesù?«Tutti vediamo come è stato ridotto il Natale.
Ma attenzione a non cadere nelle prediche e nel facile moralismo! Una delle virtù cristiane è il realismo e dunque dobbiamo renderci conto che abbiamo realizzato una società che si regge sul consumo. Non voglio certo difendere il consumismo, ma dobbiamo fare i conti con la cultura e la società che abbiamo attorno, magari scegliendo il regalo giusto. Ci sono molte persone che non hanno più bisogni economici ma sono assetati nello spirito: per loro il regalo più prezioso da ricevere potrebbe essere, per esempio, una bella lettera, oppure essere coinvolti in un confronto sulla persona di Gesù, il Messia che viene tra noi. Il Natale o ha un valore religioso oppure è soltanto la festa di Papà Inverno. Invece si chiama Natale perché qualcuno è nato ed era una persona con la P maiuscola».

Quale regalo chiede alla Vita?
«La sola cosa che mi interessi è aiutare a credere o, almeno, instillare il desiderio di farlo».


L’AMICIZIA CON BENEDETTO XVI

Vittorio Messori ha avuto un forte legame personale con gli ultimi due pontefici, ma in modo particolare con Benedetto XVI. «La mia amicizia con Lui risale a molti anni fa. Mi sono sempre ritrovato nella sua prospettiva di Fede ed è stato uno dei pochi uomini di Chiesa che mi ha sempre sorretto nel mio lavoro spesso difficile e solitario.
Per lui ho sempre avuto una stima profonda, come uomo, sacerdote e studioso. È una persona un po’ timida, buonissima, piena di rispetto per gli altri: insomma tutto il contrario di come è stato spesso dipinto».
Inoltre c’è un’altra cosa che ci lega: siamo nati entrambi il 16 Aprile, che è lo stesso giorno nel quale si festeggia Santa Bernadette, la giovinetta di Lourdes alla quale apparve Maria 15 anni fa».

LO SCRITTORE DEI DUE PAPI

Vittorio Messori è l’unico giornalista ad aver scritto libri con due Pontefici.
Con Karol Wojtyla scrisse “Varcare la soglia della speranza” (Mondadori, 2004) del quale è stata venduta l’incredibile cifra di circa trenta milioni di copie in più di cinquanta lingue. Nel 1985 pubblicò invece “Rapporto sulla Fede” intervistando l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, l’attuale Papa Benedetto XVI, che
nel suo ultimo libro ha dato a Messori l’onore di essere l’unico italiano vivente citato.

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giovedì 4 dicembre 2008

La Rosa Bianca, emblema di una lotta contro tutte le forme di totalitarismo

giovedì 4 dicembre 2008


L’enigma del Novecento, sul quale gli storici ancora oggi si interrogano, non sta solo nel comprendere come mai siano sorti sistemi di pensiero che predicavano la soppressione di intere popolazioni o classi sociali per la realizzazione di un programma politico. Quello che soprattutto sconcerta è come questi abbiano potuto conquistare l’approvazione e l’entusiastico consenso di milioni di cittadini, che intravidero una grande speranza in regimi che oggi sappiamo essere stati portatori solo di lutti e distruzione.

Negli anni tra le due guerre, la democrazia e il rispetto della dignità dell’uomo godettero di ben poca fortuna. Regimi dittatoriali o totalitari di opposto colore si affermarono in quasi tutti i paesi europei. La crisi del ’29 fece pensare a molti che il capitalismo e la liberaldemocrazia fossero condannati dalla storia. Solo la Francia e l’Inghilterra rimasero ancorate ai principi liberali, ma la rapida sconfitta della prima ad opera della Germania e il vasto consenso di cui godette il regime di Vichy mostrarono come anche nel paese della rivoluzione francese certi principi fossero assai indeboliti.

Ci sarebbe voluta una guerra mondiale e l’Olocausto per risvegliare bruscamente la coscienza europea. E risvegliarla solo in parte, perché il giudizio sul comunismo sovietico rimase per lungo tempo piegato alle esigenze della politica. Nel dopoguerra i movimenti di resistenza, sviluppatisi in alcuni paesi solo molto tardi nel corso della guerra, sarebbero diventati il mito fondativo su cui costruire una nuova identità democratica: la vasta adesione al fascismo e al nazismo furono in gran parte rimossi.

Il caso della Germania è in questo contesto particolare, come suggerisce la pubblicazione di una nuova ricostruzione delle vicende della “Rosa Bianca” pubblicata da Lindau (Annette Dumbach e Jud Newborn, Storia di Sophie Scholl e della Rosa Bianca, Lindau, 309 pagine, 22 euro). Nelle sue linee generali, la vicenda è nota. Noto è il tentativo di questo gruppo di studenti universitari di Monaco di dare vita a una forma di ribellione al governo tramite la diffusione di volantini e altri strumenti propagandistici nei quali si denunciavano la politica di Hilter e lo sterminio degli ebrei. Così come è nota la tragica fine a cui andarono incontro. Scoperti e processati dal Tribunale del popolo, furono tutti condannati alla pena capitale, che fu subito eseguita.

Ma quel che colpisce leggendo questa più recente pubblicazione è la constatazione di quanto il generoso e coraggioso moto di ribellione antinazista di questo sparuto gruppetto fosse isolato all’interno di un paese che non osava ribellarsi al nazismo anche quando questo lo portava verso il baratro. Un volantino o una scritta su un muro, furono così percepiti come gesti di rottura rivoluzionari, in un clima segnato dalla passività e dalla rassegnazione nel quale gran parte del paese era immerso.

Come ha raccontato in un bel libro di qualche anno fa lo storico Joachim Fest, tutta la storia della resistenza tedesca è infatti la storia di tentativi generosi quando disperati, compiuti da singoli o da piccoli gruppi senza alcuna reale possibilità di successo. Spesso circondati dall’incomprensione e dall’ostilità di parenti e vicini. In questo senso l’isolamento e la tragedia della “Rosa Bianca” sono lo specchio della tragedia di un intero paese.

Varie circostanze contribuirono a questa situazione, tra queste un forte nazionalismo che prescindeva dai connotati politici del governo e un senso dell’onore che additava il tradimento come il peggiore dei crimini. Da un certo momento in poi anche la constatazione che era comunque troppo tardi per tornare indietro.

L’Europa ha oggi in gran parte dimenticato tutto questo e per motivi in parte comprensibili la Germania è il paese che ha scelto assai più degli altri la via dell’oblio del proprio passato per tentare di guardare al futuro. In questo contesto, la ribellione degli studenti della “Rosa Bianca” assume ancor più valore, come testimonianza di una possibilità di riscatto del cuore dell’uomo che nessun potere può fino in fondo sopprimere.

Redazione
Il Sussidiario.net

Trascrizione della presentazione della mostra "La Rosa Bianca.Volti di un'amicizia."
Organizzata dal meeting di Rimini nel 2005
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LA ROSA BIANCA. VOLTI DI UN’AMICIZIA

Mercoledì, 24 agosto 2005, ore 19.00

Relatore:
Anneliese Knoop-Graf, sorella di Willi Graf

Moderatore:
Romano Christen, Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo.


Moderatore: Benvenuti alla presentazione della mostra “La Rosa Bianca. Volti di un’amicizia”. Uno dei membri della “Rosa bianca”, per presentare questo gruppo di suoi amici a sua sorella, ha scritto in una lettera: “Avresti una grande gioia a vedere questi volti”. Sono commosso al pensiero che questi volti, dai quali Hans Sholl era così colpito, questi bei volti dopo più di sessant’anni colpiscono anche voi come hanno colpito quelli che hanno curato la mostra. E’ sicuramente una cosa inimmaginabile per Hans Sholl.
Come sapete dal programma, doveva essere presente anche monsignor Rilko, che è il Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Siamo stati molto gratificati dal fatto che lui volesse venire a questo incontro. Ma la vita poi è sposso diversa da come uno la progetta. Monsignor Rilko è stato il responsabile ultimo della GMG a Colonia, questo grandissimo evento che si è concluso domenica ed è stato trattenuto per questo. Inoltre si è aggiunto un ulteriore impegno: Benedetto XVI ha voluto che Stanislao Dziwisz, il fedele segretario di Giovanni Paolo II, diventasse successore del cardinale Macharski a Cracovia. Prenderà possesso della diocesi di Cracovia sabato e Rilko, da amico, sarà lì.
Invece siamo lietissima che Anneliese Knoop-Graf sia qui tra di noi.
Penso che si possa dire che sia una delle persone più anziane qui presenti. Ha fatto un lungo cammino dalla Germania passando dalla Svizzera per essere oggi qui con noi. La ringrazio molto, perché è qui fresca come una rosa e già freme di potervi comunicare quello che vi dirà.
Lei è la sorella di Willi Graf, uno dei sei membri della “Rosa Bianca” che sono stati condannati a morte per aver distribuito i volantini all’università di Monaco e averli spediti per tutta la Germania. Ha abitato con lui per alcuni mesi a Monaco, il fratello l’ ha voluta con sé. Lei ha ricevuto l’incarico da sua fratello, poco prima che fosse decapitato, di mantenere viva la memoria di lui, Willi e anche degli altri amici della “Rosa Bianca”.
Per me la cosa bella è che dopo sessant’anni, anche nel rapporto di amicizia che lega i curatori della mostra con lei, si prosegue una storia. Non è solo un parlare di qualcosa, ma è un rapporto che prosegue. Prima di dare la parola alla signorina Anneliese Knoop-Graf, permettetemi di dire io due parole.
I tedeschi e tutti quelli che hanno preparato e curato la mostra sono molto fieri di averla portata qui al Meeting. La mostra è molto centrata col tema di quest’anno, che è quello della libertà. A sessant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che forse è stato il momento più tragico del XX secolo, una delle ore più buie, dopo sessant’anni è proprio dalla Germania che viene un contributo che riprende quei tempi senza riprenderne il buio, senza riprenderne la morte che c’era, proponendo volti luminosi, volti fioriti dentro quelle tragiche circostanze, la positività che ha colpito chi ha fatto la mostra e che chi l’ ha fatta vuole proporre a voi tutti.
“Rosa Bianca” è un gruppo di resistenza ma non è nato “contro” qualcuno: è nato da un gruppo di persone che erano per la vita, che erano per la libertà. Sono nomi di persone che si sono incontrate a volte casualmente e tra le quali è nato un rapporto in cui si è messo in gioco ciò che è la vita. Sono quindi i rapporti tra Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf, Hans Sholl e la sorella Sophie Sholl, il professor Huber e altri. L’amicizia ha avuto fin dall’inizio un’appassionante carica umana. Chi ha già visto la mostra lo può testimoniare, un’ abbraccio della vita in tutti i suoi aspetti. Le testimonianze che ci sono giunte, di lettere, di persone che li hanno conosciuti, testimoniano questa passione per il bello, per l’arte, il gusto di andare a sciare insieme d’inverno, di fare scalate d’estate sulle montagne bavaresi, di andare a concerti e di riprendere insieme le cose ascoltate, di leggere i libri assieme, parlarne, discuterne e porsi domande esistenziali che altri a quei tempi non osavano porsi e anche di esprimere una passione per il popolo tedesco, per la sua storia, per la sua tradizione. Avevano molto a cuore proprio il popolo tedesco, pur dentro quelle circostanze drammatiche e tragiche, che per primi loro stessi condannavano e rifiutavano. Erano dunque per la vita e per la libertà. A un certo punto hanno capito che non si può essere solamente per la vita, per la libertà, per l’arte, a parole o come un’esperienza estetica, ma che bisognava veramente mettersi in gioco. Loro si sono messi in gioco, hanno cominciato a giudicare la situazione in cui vivevano, la situazione politica, a mettere a fuoco qual è veramente la chiave di volta di questa ideologia e dove e perché essa è disumana e poi anche di decidere di esprimere questo giudizio pubblicamente, ma di nascosto per salvare la vita, inviando lettere in varie città della Germania e anche distribuendo volantini in università. Hanno rischiato un giudizio. In quel tempo in cui molti forse vedevano o intuivano che era disumano il modo in cui vivevano e non avevano il coraggio di esprimersi, loro l’ hanno fatto. E così sono nati questi volantini. Ne distribuiscono cinque, di nascosto, e alla distribuzione del sesto volantino, il 18 febbraio del ’43, Sophie e Hans Sholl vengono scoperti all’Università di Monaco. Un bidello li vede e va a fare la spia. Li ha visti ed ha detto “Andate a catturarli”. Ha messo in gioco la sua libertà. Vengono catturati e condannati a morte il 22 febbraio assieme a Christoph Probst, un ragazzo di ventitre anni, già papà di tre bambini, dei quali la figlia più giovane ha un mese (Christoph Probst verrà battezzato proprio prima di essere decapitato). Più tardi verranno giustiziati anche Willi Graf, il fratello della signora Knoop-Graf, Alexander Schmorell e poi tutti gli altri. Sui muri dell’università, alcuni di questi ragazzi hanno scritto a grandi lettere di notte, di nascosto, “Freiheit”. Sul retro del capo d’accusa di Sophie Sholl, la sorella giovanissima di Hans Sholl, ventun’anni, c’era scritto più di una volta e in diversi caratteri, la parola “Freiheit”. Hans Sholl, prima di essere ghigliottinato, grida ad alta voce “è viva la libertà!”. “Freiheit”, libertà. Questo è ciò che aveva colpito chi ha fatto la mostra. Il progetto è nato del tutto casualmente. Abbiamo proposto come “libro del mese”, come si usa in CL, una raccolta di lettere e testimonianze di membri della “Rosa Bianca”, proprio per valorizzare un pezzo di storia nostra. Questa ha colpito molto chi l’ ha letta e alcuni si sono messi in gioco dicendo: ma questa cosa va approfondita, è troppo bella, colpisce troppo, è affascinante, diamogli spazio. Così hanno fatto delle ricerche, hanno cercato chi ancora è sopravvissuto, come la signora Knoop-Graf, che ancora poteva raccontare qualcosa di questi eventi. Hanno letto i testi, le lettere, le testimonianze. Ispirati dal Meeting, questi amici tedeschi si sono detti “ma perché non fare anche noi una mostra?”. Sembrava un’impresa un po’ grande, perché tutti abbiamo tantissimi impegni. Però la passione e il desiderio di comunicare questi volti e queste esperienze ha mosso le persone a mettersi assieme e a ideare questa mostra, che adesso, dopo essere stata presentata a Friburgo e a Monaco, il posto in cui Hans e Sophie Sholl sono stati catturati e dopo essere stata presentata alla Giornata Mondiale dei Giovani, la settimana scorsa a Colonia, oggi è qui.
Vorrei dare la parola alla signora Knoop-Graf, che dopo questa mia piccola introduzione può veramente renderci partecipi dello spirito di questi amici che si sono dati il nome di “Rosa Bianca” e che hanno vissuto in quelle circostanze così tremende, offrendo una testimonianza di vita, d’amicizia, di libertà.

Anneliese Knoop-Graf: Carissimi, questa mostra è stata organizzata per ricordare i membri del gruppo “Rosa Bianca”. E’ dedicata a loro, che si sono opposti al sistema terroristico del nazional-socialismo in Germania e che per questo stesso regime sono dovuti morire. La loro resistenza oggi significa quindi eredità, memoria ed impegno.
Questa eredità ci impegna ovviamente ad un costante ricordo, perché va detto che dimenticare comporta sventura e disgrazia, mentre ricordo e memoria significano redenzione. Significa che oggi noi dobbiamo comprendere e capire bene il nostro presente, soprattutto se il passato continua a vivere nel nostro presente, se pur con dolore, con sofferenza e con vergogna.
Il motto di questa mostra rappresenta il contenuto dell’esposizione stessa e deve servire al visitatore proprio da guida. Il 12 gennaio 1942 Hans Sholl scrive a un suo amico, a proposito della cerchia che lui aveva fondato: “se tu potessi vedere la gioia su questi volti, se tu riuscissi a vedere tutta l’energia, tutta la forza che viene utilizzata e che ritorna tutta intera all’interno della propria anima!”
Come sorella di Willi Graf, sono una delle poche sopravvissute ad aver conosciuto di persona questa cerchia di persone ed io cerco ovviamente di dare il mio contributo nonostante la notevole distanza temporale.
Per me non è facile colmare questa distanza, fare questo passo indietro nel tempo, perché il tempo con la sua energia che cambia e modifica gli eventi riguarda anche me, quindi non è escluso che la memoria degli eventi d’allora faccia qualche scherzo e li modifichi in qualche modo.
Ci ricordiamo bene che la “Rosa Bianca” era una cerchia libera, di persone che condividevano gli stessi ideali, però senza una struttura organizzativa chiara e senza una adesione ben strutturata e anche senza delle istruzioni ben programmatiche, fisse. Un gruppo di amici, se vogliamo, la cui dinamica aveva portato anche contatti con l’esterno.
Dopo tutto queste giovani persone erano isolate all’interno del proprio popolo, con poca esperienza nel campo di agitazione politiche ma sapevano molto di libri e di studi. Sicuramente non conoscevano le strategie della cospirazione. Cosa avrebbero mai potuto fare questi giovani se non una ribellione umana contro la disumanità?
Nel semestre invernale dell’anno 1942-1943 accolsi volentieri l’invito di mio fratello di trasferirmi da lui a Monaco per studiare e abitare con lui.
Il 12 novembre 1943 scrive così nel suo diario: “Annelise vuole finalmente venire da me a Monaco e questo apre nuove prospettive. Sarà importante, tra l’altro, che Annelise riesca ad incontrare nuove presone. Anche di questo sono emozionato. Vediamo che cosa ne uscirà.”
Quindi mi introdusse nella cerchia di amici della “Rosa Bianca” e questo in un momento in cui questo gruppo aveva già iniziato le azioni di volantinaggio. Nessuna delle persone del gruppo era un temerario, non erano persone che si buttavano, tanto meno dei fanatici, degli esaltati o dei sognatori. L’aspirazione al martirio era lungi da loro, non ci pensavano affatto, anche l’eroismo non interessava a loro. E non erano nemmeno degli entusiasti che avessero perso il contatto con la realtà. Erano invece persone molto dotate, persone molto aperte al mondo, che amavano la vita e che riuscivano a portare avanti delle discussioni anche critiche all’interno del loro ambiente e soprattutto fra loro stessi.
Questo vale allo stesso modo per la cerchia del “Grauen Orden”, quella dell’ “Ordine grigio”, di cui mio fratello aveva fatto parte negli anni Trenta. All’epoca, gli incontri di questo gruppo erano stati per Willi e i suoi amici l’unica sorta di energia, di forza dall’esterno che aveva agito sulla loro personalità. Decisiva era stata poi la necessità, da tutti fortemente sentita, di realizzarsi e di farsi valere come individui, anziché farsi assorbire dalla massa ed è chiaro che, all’epoca, concretamente, la “massa” significava l’onnipresente gioventù hitleriana.
Quando all’interno della “Compagnia studentesca” universitaria di Monaco, Willi Graf prese contatto con Hans Sholl, subito i due si sono capiti benissimo, si sono intesi alla perfezione. Quando Hans Sholl lo conobbe ancor meglio, comprese subito che Willi era uno di loro. Questo scrisse Inge Sholl successivamente.
Quanto importanti, quanto liberanti debbono essere stati questi incontri, queste discussioni dopo mesi durante i quali Willi non aveva potuto parlare a nessuno all’interno di questa cerchia. Questo è dimostrato dagli appunti del diario e dalle lettere che risalgono all’epoca. Lì si era esaudito uno dei desideri di Willi, perché in una lettera del giugno del 1941, che lui mi aveva scritto, diceva: “questo è veramente l’essenziale, che può dare a tutte le nostre azioni senso e valore, perché queste della cerchia sono persone con le quali si può convivere bene, perché condividiamo un ideale e una visione”.
Se si dà un’occhiata a tutte le lettere che sono rimaste, ai disegni all’interno dei diari e si va ad approfondire questa documentazione della cerchia, si ha subito l’impressione che questi giovani abbiano trascorso la prima parte della loro vita dedicandola alla formazione, all’istruzione, alla gioia e all’amicizia.

Anche i loro percorsi di vita, come si può vedere dalla mostra stessa, erano stati molto simili, nel senso che tutti provenivano da famiglie borghesi, da nuclei familiari molto religiosi e, fin dalla loro infanzia, erano persone abituate a pensare, a provare delle emozioni, erano persone compassionevoli, quindi abituate a riconoscersi e considerarsi in questo modo.
Oltre a ciò erano tutti accomunati da una preparazione molto simile e condividevano più o meno gli stessi interessi. Tutti i documenti, tutti i reperti testimoniano di una grande cultura e di una sensibilità artistica ben superiore alla media.
Nella loro essenza invece erano diversi: coinvolgenti, timidi, coraggiosi, audaci, avveduti o pieni di fantasia che rimuginavano tra di sé. Ognuno aveva questi ingredienti a suo modo. Inoltre condividevano l’amore per la musica, per la poesia e per la lingua. Erano tutti anche molto interessati alla storia, alla teologia e alla filosofia. Comunque si distanziavano dal fatto di riconoscere il “padre-Stato” come maestro e avevano un rapporto critico con la Madre Chiesa. Erano elitisti, mai arroganti. Decisi e risoluti e sicuri di sé, ma al contempo anche umili. Fin da subito quindi non sono stati sorpresi dalle conseguenze che avrebbe avuto ciò che loro stavano per fare.
Va detto quindi che l’immagine che viene data da molte pubblicazioni, come un gruppo assolutamente omogeneo, non corrisponde a realtà. Voglio sottolineare con gratitudine e riconoscenza che in questa mostra ogni singola personalità viene caratterizzata con le sue particolarità e non avviene in questo modo una generalizzazione, una omologazione che non corrisponde al vero. A prescindere quindi da un accordo, da un’armonia sulle questioni fondamentali, soprattutto nel rifiuto senza compromessi nei confronti del regime, è chiaro che all’interno di questa cerchia c’erano delle nature umane assolutamente autonome, indipendenti. Individuale era quindi anche il loro modo di vivere, il loro approccio spirituale, le loro premesse famigliari. Individuale era il profilo umano che ha portato ognuno a strade diverse, a sistemi di valore, a pensieri diversi, come pure l’orientamento politico e il loro percorso verso la fede.
Durante le frequenti ed approfondite discussioni portate avanti insieme, si giunse alla decisione di non stare più a guardare senza fare niente, di non essere contrari solo in teoria, bensì di trarne le conseguenze e di fare qualcosa di concreto.
I loro colloqui si incentrarono sempre di più sulla questione di quale fosse la forma più efficace della resistenza e sempre di più prese piede il piano che prevedeva di creare una serie di resistenze locali: persone che condividevano quell’ideale, che andavano a lavorare per questo obiettivo nelle varie città e nelle varie università, le quali andavano ovviamente formate e fatte partecipare a questa azione.
Aldilà degli impulsi diversi, individuali, si delineano dei motivi trasversali che strutturavano la loro azione comune. Fin dall’inizio era chiaro a tutti che la guerra non sarebbe stata vinta ed era anzi già perduta. Quali sforzi spirituali ed etici sarà costato a queste persone, provenienti da famiglie che pensavano ancora in termini nazionali, per amore della patria, dover portare avanti la sconfitta della Germania!
A tutti era comune una profonda convinzione cristiana, che per loro era consolazione indispensabile per l’azione, ma non per un’attesa inoperosa. Questo atteggiamento risoluto non va separato dalla decisione dell’opposizione politica. La fede cristiana era per loro una sfida, ma al contempo un aiuto e una promessa nel senso più alto della parola.
Fra il novembre del 1942 e il febbraio 1943 ho partecipato assieme a mio fratello ad alcune delle riunioni e delle letture della “Rosa Bianca”. Durante questi incontri avevo notato il rigore morale ma anche l’inconsueta vivacità intellettuale e la tensione con la quale Hans Sholl particolarmente discuteva e argomentava. In virtù della sua posizione e della sua forza di convincimento, svolgeva il ruolo principale e coinvolgente in questo gruppo. Era colui che pianificava, mentre noi altri, anche Sophie e mio fratello, piuttosto assennato, piuttosto timido, rimanevamo un po’ più sullo sfondo, come ascoltatori silenziosi o partner riflessivi.
Andavamo insieme a concerti, andavamo fuori a mangiare insieme, ci incontravamo per delle discussioni o per un tè che Sophie preparava con un samovar. Seguivamo insieme le lezioni del professor Huber, ci incontravamo anche per delle serate di lettura nell’ atelier “Eickmeier”. Non sempre discutevamo solo e unicamente di cose serie.
I temi dei quali ci occupavamo erano in genere di natura letteraria, temi che mio fratello ha descritto in modo appropriato nel suo diario con le seguenti parole: “Parliamo di libri e persone”. La lettura era un aiuto, direi un aiuto alla sopravvivenza.
In mia presenza, in questa cerchia, non si parlava mai del “piano” o della “costruzione”. Nel suo diario mio fratello usava questi due termini, nomi in codice, come perifrasi per descrivere le attività di resistenza. Ma io capivo sempre più chiaramente che questa cerchia viveva una vita scissa, separata, divisa tra il terrorismo di stato e l’ebbrezza collettiva da un lato e la vita politicamente vigile, permanentemente in pericolo all’interno di questa cerchia d’amici.
Quando poi il 18 febbraio 1943 vennero distribuiti i volantini presso l’università di Monaco, mi ricordai dei discorsi e anche delle considerazioni espresse in modo non velato, relative alla necessità di una protesta chiara e visibile contro il regime. Sebbene non sapessi nulla di concreto, intuì chi fosse l’autore di questi volantini.
Dopo che avevano catturato Hans e Sophie, anche Willi ed io fummo arrestati nell’appartamento in cui vivevamo insieme. Accompagnati da due funzionari della Gestapo, in fondo a un’auto della polizia, ci tenevamo per mano silenziosi.
Poco prima della sua morte, Willi ha dettato al parroco del carcere delle parole rivolte a me. Letteralmente diceva: “Tu sei destinata a tener viva la mia memoria e la mia volontà. Dì a tutti i miei amici che questo è il mio ultimo saluto, anche loro devono portare avanti ciò che abbiamo iniziato”.
Questo sentimento, già negli anni Trenta, aveva una rilevanza politica. La parola leale dell’amico si contrapponeva alla menzogna pubblica generale. La reciproca fiducia si contrapponeva alla sfiducia generalizzata. La libera decisione di operare l’uno per l’altro come valore si contrapponeva al cameratismo che veniva imposto dall’alto.
All’inizio questi amici non miravano a un’opposizione aperta contro il regime, ma in virtù della loro indole erano degli oppositori e si differenziavano dalla generale omologazione dell’apparato di Stato. Decisiva fu la domanda “Cosa dobbiamo fare?”. Ebbe inizio così un’evoluzione, un percorso da uomini prima apolitici, attraverso uomini inconsciamente politici, fino alla fine diventare persone che agivano coscientemente in termini politici.
Bene, ora ci chiediamo: cosa ci attira tanto oggi quando ci occupiamo della Resistenza? Non è forse anche l’integrità di queste persone che agivano e che in quella fusione tra volere e agire davano espressione alla verità?
Va detto che il coraggio della Resistenza non è innato. La Resistenza si sviluppa praticandola. Questo è un processo in cui emergono più chiaramente le peculiarità degli individui, molto più chiaramente che non in situazioni normali.
Ma i posteri possono capire cosa significava in quel periodo dire di no, tra tutta quella moltitudine di gente che diceva solo sì?
Chi vive in una democrazia, come noi oggi, in cui tutte le opinioni sono consentite, ha difficoltà a capire cosa significava opporsi allo strapotere di un apparato dominante. Un apparato tanto dominante, tanto potente, tanto prepotente da indurre molti a tacere per apatia o in base ad una presunta ragione oppure a causa di quella forma di ragionevolezza rassegnata che offre sempre i migliori argomenti per il non agire, il non parlare, il non reagire.
Eppure la storia della “Rosa Bianca” non è un epos eroico. Allo stesso modo questa mostra non va vista semplicemente all’interno di una tutela dei monumenti. Non dobbiamo avere l’impressione che si tratti di modelli irraggiungibili. Questo sarebbe un cliché, tenendo conto dell’atteggiamento interiore di queste persone. Loro stesse non avrebbero gradito il pathos dell’ammirazione, non avrebbero gradito essere considerate alla stregua di eroi.
Con tutte le loro imperfezioni indiscutibili, con tutte le loro valutazioni errate, con tute le loro omissioni o l’impulsività impaziente, addirittura anche con il loro fallimento, questi esponenti della Resistenza assumono un profilo a-temporale. Proprio in virtù di ciò che abbiamo detto, questi amici della “Rosa Bianca” appaiono come persone con tutti i loro pregi e le loro debolezze. Non si irrigidiscono in figure storiche o eroiche. Diventano più vicine a noi, concrete, più umane. Quello che deve rimanere è il ricordo e la memoria viva.
E’ proprio questo che la mostra vuole: essere all’altezza di questo compito, del mantenere viva la memoria e sono i volti di un’amicizia che potrete apprezzare anche voi. Io mi auguro, e auguro anche a voi, che la forza che ne emana rifluisca per intero nel vostro animo. Io vorrei che queste persone vi rimanessero vicine come conoscenti, come parenti, come amici.

Moderatore: Ringrazio la signora Knoop-Graf, che aveva all’inizio un po’ un timore. Prima mi diceva che a lei piace parlare alla gente, ma che se c’è la traduzione tutto è appesantito, perché il dialogo non può essere diretto.
Ci avete testimoniato che invece lei è riuscita a parlare anche a voi e ai vostri cuori e che la lingua non è stato un ostacolo.
Prima di finire aggiungo due cose, la prima è di carattere più tecnico.
Il materiale raccolto da chi ha curato la mostra è molto e per l’edizione italiana i testi dei pannelli sono stati ridotti, per renderli più leggibili e accessibili. Nel catalogo invece sono contenuti tutti i testi raccolti e le testimonianze bellissime della “Rosa Bianca” Il catalogo è uno strumento preziosissimo.
In secondo luogo, sottolineo che se la signora Knoop-Graf ha finito con l’augurio che i membri della “Rosa Bianca” possano rimanere in noi come persone che stimiamo, che conosciamo, anzi come amici. Io posso confermarle la mostra in Germania e alla Giornata Mondiale dei Giovani è stata recepita così. Molte persone sono rimaste molto commosse, perché le testimonianze dei membri della “Rosa Bianca” toccano il cuore. Uno sente che è vero, che dall’esperienza di allora ci separa il tempo non il cuore. Il cuore è lo stesso. La verità è affascinante oggi come allora.
Se leggerete quella citazione terribile di Hitler, in cui spiega come lui voleva che venissero educate le persone, secondo un ideale di uomo in cui ogni bisogno sarebbe stato soddisfatto eccetto quello della libertà, capirete che questo è un modo di guardare l’uomo che c’è ancora oggi, che c’è sempre nelle ideologie. Permettetemi di finire con una citazione di Rovan, che è un lontano parente di Christoph Probst, in un’occasione in cui anche lui raccontava dei membri della “Rosa Bianca”: “La testimonianza di questi ragazzi non deve impedirci di essere lieti né di pensare con gioia a coloro che hanno sacrificato la loro vita. Molti di essi l’hanno fatto, come Chris, i fratelli Sholl, Willi Graf e così via. Hanno dato la vita. Non si va mai incontro alla morte con gioia, ma si può andare incontro alla morte con la percezione di aver compiuto ciò a cui si è chiamati. Posso solo augurare a ognuno di voi, quando la sera penserete alla giornata trascorsa, di avere la percezione di aver fatto ciò a cui siete stati chiamati”.

La notte del male non è invincibile . Più forte è la luce di Cristo


Cristo oppone "un fiume di luce" al "fiume sporco del male" che avvelena la storia umana. Lo ha ricordato Benedetto XVI all'udienza generale di mercoledì 3 dicembre, nell'Aula Paolo vi. Il Papa ha dedicato la catechesi alla dottrina sul peccato originale in san Paolo.
La fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c'è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l'essere non è un misto di bene e male; l'essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere

Cari fratelli e sorelle,

nell'odierna catechesi ci soffermeremo sulle relazioni tra Adamo e Cristo, delineate da san Paolo nella nota pagina della Lettera ai Romani (5,12-21), nella quale egli consegna alla Chiesa le linee essenziali della dottrina sul peccato originale.
In verità, già nella prima Lettera ai Corinzi, trattando della fede nella risurrezione, Paolo aveva introdotto il confronto tra il progenitore e Cristo: “Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita... Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita” (1 Cor 15,22.45). Con Rm 5,12-21 il confronto tra Cristo e Adamo si fa più articolato e illuminante: Paolo ripercorre la storia della salvezza da Adamo alla Legge e da questa a Cristo.

Al centro della scena non si trova tanto Adamo con le conseguenze del peccato sull'umanità, quanto Gesù Cristo e la grazia che, mediante Lui, è stata riversata in abbondanza sull'umanità. La ripetizione del “molto più” riguardante Cristo sottolinea come il dono ricevuto in Lui sorpassi, di gran lunga, il peccato di Adamo e le conseguenze prodotte sull'umanità, così che Paolo può giungere alla conclusione: “Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).
Pertanto, il confronto che Paolo traccia tra Adamo e Cristo mette in luce l’inferiorità del primo uomo rispetto alla prevalenza del secondo.

D’altro canto, è proprio per mettere in evidenza l'incommensurabile dono della grazia, in Cristo, che Paolo accenna al peccato di Adamo: si direbbe che se non fosse stato per dimostrare la centralità della grazia, egli non si sarebbe attardato a trattare del peccato che “a causa di un solo uomo è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte” (Rm 5,12). Per questo se, nella fede della Chiesa, è maturata la consapevolezza del dogma del peccato originale è perché esso è connesso inscindibilmente con l’altro dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo. La conseguenza di ciò è che non dovremmo mai trattare del peccato di Adamo e dell’umanità in modo distaccato dal contesto salvifico, senza comprenderli cioè nell’orizzonte della giustificazione in Cristo.

Ma come uomini di oggi dobbiamo domandarci: che cosa è questo peccato originale? Che cosa insegna san Paolo, che cosa insegna la Chiesa? È ancora oggi sostenibile questa dottrina?
Molti pensano che, alla luce della storia dell'evoluzione, non ci sarebbe più posto per la dottrina di un primo peccato, che poi si diffonderebbe in tutta la storia dell'umanità. E, di conseguenza, anche la questione della Redenzione e del Redentore perderebbe il suo fondamento. Dunque, esiste il peccato originale o no? Per poter rispondere dobbiamo distinguere due aspetti della dottrina sul peccato originale. Esiste un aspetto empirico, cioè una realtà concreta, visibile, direi tangibile per tutti. E un aspetto misterico, riguardante il fondamento ontologico di questo fatto. Il dato empirico è che esiste una contraddizione nel nostro essere. Da una parte ogni uomo sa che deve fare il bene e intimamente lo vuole anche fare. Ma, nello stesso tempo, sente anche l'altro impulso di fare il contrario, di seguire la strada dell'egoismo, della violenza, di fare solo quanto gli piace anche sapendo di agire così contro il bene, contro Dio e contro il prossimo. San Paolo nella sua Lettera ai Romani ha espresso questa contraddizione nel nostro essere così: «C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (7, 18-19). Questa contraddizione interiore del nostro essere non è una teoria. Ognuno di noi la prova ogni giorno. E soprattutto vediamo sempre intorno a noi la prevalenza di questa seconda volontà. Basta pensare alle notizie quotidiane su ingiustizie, violenza, menzogna, lussuria. Ogni giorno lo vediamo: è un fatto.

Come conseguenza di questo potere del male nelle nostre anime, si è sviluppato nella storia un fiume sporco, che avvelena la geografia della storia umana.
Il grande pensatore francese Blaise Pascal ha parlato di una «seconda natura», che si sovrappone alla nostra natura originaria, buona.

Questa “seconda natura” fa apparire il male come normale per l'uomo. Così anche l'espressione solita: «questo è umano» ha un duplice significato. «Questo è umano» può voler dire: quest'uomo è buono, realmente agisce come dovrebbe agire un uomo. Ma «questo è umano» può anche voler dire la falsità: il male è normale, è umano. Il male sembra essere divenuto una seconda natura.

Questa contraddizione dell'essere umano, della nostra storia deve provocare, e provoca anche oggi, il desiderio di redenzione. E, in realtà, il desiderio che il mondo sia cambiato e la promessa che sarà creato un mondo di giustizia, di pace, di bene, è presente dappertutto: in politica, ad esempio, tutti parlano di questa necessità di cambiare il mondo, di creare un mondo più giusto. E proprio questo è espressione del desiderio che ci sia una liberazione dalla contraddizione che sperimentiamo in noi stessi.

Quindi il fatto del potere del male nel cuore umano e nella storia umana è innegabile. La questione è: come si spiega questo male? Nella storia del pensiero, prescindendo dalla fede cristiana, esiste un modello principale di spiegazione, con diverse variazioni. Questo modello dice: l'essere stesso è contraddittorio, porta in sè sia il bene sia il male. Nell'antichità questa idea implicava l'opinione che esistessero due principi ugualmente originari: un principio buono e un principio cattivo. Tale dualismo sarebbe insuperabile; i due principi stanno sullo stesso livello, perciò ci sarà sempre, fin dall'origine dell'essere, questa contraddizione. La contraddizione del nostro essere, quindi, rifletterebbe solo la contrarietà dei due principi divini, per così dire. Nella versione evoluzionistica, atea, del mondo ritorna in modo nuovo la stessa visione. Anche se, in tale concezione, la visione dell'essere è monistica, si suppone che l'essere come tale dall'inizio porti in se il male e il bene. L'essere stesso non è semplicemente buono, ma aperto al bene e al male. Il male è ugualmente originario come il bene. E la storia umana svilupperebbe soltanto il modello già presente in tutta l'evoluzione precedente. Ciò che i cristiani chiamano peccato originale sarebbe in realtà solo il carattere misto dell'essere, una mescolanza di bene e di male che, secondo questa teoria, apparterrebbe alla stessa stoffa dell'essere. È una visione in fondo disperata: se è così, il male è invincibile. Alla fine conta solo il proprio interesse. E ogni progresso sarebbe necessariamente da pagare con un fiume di male e chi volesse servire al progresso dovrebbe accettare di pagare questo prezzo. La politica, in fondo, è impostata proprio su queste premesse: e ne vediamo gli effetti. Questo pensiero moderno può, alla fine, solo creare tristezza e cinismo.E così domandiamo di nuovo: che cosa dice la fede, testimoniata da san Paolo? Come primo punto, essa conferma il fatto della competizione tra le due nature, il fatto di questo male la cui ombra pesa su tutta la creazione. Abbiamo sentito il capitolo 7 della Lettera ai Romani, potremmo aggiungere il capitolo 8. Il male esiste, semplicemente. Come spiegazione, in contrasto con i dualismi e i monismi che abbiamo brevemente considerato e trovato desolanti, la fede ci dice: esistono due misteri di luce e un mistero di notte, che è però avvolto dai misteri di luce.

Il primo mistero di luce è questo: la fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c'è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l'essere non è un misto di bene e male; l'essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere.

Questo è il lieto annuncio della fede: c'è solo una fonte buona, il Creatore. E perciò vivere è un bene, è buona cosa essere un uomo, una donna, è buona la vita. Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell'essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata.

Come è stato possibile, come è successo? Questo rimane oscuro. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso. Lo si è presentato in grandi immagini, come fa il capitolo 3 della Genesi, con quella visione dei due alberi, del serpente, dell'uomo peccatore. Una grande immagine che ci fa indovinare, ma non può spiegare quanto è in se stesso illogico. Possiamo indovinare, non spiegare; neppure possiamo raccontarlo come un fatto accanto all'altro, perché è una realtà più profonda. Rimane un mistero di buio, di notte. Ma si aggiunge subito un mistero di luce. Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l'uomo, è sanabile. Le visioni dualiste, anche il monismo dell'evoluzionismo, non possono dire che l'uomo sia sanabile; ma se il male viene solo da una fonte subordinata, rimane vero che l'uomo è sanabile. E il Libro della Sapienza dice: “Hai creato sanabili le nazioni” (1, 14 volg).

E finalmente, ultimo punto, l’uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte.
Fratelli e sorelle, è tempo di Avvento. Nel linguaggio della Chiesa la parola Avvento ha due significati: presenza e attesa. Presenza: la luce è presente, Cristo è il nuovo Adamo, è con noi e in mezzo a noi. Già splende la luce e dobbiamo aprire gli occhi del cuore per vedere la luce e per introdurci nel fiume della luce. Soprattutto essere grati del fatto che Dio stesso è entrato nella storia come nuova fonte di bene. Ma Avvento dice anche attesa. La notte oscura del male è ancora forte. E perciò preghiamo nell'Avvento con l'antico popolo di Dio: «Rorate caeli desuper». E preghiamo con insistenza: vieni Gesù; vieni, dà forza alla luce e al bene; vieni dove domina la menzogna, l'ignoranza di Dio, la violenza, l'ingiustizia; vieni, Signore Gesù, dà forza al bene nel mondo e aiutaci a essere portatori della tua luce, operatori della pace, testimoni della verità. Vieni Signore Gesù!

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 2 dicembre 2008

La via regale della conoscenza

di Antonio Mennini

Consentitemi, in quest'occasione, di accennare brevemente ad alcune linee-guida presenti nel pensiero di Benedetto XVI, che mi sembrano ben esemplificate nel suo recente discorso a Parigi, al Collège des Bernardins, in una continuità culturalmente e pedagogicamente sorprendente con i discorsi di Ratisbona (la ragione come punto di incontro per tutti gli uomini) e all'università La Sapienza di Roma (la fede come compimento della ragione, così che il Papa ha potuto presentarsi come custode della verità, presentando nello stesso tempo la verità non come un discorso astratto o teorico, ma come un'esperienza verificata nei secoli); rispetto a questi due primi passi, su ragione/fede/esperienza, a Parigi l'esperienza della fede è stata poi esemplificata in maniera paradigmatica con la vicenda del monachesimo.
A questo proposito, vorrei anzitutto accennare al fatto che questo insistere sullo spessore concreto della verità come esperienza integrale (non si dimentichi che in russo la verginità, caratteristica del monachesimo, è chiamata appunto "sapienza integrale"), è molto vicino alla sensibilità orientale.
In Vladimir Solov'ëv, ad esempio la conoscenza per fede viene presentata come via regale della conoscenza, dove l'espressione "via regale" richiama esplicitamente la vita monastica e la sua caratteristica principale, che è quella di portare l'uomo ad abbandonare la dissipazione per unirsi a Dio solo, "così che l'uomo che vuole conoscere la realtà in tutte le sue sfaccettature ma senza dissipazioni, vizi, eccessi, fantasie o vani pensieri deve seguire non la via privata, tortuosa e pericolosa delle proprie opinioni, ma quella già tracciata, che porta direttamente al Signore della realtà e che nella sua signoria ritrova tutto".
A partire dalla formula Quaerere Deum, sintetica dell'esperienza monastica sia in Occidente, come l'ha descritta il Papa al Collège des Bernardins, sia nell'Oriente cristiano, Benedetto XVI riprende sovente il tema della creazione artistica e della bellezza in termini di rapporto tra "fatto cieco" e "fatto che, esso stesso, è Lògos" ("La novità dell'annuncio cristiano non consiste in un pensiero ma in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, bensì un fatto che, esso stesso, è Lògos - presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum caro factum est [Giovanni, 1, 14]: proprio così nel fatto ora c'è il Lògos, il Lògos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole"). Direi che quest'ultimo aspetto è oggi di fondamentale importanza, se si pensa all'insensatezza e alla disperazione dominanti nella cultura postmoderna che, in un'epoca di globalizzazione qual è la nostra, caratterizza sia l'Europa e l'Occidente sia, ormai, in larga parte anche la Russia. Alla luce di questo si comprende bene perché Benedetto XVI abbia voluto dedicare le sue due prime encicliche all'Amore di Dio e alla Speranza, rimettendo l'uomo davanti alla domanda che Cristo rivolse ai primi due discepoli: "Che cosa cercate?" (Giovanni, 1, 38) - una domanda che traduce l'immensità del desiderio umano.
La speranza che Benedetto XVI propone ai suoi ascoltatori, e oggi ai suoi lettori, la speranza cristiana, non è altro che la speranza del desiderio umano preso sul serio nella sua radice profonda, nel suo potente dinamismo che urge l'infinito. L'appello di Benedetto XVI ad "allargare la ragione", ad "allargare il desiderio", costituisce una sfida a verificare se la proposta del Cristo, vivo e presente nella sua Chiesa, risponde alla sete eterna dell'uomo - per dirla come Cesare Pavese "ciò che l'uomo cerca nei piaceri è un infinito e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità".
Ed è solo la nostra libertà, la libertà della singola persona, misurandosi in un dialogo serrato e franco con la persona di Cristo, che può trovare la risposta vera. Da cui dipende la nostra felicità. E forse il futuro stesso del mondo.

(©L'Osservatore Romano - 3 dicembre 2008)

La Colletta alimentare «batte» la crisi


Comunicato stampa
“La carità non è in crisi”
GIORNATA NAZIONALE DELLA COLLETTA ALIMENTARE:
RACCOLTE 8.970 TONNELLATE DI GENERI ALIMENTARI,
MIGLIORATO IL RISULTATO DEL 2007.
CONTINUA AD AIUTARE LA RETE BANCO ALIMENTARE
CON UN SMS AL 48589

Milano, 1 dicembre 2008
Durante la XII edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, svoltasi il 29 novembre negli oltre 7.500 supermercati e ipermercati, sono state donate 8.970 tonnellate di prodotti alimentari, per un valore economico stimato di oltre 27.000.000 di euro.
Monsignor Mauro Inzoli, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus ha dichiarato:“Nei supermercati dove sabato si è svolta la Colletta Alimentare la vera protagonista è stata la carità. La risposta del popolo è stata più grande della paura e della crisi. I numeri, in crescita anche in questa edizione, sono un segno di speranza: il cuore degli italiani e la gratuita capacità di condividere il bisogno degli altri hanno compiuto un vero e proprio miracolo. In un momento in cui si parla di calo dei consumi, la Colletta Alimentare è andata in controtendenza. Un grazie va agli oltre 100.000 mila volontari, tra cui molti giovani e pensionati, che hanno reso possibile la Colletta e al commovente apporto di oltre 5 milioni di persone, che nonostante il momento di difficoltà hanno comunque voluto donare parte della propria spesa”
Si ringraziano inoltre:
la Compagnia delle Opere – Impresa Sociale, l’Associazione Nazionale Alpini, la Società San Vincenzo de Paoli e Comunione e Liberazione per il cospicuo contributo di volontari offerto durante la “Colletta Alimentare”,le catene dei supermercati per la loro disponibilità nell’ospitare i volontari e per le molte promozioni legate ai prodotti di cui era consigliato l’acquisto, la Presidenza della Repubblica, il coordinamento Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2008, il Segretariato Sociale RAI per la sensibilizzazione,i sostenitori nazionali: Intesa Sanpaolo, BancaProssima, Fastweb,Aurora Assicurazioni, Comieco, Enel Cuore Onlus e Gruppo FNM.
Chi desidera continuare ad aiutare la rete Banco Alimentare può telefonare allo 02.89.658.450 o visitare il
sito www.bancoalimentare.it.
Ufficio Stampa: Francesco Lovati 334.64.08.185 ufficiostampa@bancoalimentare.it


Avvenire 3 dicembre 2008 - Giorgio Paolucci
MILANO. C’era di mezzo la crisi economica che morde e faceva presagire una raccolta inferiore rispetto al passato. E ci si è messo di mezzo anche il maltempo, che ha imperversato in molte città, rendendo tutto più difficile. Eppure la Giornata nazionale della Colletta alimentare ha fatto registrare un risultato migliore rispetto all’anno scorso. In 7500 supermercati i volontari hanno raccolto 8970 tonnellate di prodotti alimentari, offerti da oltre 5 milioni di persone, per un valore economico complessivo stimato in oltre 27mila euro. «La vera protagonista è stata la carità, la carità del popolo – dice monsignor Mauro Inzoli, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus –. La risposta della gente è stata più grande della paura e della crisi. I numeri, in crescita anche in questa edizione, sono un segno di speranza: il cuore degli italiani e la gratuita capacità di condividere il bisogno degli altri hanno compiuto un miracolo. In un momento in cui si parla di calo dei consumi, la Colletta alimentare è andata in controtendenza».
Molti gli episodi che testimoniano la dimensione popolare di un’iniziativa elementare come quella di «fare la spesa» per chi è in difficoltà, donando un pacco di pasta o una bottiglia di olio. Offerte piccole, ma anche di proporzioni ragguardevoli, come quella del pensionato che a Milano ha lasciato ai volontari un carrello colmo di prodotti. Ad Adria una donna ha consegnato un carrello pieno di alimenti, raccontando di conoscere bene cos’è la povertà, dopo una vita difficile con un marito e sette figli.
«Ora la nostra condizione è dignitosa e ho capito cosa conta davvero nella vita, per questo la Colletta non mi può lasciare indifferente». Alla raccolta hanno partecipato centomila volontari di ogni età e condizione sociale, tra cui molti giovani. A Ponte Lambro, periferia milanese, alcuni ragazzi marocchini ed egiziani hanno raccolto i sacchetti all’uscita dal supermercato insieme ai loro compagni di scuola italiani. «L’anno scorso l’aveva fatto mia madre con alcune sue amiche italiane – racconta Khaled –, stavolta ho voluto esserci anch’io». Per continuare ad aiutare la rete Banco alimentare, si possono donare un euro (da telefono cellulare) o 2 euro (da telefono fisso) inviando un sms al numero 48589, attivo fino al 15 dicembre.

La riforma dell’Università non può che avere come riscontro la sua libertà ,di insegnamento, di ricerca nei confronti dei poteri economici e politici


Alle ore 12.15 di questa mattina, nell’Aula della Benedizione, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Docenti e gli Studenti dell’Università degli Studi di Parma.

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Rettore,
illustri Professori,
cari studenti e membri del personale amministrativo e tecnico!

Sono lieto di accogliervi in questo incontro che avete voluto per commemorare le antiche radici dell’Ateneo di Parma. E sono particolarmente contento che, riferendovi proprio a quel periodo originario, abbiate scelto quale figura rappresentativa san Pier Damiani, di cui abbiamo appena celebrato il millenario della nascita e che nelle scuole parmensi fu dapprima studente e poi maestro. Saluto cordialmente il Rettore, Prof. Gino Ferretti, e lo ringrazio per le cortesi parole con cui si è fatto interprete dei sentimenti di tutti i presenti. Sono lieto di vedere insieme con voi il Vescovo di Parma, Mons. Enrico Solmi, come pure altre Autorità politiche e militari. A tutti voi, Professori, studenti e membri del personale amministrativo e tecnico rivolgo il mio sincero benvenuto.

Come sapete, l’attività universitaria è stata il mio ambito di lavoro per tanti anni, e anche dopo averla lasciata non ho mai smesso di seguirla e di sentirmi spiritualmente legato ad essa.

Molte volte ho avuto la possibilità di parlare in diversi Atenei, e ricordo bene di essere venuto anche a Parma, nel 1990, dove svolsi una riflessione sulle "vie della fede" in mezzo ai mutamenti del tempo presente (cfr Svolta per l’Europa?, Edizioni Paoline 1991, pp. 65-89). Oggi vorrei soffermarmi brevemente a considerare con voi la "lezione" che ci ha lasciato san Pier Damiani, cogliendone alcuni spunti di particolare attualità per l’ambiente universitario dei nostri giorni.

Lo scorso anno, in occasione della memoria liturgica del grande Eremita, il 20 febbraio, ho indirizzato una lettera all’Ordine dei monaci Camaldolesi, nella quale ho messo in luce come sia particolarmente valida per il nostro tempo la caratteristica centrale della sua personalità, vale a dire la felice sintesi tra la vita eremitica e l’attività ecclesiale, l’armonica tensione tra i due poli fondamentali dell’esistenza umana: la solitudine e la comunione (cfr Lettera all’Ordine dei Camaldolesi, 20 febbraio 2007). Quanti, come voi, si dedicano agli studi a livello superiore – per l’intera vita oppure nell’età giovanile – non possono non essere sensibili a questa eredità spirituale di san Pier Damiani. Le nuove generazioni sono oggi fortemente esposte a un duplice rischio, dovuto prevalentemente alla diffusione delle nuove tecnologie informatiche: da una parte, il pericolo di vedere sempre più ridursi la capacità di concentrazione e di applicazione mentale sul piano personale; dall’altra, quello di isolarsi individualmente in una realtà sempre più virtuale. Così la dimensione sociale si disperde in mille frammenti, mentre quella personale si ripiega su se stessa e tende a chiudersi a costruttive relazioni con l’altro e il diverso da sé.

L’Università, invece, per sua natura vive proprio del virtuoso equilibrio tra il momento individuale e quello comunitario, tra la ricerca e la riflessione di ciascuno e la condivisione e il confronto aperti agli altri, in un orizzonte tendenzialmente universale.

Anche la nostra epoca, come quella di Pier Damiani, è segnata da particolarismi e incertezze, per carenza di principi unificanti (cfr ibid.). Gli studi accademici dovrebbero senz’altro contribuire a qualificare il livello formativo della società, non solo sul piano della ricerca scientifica strettamente intesa, ma anche, più in generale, nell’offerta ai giovani della possibilità di maturare intellettualmente, moralmente e civilmente, confrontandosi con i grandi interrogativi che interpellano la coscienza dell’uomo contemporaneo.

La storia annovera Pier Damiani tra i grandi "riformatori" della Chiesa dopo l’anno Mille. Lo possiamo definire l’anima di quella riforma che va sotto il nome del Papa san Gregorio VII, Ildebrando di Soana, del quale Pier Damiani fu stretto collaboratore da quando, prima di essere eletto Vescovo di Roma, era Arcidiacono di questa Chiesa (cfr Lettera all’Ordine dei Camaldolesi, 20 febbraio 2007). Ma qual è il genuino concetto di riforma? Un aspetto fondamentale che possiamo ricavare dagli scritti e più ancora dalla testimonianza personale di Pier Damiani è che ogni autentica riforma dev’essere anzitutto spirituale e morale, deve cioè partire dalle coscienze. Spesso oggi, anche in Italia, si parla di riforma universitaria. Penso che, fatte le debite proporzioni, rimanga sempre valido questo insegnamento: le modifiche strutturali e tecniche sono effettivamente efficaci se accompagnate da un serio esame di coscienza da parte dei responsabili a tutti i livelli, ma più in generale di ciascun docente, di ogni studente, di ogni impiegato tecnico e amministrativo. Sappiamo che Pier Damiani era molto rigoroso con se stesso e con i suoi monaci, molto esigente nella disciplina.

Se si vuole che un ambiente umano migliori in qualità ed efficienza, occorre prima di tutto che ciascuno cominci col riformare se stesso, correggendo ciò che può nuocere al bene comune o in qualche modo ostacolarlo.

Collegato al concetto di riforma, vorrei porre in risalto anche quello di libertà. In effetti, il fine dell’opera riformatrice di san Pier Damiani e degli altri suoi contemporanei era far sì che la Chiesa diventasse più libera, prima di tutto sul piano spirituale, ma poi anche su quello storico.

Analogamente, la validità di una riforma dell’Università non può che avere come riscontro la sua libertà: libertà di insegnamento, libertà di ricerca, libertà dell’istituzione accademica nei confronti dei poteri economici e politici. Questo non significa isolamento dell’Università dalla società, né autoreferenzialità, né tanto meno perseguimento di interessi privati approfittando di risorse pubbliche. Non è di certo questa la libertà cristiana!

Veramente libera, secondo il Vangelo e la tradizione della Chiesa, è quella persona, quella comunità o quella istituzione che risponde pienamente alla propria natura e al proprio fine, e la vocazione dell’Università è la formazione scientifica e culturale delle persone per lo sviluppo dell’intera comunità sociale e civile.Cari amici, vi ringrazio perché con la vostra visita, oltre che il piacere di incontrarvi, mi avete dato l’opportunità di riflettere sull’attualità di san Pier Damiani, al termine delle celebrazioni millenarie in suo onore. Auguro ogni bene per l’attività scientifica e didattica del vostro Ateneo, e prego perché esso, malgrado le dimensioni ormai notevoli, tenda sempre a costituire una universitas studiorum, in cui ognuno possa riconoscersi ed esprimersi come persona, partecipando alla ricerca "sinfonica" della verità. A questo scopo incoraggio le iniziative di pastorale universitaria in atto, che risultano essere un prezioso servizio alla formazione umana e spirituale dei giovani. E in tale contesto auspico anche che la storica chiesa di san Francesco al Prato possa essere presto riaperta al culto, a beneficio dell’Università e della Città intera. Per tutto questo intercedano san Pier Damiani e la Beata Vergine Maria, e vi accompagni anche la mia Benedizione, che imparto volentieri a voi, a tutti i colleghi ed ai vostri cari.

lunedì 1 dicembre 2008

COLLETTA/ Un grande risultato che mostra quanto può fare il “contagio della carità”

di Gianluigi Da Rold lunedì 1 dicembre 2008

I numeri sono ancora positivi e su quelli ci soffermeremo per qualche considerazione. Ma l’impatto e l’importanza della dodicesima Colletta alimentare rivelano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, l’intuizione di don Luigi Giussani e di Danilo Fossati.
Il semplice atto di carità, il semplice gesto del dono batte tutte i modelli e tutti i programmi di rilancio economico, svela l’autentica povertà dei meccanismi della tecnofinanza. Soprattutto in un momento come questo di grave crisi finanziaria mondiale e di recessione economica ormai dichiarata dagli osservatori internazionali.

Come diceva Luigi Giussani agli amici anche più increduli: si assisterà con questa giornata allo spettacolo della carità. Si pensi solo a questo raffronto: i consumi a livello nazionale calano in percentuale del 3%: la Colletta alimentare aumenta ancora la portata complessiva della sua raccolta in un giorno solo avvicinandosi alle novemila tonnellate e segnando un nuovo incremento percentuale che è quasi di un punto.
E poiché l’importanza del gesto prevale sempre sul risultato, va anche aggiunto che questa volta l’ultimo “sabato di novembre” è coinciso con una giornata in cui la stessa Protezione civile, per le eccezionali condizioni atmosferiche di freddo, neve e pioggia, consigliava di starsene a casa.
L’atto di carità vale quasi un piccolo “peccato di disobbedienza civile”, perché malgrado le avverse condizioni di tempo, ancora una volta oltre cinque milioni di italiani hanno donato una parte della loro spesa ai poveri e almeno più di centomila italiani si sono presentati nei grandi punti di vendita per aiutare la raccolta, per trasportare le merci, per immagazzinarle al fine poi di distribuirle.
Se questo non è lo spettacolo di un popolo civile, attento e consapevole verso il bisogno dell’altro, si può anche ridiscutere lo stesso concetto di civiltà che è nato da tradizioni secolari.

Il fatto più importante da sottolineare resta sempre quello di un doppio stupore: il primo è quello di una mobilitazione spontanea, che diventa incredibilmente ordinata ed efficiente; il secondo è la portata economica e sociale che il Banco Alimentare ha innescato nella società italiana. Può anche fare poco effetto il controvalore (decine di milioni di euro) della merce destinata alla popolazione più disagiata.

Ma certo, dopo anni di attività, viene attestato da economisti e da grandi uomini di finanza che il meccanismo della raccolta nella Giornata della Colletta e quello stesso che il Banco Alimentare mette in atto per tutto l’anno, sono da “premio Nobel”, come dice un grande economista, Luigi Campiglio. Oppure hanno aspetti e criteri di efficienza e razionalità che sono da primato in fatto di imprenditorialità, come ha dichiarato l’amministratore delegato di Intesa San Paolo, Corrado Passera.
Alla fine, di fronte a una cultura scettica dominante, emerge sempre lo stupore complessivo di come il cuore dell’uomo sappia cogliere e rispondere, con semplicità e spontaneità, ai bisogni più urgenti.
Non è solo questo l’aspetto prevalente che si coglie nell’attività del Banco Alimentare e della Giornata della Colletta. C’è in più la coincidenza di una partecipazione singola e collettiva degna di un grande racconto o di milioni di storie personali, tutte differenti, tutte incredibili da vedere.

Ieri c’erano i volontari di Torino e del Piemonte, in oggettiva difficoltà per una tormenta di neve su tutta la loro regione. Il problema non era solo la raccolta nei supermercati, ma anche la difficoltà del trasporto e dell’immagazzinamento. Ecco come si può dare “qualcosa in più”. Si può fermarsi nei magazzini, magari gelidi, ammucchiare le merci e metterle in scatola, poi dormire nei sacchi a pelo pur di completare un lavoro nel giro di poche ore al mattino successivo.
Il problema non è di latitudine, perché nel Materano, le condizioni meteorologiche e di viabilità erano ancora peggiori. E lì c’è voluto tutto il sacrificio personale e corale di andare a recuperare quello che è stato raccolto nei punti più disagevoli della zona.

Ma per cogliere lo spirito dell’iniziativa bastava guardare al di fuori di un grande supermercato della cintura milanese e vedere come anziani pensionati portavano spontaneamente interi carrelli di merce in dono, riservandosi per loro la spesa consueta del weekend.

Bastava alla fine ascoltare i brevi colloqui tra i donatori e i volontari: «Questo è il mio pacchetto, ma come posso fare per rendermi ancora più utile? Posso venire anch’io a darvi una mano?» È come se si formasse una sorta di “contagio” benefico, come se l’esempio e il dono si unissero per raggiungere un traguardo più ampio. Si assiste di nuovo all’aspetto più bello, cioè al fatto che fare del bene agli altri, coinvolge al punto che fa stare bene anche l’autore del dono.
Le storie dei singoli, segnalate per cronaca, riempiono ogni anno lo “spettacolo della carità”. Impossibile segnalarli tutti, ricordali tutti. Vale la pena di ricordare ancora, come cadano in questa giornata tutte le differenze culturali e religiose, sociali e politiche.
Se in tutti i mesi dell’anno puoi guardare, talvolta, quasi con sopportazione gli immigrati, gli extracomunitari che fanno parte ormai di ogni grande città o provincia italiana, nella Giornata della Colletta, ti accorgi che la carità alla fine sembra la strada migliore per un momento di autentica integrazione.
Come a Pisa, dove dieci nordafricani islamici e ospitati in un dormitorio pubblico hanno fatto per tutta la giornata i volontari, o come a Milano dove un gruppo di ragazzi - anche loro musulmani - hanno aiutato i volontari a inscatolare quanto raccolto.
O come Mario, egiziano con un piccolo negozio di pizzeria e kebab a Milano, che sabato ha dedicato due ore alla Colletta, anche se, preso tra mille difficoltà, non chiude quasi mai il suo negozio. E' da poco riuscito a portare in Italia sua moglie e i suoi tre figli, così prova a tirare avanti la famiglia e la sua impresa, cercando l'asilo per i due piccolini, di seguire la maggiore nei compiti e di insegnare alla moglie un po' di italiano. È un cristiano, con la pelle scura, insomma quanto basta per farsi guardare con diffidenza dai connazionali e dagli italiani. Eppure quelle due ore di lavoro (in cui avrà perso qualche cliente) gli "sono sembrate volare".
«Sai - ha detto al volontario che lo aveva invitato a venire, mentre preparava le scatole con una velocità e una cura impressionanti - sono contento di essere qui, oggi è il compleanno di mia moglie, ma so che anche lei è contenta: è giusto dare una mano a chi fa fatica, e poi volevo conoscere i tuoi amici». Poche parole, e tanto lavoro per Mario, sabato come ogni giorno. Fuori piove e ci sono le pizze da consegnare in motorino. Ma con un sorriso in più, e la consapevolezza di non essere soli.